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Richard Serra: Drawing in Five Parts (2005).

Anche il disegno è filiazione della luce.
Sulle lastre fotografiche provenienti dai telescopi puntati sulla piccola Nube di Magellano Henrietta Swan Leavitt traccia segni, linee, cerchi, ne estrae calcoli e sequenze di cifre: stavolta è un proiettore con la pellicola a vista a rendere visibili sulla parete quegli studi pazienti e quotidiani, quei disegni figliati dalla posizione delle stelle e dalla mano della scienziata che traccia linee, archi, triangoli: relazioni: nell’opera di Rosa Barba Drawn by the pulse quei fotogrammi si alternano alle riprese fotografiche attuali – sempre provenienti dall’osservatorio dell’Università Harvard – della medesima porzione di cielo, è un film muto in 35 mm la cui colonna sonora è il rumore del proiettore che fa scorrere la bobina e la pellicola, il cui pensiero portante è quel disegnare con la luce, seguendo le variazioni della luce, lo svelarsi dello spazio-tempo alla mente, mentre l’inchiostro o la grafite tracciano segni che corrispondono esatti alla sete di conoscere, alla curiosità di chi si sa, minuscolo essere, collocato in qualche luogo dell’universo.

La luna, il plenilunio che erra nella notte, senza turbarla, senza abolirla, senza la profanazione diurna, la luna e le stelle sono per i nostri piccoli occhi mortali, i sintomi del tutto. Ma che sarebbe il tutto, l’universo senza i nostri, piccoli, effimeri occhi viventi e mortali? Non possiamo conoscere il tutto, ma soltanto i suoi sintomi. Andrea Emo, Aforismi per vivere, Milano, Mimesis Edizioni, 2019, pag. 112 (dal quaderno 364 del 1974).

Il silenzio di Andrea Emo

Antonio Devicienti

Medito sulla vicenda esistenziale e intellettuale di Andrea Emo Capodilista: ecco un luminoso punto di riferimento, un silenzio appartato e fecondo, pochissime ma salde amicizie nutrite di letture comuni, d’intenso dialogo intellettuale. La scrittura a fecondare i giorni. Pagine e pagine di quaderno non a fissare o congelare il tempo dei giorni, ma a seguirlo nel suo trans-currere traverso e oltre le chiuse della mente; corrispondenze per affinità elettive (le uniche che contino) con autori del passato e della contemporaneità.
Quello scrivere a mano, paziente e ordinato (pochissime le cancellature, indizio di lunga e concentratissima meditazione); quell’accumulare i quaderni l’uno accanto all’altro, segno visibile del farsi del pensiero; quel rifuggire l’estetizzazione del pensiero, dal momento che lo studio e la riflessione hanno sempre al loro centro la consapevolezza (dolorosa eppure stimolante) che la meta della riflessione e dello studio sfugge ininterrottamente.
Eppure studiare, meditare, scrivere.
Ma se è vero che si scrive sempre troppo, sempre poco è quello che si realizza nel passaggio dal pensiero alla scrittura e la sfida da parte del mondo si enuclea proprio dentro tutto quello che si perde o non si raggiunge o non si scorge nel passaggio da pensiero a scrittura, in quell’alone d’ombra che ci resta accanto, consapevolezza di una tale mancanza o sottrazione o spazio vuoto che, proprio per questo, parla, ci provoca e scandalizza e possiede la sua forte presenza e le sue irrinunciabili rivendicazioni.
I fragili fogli di carta, i tratti a penna o a matita su di essi tracciati sono una biblioteca interiore che, traccia del silenzio, risplende per chi voglia ascoltare.

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(Tratto da: Tacere il proprio silenzio,
di prossima pubblicazione in
“Quaderni delle Officine”, XCI, novembre 2019)