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“Succhiando gocce di acqua fresca / dall’ angolo delle pietre”

La poesia di Alfonso Guida trova fin dagli esordi (sul finire degli anni Novanta) e senza tentennamenti né ripensamenti successivi la propria inconfondibile voce, dispiegandosi con un’energia, una continuità e una disciplina singolari.
Scrivo “disciplina” perché (al di là del per lui irrinunciabile endecasillabo – pur variabile nella sede degli accenti principali – che è uno dei marchi di fabbrica guidiani e che già di per sé impone una determinata disciplina compositiva) quella del poeta lucano è obbedienza rigorosa alla poesia quale energia vitale ed esistenziale, quale parola sorgiva (ma non ingenua) e necessaria – necessaria in quanto capace di dire senza vezzi e senza maschere e naturale respiro del pensiero. Guida conferma infatti che la poesia sa essere ancora energia viva e vivente, necessità del vivere stesso capace a sua volta e in una sorta di circolo non autoreferenziale né asfittico di esprimersi quale poesia. Continua a leggere “Succhiando gocce di acqua fresca / dall’ angolo delle pietre”

Quaderni delle Officine (LXXXV)

Quaderni delle Officine
LXXXV. Febbraio 2019

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AA. VV.

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Degli incerti umani
(per Domenico Brancale)

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Diari del transito

Alfonso Guida

L’innobile innocenza mattutina. Debolezza genitale. Parola che non sorge esatta. Il filtro è un tentato ponte. Lì devi convogliarti. Lì deve inoltrarsi la parola. Il viaggio della parola è duro, colmo di asce, di tossicità. Superati questi muri, la parola giungerà a riva, sulla bocca, nel pensiero o sul foglio, sbozzata, monca, relitto scheggiato di un fenomeno imprendibile, un cerchio che è intero solo nel suo darsi a priori, prima di ogni divisione. Il suicidio dei poeti non si realizzerebbe se la parola avesse lunga durata, toccasse il polo finale, ammainasse profonde bandiere bastanti a dire. Il poeta è un linguaggio. Porta sulle spalle ricche gerle e, a cavallo, sovrabbondanze. Permane l’essenza del limite. La parola non può essere detta fino in fondo perché il fenomeno/scaturigine è indicibile e denso per natura. Potremmo mai pretendere che la parola sia fedele al punto di sorgente? Insaziato meccanismo tragico del poeta: cercare il ciottolo che porti in sé il maggior peso del fiume. Ricerca di una fedeltà e riposo dentro la più fedele parola, la più prossima alla Mater Coelestis o alle baccanti dell’Asia Minore. Nel nostro corpo si lascia avvertire la sommossa, il sommovimento, il volo, l’incrinatura di faglie geologiche, la ferita che mostrerà il monologo, ciò che di un lungo papiro egiziano possiamo dire, fin dove si arena la parola. Servirebbero torme di parole, ma la parola giunge fin dove può e lì si sdogana il destino.

Tratto da:
Diari del transito
“La foce e la sorgente”, Quaderni, I