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Profilo minore

Profilo minore di Federico Federici (Nino Aragno Editore, Torino 2021) è il risultato attuale di diverse riscritture, sovrapposizione di palinsesti che, in maniera del tutto cosciente, non hanno mai aspirato a una qualche definitività. Profilo minore vive, a mio parere, sotto il segno e nello spirito del principio d’indeterminazione di Heisenberg, inverando, al tempo stesso, l’imperativo rimbaudiano secondo il quale «Il faut être absolument moderne»: Federici non insegue alcuna moda né alcun mito della modernità, sia subito chiaro, ma è assolutamente moderno perché ha piena consapevolezza e ferma volontà di muoversi secondo il necessario (ormai impossibile da ignorare) cambio di paradigma (l’espressione, è noto, appartiene a Marco Giovenale) e in tal senso le descrizioni (o i tentativi di descrizione), le rappresentazioni, i modelli descrittivi dei fenomeni fisici secondo quanto continua a fare la scienza moderna da Heisenberg, Bohr, Pauli, Planck in poi impongono un paradigma di scrittura radicalmente altro rispetto a un passato più o meno recente, più o meno nobile, più o meno trascorso. […]

[Tratto da “La materia ruvida del testo: su Profilo minore di Federico Federici“, di imminente pubblicazione in “Quaderni delle Officine”, vol. CX, settembre 2021.]

In cerca del linguaggio

Presentiamo le prime pagine di uno studio di Antonio Devicienti dedicato all’opera Zong! di Marlene NourbeSe Philip, edita da Benway Series. Il saggio sarà pubblicato integralmente in “Quaderni delle Officine”, CIX, luglio 2021.

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Errata corrige – Su “Delle osservazioni” di Marco Giovenale

     Marco Giovenale mi segnala questo passaggio del mio studio su Delle osservazioni:

Propongo ora un raffronto tra due versioni del medesimo testo; la prima com’è stata pubblicata in Storia dei minuti, la seconda come viene riproposta in Delle osservazioni (p. 7):

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Su “Delle osservazioni” di Marco Giovenale

Antonio Devicienti

Il paradigma cui Giovenale rimane fedele, è cosa arcinota, è l’uso di un linguaggio e di strutture sintattiche che vogliono stare agli antipodi del lirismo e del sentimentalismo, dello psicologismo e della bella forma vuota e fine a sé stessa; l’incessante tensione intellettuale e la lucidissima coscienza sia ermeneutica che storica rendono la scrittura di Marco Giovenale un sistema d’intervento che definirei chirurgico, là dove il mondo stesso appare come un’unica clinica e gli esseri umani dei ricoverati in continuo, solo apparentemente paradossale stato di precarietà e che non potranno mai guarire dalla condanna a morte che è l’esistere: ma questo, tengo a sottolinearlo con grande forza, non dà vita a una scrittura funerea o banalmente e noiosamente “pessimistica”, bensì a un lucido dire sia la condizione umana (esistenziale e conoscitiva, conoscitiva e politica, politica e sociale) che i moti del pensiero che con una tale condizione si misura, per cui l’attitudine “chirurgica” della scrittura è, paradossalmente, l’unico modo in cui cercare non un’impossibile guarigione, ma, nella clinica-mondo, un modus vivendi et operandi che dia un qualche senso al vivere stesso.

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Quasi uno “scritto”…

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… perché, in realtà, da qui, dalla Dimora del Tempo sospeso, rimando allo spazio amico e ospitale Le nature indivisibili, perché è lì che è possibile leggere  due “scritti” che rendono omaggio alla persona e all’opera di Rostia Kunovsky, perché da qui il mio grazie va a Mauro Leone (Morel),  genius loci, ideatore, sapiente  e sollecito curatore delle Nature indivisibili, e a Domenico Brancale (che ha concepito il progetto di un tale omaggio invitandomi a farne parte) – e mi permetto infine di segnalare, sempre nello spazio Le nature indivisibili, la presenza vivificante e dialogante della scrittura di Rossana Lista con la sua rubrica Accento acuto.

Da nessuna parte mai. Nell’atelier di Rostia Kunovsky. Di Domenico Brancale

Nella trasparenza dello sguardo. Per Rostia Kunovsky. Di Antonio Devicienti

Teoria delle rotonde

Antonio Devicienti

    Teoria delle rotonde. Paesaggi e prose (Valigie Rosse, Livorno 2020) di Italo Testa rappresenta un versante della ricerca letteraria in lingua italiana degli ultimi anni capace di raggiungere e di proporre una visione lucida e coerente del reale e della scrittura che quel reale indaga.

     Si parta infatti dal seguente assunto: Teoria delle rotonde è linguaggio quale sonda acuminatissima e impietosa che s’immerge nel corpo di un mondo da un lato quasi totalmente dominato (e quindi determinato) dall’ultraliberismo economico e finanziario, dall’altro soggetto a impreviste, imprevedibili e non sempre visibili contaminazioni e trasmigrazioni che ne cambiano i sistemi, gli ambienti, le interrelazioni aprendo anche orizzonti inediti, linguaggio che, inoltre, deve fare i conti con quei momenti in cui il reale resiste alla comprensione e/o alla possibilità di dirlo.

