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Nell’esilio / Su “Panchine” di Beppe Sebaste

Ghirriano, walseriano, bianciardiano, sebaldiano, nomade, libertario, insorto e intransigentemente ribelle, solare, talvolta teneramente malinconico, autoironico, bergaminiano, divagante, sempre sorprendente, celatiano, in una sola parola-aggettivo: sebasteano – esiste? no, ma la invento io con la licenza che mi concedo da lettore appassionato e partecipe: Panchine (come uscire dal mondo senza uscirne) di Beppe Sebaste (Laterza Editori, Bari, prima edizione 2008, sesta edizione 2018), come del resto tutti i libri dello scrittore, è un ventaglio vastissimo di riferimenti e di diramazioni tenuti saldamente insieme da una scrittura limpida che gioisce del fatto stesso, puro e semplice, di esistere e di potersi dare a leggere a quel lettore che cerchi libri-ponti-oltre-i-confini.

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Joë BOUSQUET nella lettura di Beppe SEBASTE


(Yves Tanguy, Le Jardin sombre, 1928)

[I testi di Joë Bousquet qui presentati sono dati nella traduzione di Charles Debierre e Beppe Sebaste; il saggio “Un viaggiatore immobile” è di Beppe Sebaste. Testi e saggio sono tratti da: In forma di parole, Libro VII, Il Pomerio. Antologia poetica, Reggio Emilia, Elitropia Edizioni, 1983, pag. 334-342 e pag. 803-809]
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