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Indagini su un poliedro

Giuseppe Zuccarino

Indagini su un poliedro

È una strana scelta, da parte del filosofo e critico d’arte Georges Didi-Huberman, quella di dedicare un intero volume all’analisi di una specifica opera di Giacometti, a sua volta piuttosto insolita, Le Cube[1]. Si tratta di una scultura a prima vista astratta: non un cubo, a dispetto del titolo, bensì un poliedro a dodici facce (tredici, se si conta anche quella che poggia sul basamento). L’artista svizzero l’ha dapprima realizzata in gesso, nel 1934, e solo assai più tardi l’ha fatta fondere in bronzo. Le facce sono diseguali per forma e dimensioni, e presentano qualche irregolarità sulla superficie. È in causa dunque un prodotto sfuggente, «troppo poco rigoroso per essere “costruttivista”, troppo poco analitico per essere “cubista”, e troppo geometrico per raccontare una qualsiasi storia»[2]. Giocando sulla particolare struttura di quest’opera giacomettiana, Didi-Huberman suddivide il proprio libro in dodici capitoli (preceduti e seguiti da un prologo e un epilogo, entrambi intitolati Face enterrée); ogni capitolo, pertanto, corrisponde idealmente a una delle facce del Cube.

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Heinrich Heine (forse anche Alberto Giacometti)

Un’altra dose di morfina, più forte. E non basta. Eppure dura la scrittura, pretende di venire fino alla superficie di luce della lampada accostata al capezzale.
Parigi che stai oltre la parete cieca e mi sei casa e officina di pensieri, di parole.
Affondato in questo materasso paralitico ti vengo incontro senza posa e scalpello figure come combuste al furore della conoscenza, della visione, nel nodo scorsoio della malattia, nel sottoscala di rifugiato.
Spargo sul pavimento pallottole di fogli vergati in una lingua tripla, bella perché creola di tedesco, di francese e di rivolta e se cercando la brocca dell’acqua trovo sotto il letto frammenti di volti, di gambe e di braccia come combusti dalla forza furibonda d’una mente instancata mi chiedo se sono io o un altro (che non conosco, che sogno ogni notte nel dormiveglia).
Poi alle labbra m’affiora un verso che vorrebbe dire di donne veneziane che vanno varcando l’acqua e la luna, che vanno rasciugate di materia e fatte forma, ma confondo la Laguna, la Senna e il Reno e ti ascolto, mia Parigi, mia acqua dove a rinascere avrei poemi (e quanti!) (ancora) da scrivere.

Il passo della pioggia

Il passo di Giacometti è quello delle sue ombre, le sue ombre sono materia scultorea – o l’avanzo, carbonizzato e irriducibile, di quello che il fuoco ha finito di bruciare e più non sa bruciare. Questa pioggia non estingue il fuoco, ma allarga il respiro, cade sulla testa e sulle spalle.

Il passo stretto di Giacometti sotto la pioggia è quello di ogni viandante che, per istinto, cerchi di bagnarsi il meno possibile o sia stato sorpreso dall’acquazzone. Sembra ben più sorpreso d’essere inquadrato dall’obiettivo dell’amico fotografo.

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Breve saggio sul volto (dedicato a Samuel Beckett)

 

L’unico film sceneggiato da Samuel Beckett è del 1964, si chiama Film e ha come attore protagonista Buster Keaton per la regia di Alan Schneider, fotografia di Boris Kaufman. È un cortometraggio di 22 minuti sul tema della percezione: partendo dall’affermazione di Berkeley “esse est percipi” Beckett scrive una sceneggiatura in base alla quale un uomo, inquadrato sempre di spalle, cerca di sfuggire lo sguardo altrui con il fine di riuscire a svanire nel momento in cui non venisse più, appunto, percepito: nella sceneggiatura lo sguardo che Continua a leggere Breve saggio sul volto (dedicato a Samuel Beckett)

Giacomettiana, 1

Alberto Giacometti
Alberto Giacometti

Marco Ercolani

La mia statua più bella? Quella che mi guarderà veramente. Quella che mi guarderà per ultima. E allora io, libero dal mio compito impossibile, mi reinventerò un’altra ossessione, per prepararmi meglio alla morte.

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Tre lettere a Isabel Nicholas

Alberto Giacometti
Maurice Blanchot

 

 

[N. d. T.] Le lettere sono tratte da Alberto Giacometti – Isabel Nicholas, Correspondances, Lyon, Fage Éditions, 2007, pp. 57-59, 81-82, 83-85. La pittrice inglese Isabel Nicholas (1912-1992) ha risieduto spesso a Parigi, e la sua conoscenza con Giacometti risale alla metà degli anni Trenta. Essendo anche modella, Isabel ha avuto il privilegio di essere ritratta da artisti importanti come Derain, Picasso, Giacometti e Bacon (gli estimatori di quest’ultimo la conoscono come Isabel Rawsthorne, dal cognome del terzo marito). La présence, prima sezione di Traces, si legge in M. Blanchot, L’Amitié, Paris, Gallimard, 1971, pp. 246-249; la traduzione del testo blanchotiano è già apparsa in «Arca», 7, 2001, pp. 68-70.

[Giuseppe Zuccarino]

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