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Quaderni delle Officine (CIV)

Quaderni delle Officine
CIV. Marzo 2021

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Antonio Devicienti

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Leggendo Stefan Hyner
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Leggendo Stefan Hyner

“È indubbio merito di Anna Ruchat e di Domenico Brancale la forte determinazione con la quale i due poeti e traduttori cercano di far conoscere anche in Italia l’opera e la figura di Stefan Hyner (nato a Mannheim nel 1954) di cui erano apparsi in italiano Sfrenata quiete (Porto dei Santi 2001) e Il ballo della scimmia (Scheiwiller 2004) – la passione e la cura di Ruchat e di Brancale permettono ora di leggere Hyner in due edizioni per diverse ragioni pregevolissime: Cuore vince. Poesie 2006-2015 / Herz ist Trumpf. Gedichte 2006-2015 (FT-Finis Terrae di Ibis Edizioni, Pavia-Como 2020) e I diari perduti di Romy Schneider / Das verlorene Tagebuch der Romy Schneider (Prova d’Artista / Galerie Bordas, Venezia 2021).” […]

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La ciotola di Jaccottet

[Per ricordare Philippe Jaccottet (Moudon, 30 giugno 1925 – Grignan, 24 febbraio 2021) ripropongo lo splendido saggio di Antonio Devicienti (Una ciotola per attraversare il presente. Jaccottet e Morandi) già pubblicato su “RebStein” il 5 luglio 2019.]

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La città bifronte

Antonio Devicienti

Credo che pochi Italiani sappiano che per secoli popolazioni di lingua e cultura tedesca hanno abitato accanto alle genti lituane, estoni, russe, polacche quella vasta e interessantissima regione d’Europa affacciata sulle sponde meridionali del Mar Baltico; molti Italiani hanno dimenticato la storia dolorosa degli IMI (Italienische Militär-Internierte – Internati militari italiani), di quelle migliaia di soldati italiani, cioè, catturati dall’esercito tedesco e deportati nei vari campi di lavoro del Reich e che non aderirono alla Repubblica di Salò, ma decisero di restare in prigionia anche se in condizioni terrificanti, ai quali non fu riconosciuto da Berlino lo status di prigionieri di guerra e che, liberati dagli Angloamericani o dall’Armata Rossa a seconda della dislocazione geografica dello Stalag (il campo di lavoro e di internamento) in cui si trovavano, affrontarono spesso un lungo e doloroso ritorno a casa, angosciato molto spesso dalla mancanza di notizie della propria famiglia. […]

……………………………………………..(Leggi l’intero articolo qui)

Il sogno di Giuseppe

Antonio Devicienti

Il sogno di Giuseppe di Stefano Raimondi,
ovvero di cisterne, di transiti, di profondità

Questo scritto prende avvio da un assunto semplicissimo: il personaggio biblico di Giuseppe che ispira il poema di Stefano Raimondi può essere direttamente ricondotto al mito di fondazione del popolo ebraico; escluderò subito gli aspetti strettamente religiosi e teologici che risulterebbero, invece, fuorvianti e non coerenti con una lettura che cercherà di cogliere i nessi del poema con il mito e con le sue metamorfosi o reviviscenze e risorgenze nel contemporaneo. Inoltre cercherò di dimostrare come il Giuseppe dell’opera raimondiana possegga tutte le caratteristiche della Pathosformel warburghiana in quanto figura archetipica che transita dall’essere quella di uno dei Patriarchi d’Israele e incarnazione della predilezione divina a figura capace di esprimere la condizione dell’uomo contemporaneo in quanto espatriato, migrante, escluso, in cerca di approdo; se da un lato il riferimento da parte di Raimondi al Giuseppe biblico è esplicito e pienamente consapevole, d’altro canto il ‘suo’ Giuseppe risulta essere anche una stratificazione plurimillenaria che il poeta milanese fa riemergere nel nostro presente, oltre che un’immagine dinamica in quanto inscindibile sia dalla storia della sua doppia prigionia sia dalla sua capacità d’interpretare i sogni, elementi questi che identificano in maniera univoca e del tutto priva di equivoci il Giuseppe veterotestamentario divenuto il centro del poema di Raimondi. […]

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Leggi il saggio di Antonio Devicienti su
L’Ulisse, n. 23, nov. 2020 (pg. 611-634).

La complicità del plurale

Marco Bellini

Anche tu hai scritto
con le molte ore di lavoro e dei campi.
La pergamena tra la nuca
e dove il collo diventa schiena
gli scavi del sole fitti di memoria
come gli anelli distesi nel tronco
del castagno avanti casa.
Stupito ti guardavo e vedevo
imprevista, un’incisione verticale
deporre nella pelle
il riassunto di un crocifisso

                    (da La complicità del plurale, di Marco Bellini)

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Due “letture” dell’opera:
di Antonio Devicienti
e di Marco Ercolani.

Quattro sentieri per immaginare

Antonio Devicienti

[…] Immaginare è, per Massimo Rizzante, il liquido amniotico in cui nascono il pensiero e la sua eticità, perché immaginare per lui non è affatto un andare alla deriva o un navigare a vista tra i continenti del sogno e dell’invenzione, ma la capacità, che è anche sentimento dell’esistere, di accogliere dentro di sé il mondo e le persone che lo abitano. Questo, infatti, è soprattutto un libro popolatissimo di individui, dei loro pensieri, dei loro sentimenti e delle loro storie, che con coraggio fa i conti con la Storia, che per Rizzante è sempre un mostruoso, immane mattatoio che, spesso, dilania quei medesimi individui.

(Continua a leggere su Doppio Zero)