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Il verbo dire

Lo so, lo so, non dovrei essere io a dirlo. Chi mi conosce sa bene, e non avrebbe problemi a dirvi, quanto io sia riservat* e modest*, come persona e come studios*. Detto questo, visto che tra un’intervista e l’altra dell’ultima settimana l’argumentum non è mai venuto fuori (eccheccazzo!), perché quei deficienti che mi dicevano delle domande preferivano chiedermi tutt’altro, è cosa buona e giusta che lo sappiate anche voi, e che sia proprio io a dirvelo, tanto rimane tutto tra di noi (e nel mio curriculo, sia detto senza nessuna presunzione). Ecco, qualche tempo fa mi ha telefonato uno dei più prestigiosi accademichi e mi ha detto: “Carissim*, so quanto sei riservat* e modest*, come persona e come studios*, ma devo proprio dirtelo: oggi in Italia, negli ambienti universitari e nell’editoria che conta, non si può dire niente intorno alla poesia e alla critica, per non dire degli altri campi in cui spaziano i tuoi tanti e svariati interessi culturali, senza citarti, senza dire il tuo nome. E io ci tenevo tanto a fartelo sapere, a dirtelo personalmente”.

Professionisti

Sono ritornati. Nessuno, tranne i loro famigli, ne sentiva la mancanza ed eccoli raggianti di nuovo tra di noi. Sono ritornati a frotte, a sciami, a moltitudini. Loro. I professionisti delle catastrofi, delle calamità, delle sciagure, delle guerre, dei lutti. I profeti del verso che gronda sentimenti e buonismo un tanto al chilo, delle rime sparse a piene mani dai loro tumuli tweettanti, dai loro sudari ammuffiti di bookinari. Eccoli finalmente scatenati, dopo mesi di dolorosa attesa, di preghiere e sortilegi, di evocazioni diurne e notturne di un cataclisma da cantare, di un torto da raddrizzare, di futuri radiosi da predire. Privati da un destino avverso del pane quotidiano dei naufragi di migranti, ora possono levare in alto i cuori e inneggiare a un’umanità rinnovata e redenta a colpi di virus coronati, versare lacrime di canti a perdita d’occhio annunciando dalle grate umide della loro clausura palingenesi da ipermercato, ecologie da estetisti, fratellanze a costo zero. Il ritratto fedele di vite arrese al nulla di pensiero.

Non siete altro che degli imbecilli?

Raoul Vaneigem

Nel 1898, Zo d’Axa, indignato per la stupidità dominante, scrisse un libello che intitolò: “Siete soltanto degli imbecilli!”. La constatazione, ahimè, non ha perso nulla della sua pertinenza ed è solamente la preoccupazione di non dare adito né al disprezzo né alla generalizzazione che mi esorta a dargli una forma interrogativa. Non conviene esasperare coloro che il rincoglionimento mediatico non è riuscito a scalfire perché hanno conservato il gusto di vivere, e per i quali l’intelligenza sensibile prevale sul calcolo economico. Si può giudicare sconvolgente lo spettacolo di intere popolazioni rassegnate a putrefarsi da vive nella palude finanziaria che prolifera ovunque, sterilizza i suoli, inghiotte le conquiste sociali. Ma la funzione dello spettacolo non è proprio quella di intrattenere, agghindando con divertenti volgarità la disperazione, la paura e la rassegnazione, che sono i migliori sostegni dell’oppressione statale e mafiosa?

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