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Irma Blank: Orizzonte, 2005 (penna a sfera su poliestere)

Medito sulle ricerche di Virgilio Sieni e colgo anche nella scrittura la presenza del gesto che rende visibile uno spazio, ritma un tempo.

Non intendo il gesto di guidare la penna sul foglio o le dita sulla tastiera (esso pure sempre significativo), ma quel gesto che, porgendo la parola, avviando il fraseggio, si esplicita nell’ architettura impalpabile eppure determinante del testo.

E fantastico di un testo-gesto che nasca e scompaia nel momento stesso dell’improvvisazione, ripercuotendosi come traccia che appena righi il vetro trasparente della mente; osservo le foto di scena dove Sieni, Cuticchio e il pupo descrivono gesti come scrittura, effimeri ma duraturi nella memoria retinica di chi guarda.

Le reflet des lampes sur la vitre. Poèmes, comme un reflet qui ne s’éteindrait pas fatalement avec nous – Philippe Jaccottet, Ce peu de bruits (Éditions Gallimard, Paris 2008)

[…] la trasparenza è la sostanza che si definisce per il suo poter essere vista e quel medio in cui le forme si costituiscono come pura visibilità […] è quel qualcosa (aliquid) che permette ai corpi di divenire visibili – ai colori di costituirsi fuori dai corpi – e alla vista di ricevere la visibilità – Emanuele Coccia, La trasparenza delle immagini. Averroè e l’averroismo (Paravia Bruno Mondadori Editori, Milano, 2005, p. 113) 

La trasparenza accoglie i gesti, li rende visibili nel loro porgere sé stessi.

Guidato dai fili esterni il corpo di legno del pupo possiede la nudità del movimento; guidato dai fili interni dei tendini il corpo di muscoli e ossa obbedisce alla mente: entrambi i corpi a tracciare scritture che nello spazio appaiono e scompaiono, traiettorie di linguaggi senza parole.

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Post-Kult, 1

Londra, settembre 1940, Biblioteca di Holland Park

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Fine di amore – di Emanuele COCCIA

[Pubblicato in www.zibaldoni.it – Anno V, Quarta serie, 29 novembre 2007]

Fine di amore – di Emanuele Coccia

    Amore non è il dio delle origini. Non sta all’inizio delle cose, ma sempre e solo alla loro fine. È il dio della rovina, non il nume tutelare della nascita o della genesi. Ogni rovina non è che lo stato di tutto ciò che è immagine. Perché immagine – è già l’etimologia latina del termine a indicarlo – non è che ciò che resta di una vita alla sua morte, quanto gli resiste, ciò che testimonia di una vita che è stata attraversata dalla morte. E questo, già per una semplice evidenza: ciò che resta di una vita alla sua morte è innanzitutto la possibilità di essere immaginata. In quanto immagine dunque, ogni cosa vive già ora dopo la sua morte. Continua a leggere Fine di amore – di Emanuele COCCIA

Pensare nelle immagini – di Enrico DE VIVO

(Il testo è tratto da: www.zibaldoni.it – III serie, 26 febbraio 2006)

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Abituati come siamo a considerarci sempre e comunque degli esseri cogitabondi, riusciremmo mai ad accettare un’ipotesi secondo cui “l’uomo non pensa”, perché il pensiero si trova staccato da noi, non dentro di noi? Continua a leggere Pensare nelle immagini – di Enrico DE VIVO