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James PURDY (17 luglio 1923 – 13 marzo 2009)

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Queste due opere, Just what is it that makes today’s homes so different, so appealing? di Richard Hamilton (in alto a sinistra) e Mourningpicture di Edwin Elmer (in basso a destra), sono riprodotte sulla sopracoperta di due romanzi di James Purdy a cui sono particolarmente legato, al di là del loro indubbio, eccezionale valore letterario: e cioè, rispettivamente,
mourningpicture1 Rose e cenere (Eustace Chisholm and the works, trad. it. di Attilio Veraldi, Torino, Einaudi, Supercoralli, 1970), e La versione di Geremia (Jeremy’s Version, trad. it. di Bruno Oddera, Torino, Einaudi, Supercoralli, 1973). Si tratta delle mie primissime scoperte letterarie autonome, fatte quando entrare in una libreria significava varcare una soglia, come in sogno, per ritrovarsi immersi in un universo tutto da esplorare: con la segreta speranza (ma questa ti sarebbe diventata chiara solo anni dopo, alla luce del rimpianto, di fronte a scaffali strabordanti di merci avariate) di portare a casa, magari per seimilaottocento lire, due autentici capolavori, due opere che ti avrebbero accompaganto per tutta la vita. Poi sarebbero venute tutte le altre opere di questo gigante solitario, a partire da Io sono Elijah Thrush o I figli sono tutto, libro, quest’ultimo, che mi avrebbe costretto a cercare, come una reliquia, la prima edizione di Color of Darkness (63: Palazzo del sogno, tradotto nel 1960 da Floriana Bossi per i mitici “Coralli“). Mi piace pensare che oggi, proprio tra le ombre animate e i lampi di rosso e di bianco della Composition di Miró del 1933 riprodotta in copertina, James Purdy sia ritornato ad abitare, per sempre: ombra viva tra ombre vive, lampo di luce sulla faccia della morte.

[Qui un omaggio a James Purdy da parte di uno dei pochi blog grazie ai quali la rete ha ancora un senso e una funzione.]

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