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Un anno per Villa – Parabol(ich)e dell’ultimo giorno

loc parma base - Copia (3)

«La grande domanda è quella che vuole conoscere come avviene il trapasso, nel caos dei dati giunti fino a noi, come una risacca, in un amalgama fonetico baluginante ma senza luce ferma e fisso riverbero, il trapasso, in diagonale, da mito a concezione cosmologica, da mito a teologia, da mito a leggenda, e da storia a mito o da mito a storia; o non forse trapasso mai, ma come si determina il flusso degli incroci e degli attriti: una peripezia di cicli, di parabole, di invenzioni, di aperture, di inclinazioni» (Emilio Villa)

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sembrano usciti dal libro (per Ida Travi)

torino xx 2 +cor

Enzo Campi

 
la distesa è neve pettinata di fresco. e il circolo di
pietre slavate non riesce a tatuare il tappeto ove
consegnare gli arbusti al loro destino di fuoco.
nebbie, ad oltranza, penetrano nella stanza del riposo.
è fluido il libro, disteso, allettato come nel senso dell’altare
o dell’ara sacrificale. dalla finestra aperta stagna, al rovescio,
sui simulacri di legno l’illusione dell’oblio. ma c’è rumore di
fondo, che sale al soffitto “come cinque dita sul tronco
come trenta mani sul ramo / come la falce in casa
lasciata dietro la porta”[1]. e come filtra la luce, guarda,
filtra in strali, tra i vapori che sciolgono la condensa e
sfidano la trasparenza. sembrano usciti dal libro, e allora la
finestra è il punto di fuga ove immolarsi al buio della
disconoscenza, disse. ma non credeva nel disastro. e il colpo
d’ascia non provocava sussulti, l’erba continuava a bruciare
all’interno del cerchio di pietre di fiume. è un incendio pensò.
e gettò il libro dal punto di fuga recitando a memoria qualche
passo espunto dalle sole pagine dispari, perché gli impari, si sa,
sono i soli depositari del segreto a cui tendere la mano.

[1] (Ida Travi, , Moretti & Vitali, 2011)

ecce homo (come ci si manca in ciò che si è)

apo 23

Enzo Campi

Tutto finì cominciandosi  in sé, sfinendosi nell’efferata diatriba tra il punto nodale da cui dipanare la matassa e l’idea di una fine annunciata che riverberava, al rovescio, la sua essenza inconclusa, la sua indeterminatezza di fondo. E se il fondo è la fine, ne converrete, non si dà fine senza fondo. E il senza fondo, ne converrete ancora, designa l’immisurabilità della fine, per cui l’inconcluso ha tutte le ragioni di esistere, di sussistere in quel nodo nervoso dove si tende all’altero e dove l’alterità è sintomo inconfutabile della preclusione ad ogni possibile, impossibile cominciamento.

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Stati d’amnesia

Lella De Marchi Stati d'amnesia copertinapiatta

Lella De Marchi

[…] sono sempre la bambina che non mi hanno
detto (la terza madre
di me stessa), sopra quei panni stesi
su di un filo, ad asciugare, ho costruito il mio altare
di parole […]

***

[…] La struttura interna è composta da tanti piccoli elementi, ognuno dei quali è subordinato non dico a tutti gli altri ma ad almeno uno degli altri. Vengono così a formarsi varie catene di significanti, spesso caratterizzate dalle posizioni delle parole cui spetta il compito di dettare il ritmo o quantomeno di caratterizzarne gli accenti tonali e la ripetizione dei gruppi timbrici. Sarà forse per questo che, vista dal di fuori, la struttura sembra semovibile o fluttuante, come per assecondare un ondeggiamento, quasi come se volesse schivare il colpo di ritorno da parte dell’ospite e conclamare ulteriormente il carattere «sfuggente» del dettato. Continua a leggere Stati d’amnesia

La me ga scrito (III)

paraboliche

Emilio Villa

L’andamento poematico, composto da 278 versi, si apre minimizzando la ragione demiurgica di questo testo, con un minuscolo “nulla di che” in un italiano prosaico «un’idea così, un’ideina, un’idea di sesso lì per lì, quasi di straforo», un italiano che a Milano si adotta tanto per “ciaciarare eccetera”. Si sviluppa con un lungo godurioso excursus che scarliga tra senso e nonsense della parola come tra divagazione e peregrinazione nel verbum che si fa e disfa in un corpus tanto personale da essere universale. Si conclude con uno spogliarello latin-francese che sancisce la mitizzazione di un assoluto “nulla di fatto” della parola stessa, dove il termine latino “Deus”, impiegato nella chiusa in forma di anafora liturgica, eleva a stato di divinità maiuscole i capi (“Patron”) d’abbigliamento nominati in francese. Continua a leggere La me ga scrito (III)

Parabol(ich)e dell’ultimo giorno (II)

Emilio Villa, Sibylla Silvae

Nel 2013 ricorre il primo decennale dalla scomparsa di Emilio Villa (1914 –2003). Il collettivo di “Letteratura Necessaria” intende ricordare le opere di Emilio Villa attraverso una serie di iniziative che prenderanno vita e forma nei reading realizzati dal vivo e nella divulgazione (o nella riproposizione), in rete, di scritti e contributi critici e storiografici. Il progetto, denominato “Parabol(ich)e dell’ultimo giorno”, si è consolidato dal vivo con una serie di passi di avvicinamento, attraverso letture, recital e riflessioni critiche. Da settembre in poi il progetto prevede l’organizzazione di una serie di eventi che toccheranno le principali città italiane e la realizzazione di un’antologia con contributi critici e scritti “dedicati” curata da Enzo Campi.

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Parabol(ich)e dell’ultimo giorno – Per Emilio Villa

collage villa bis leg

Emilio Villa

«Ho inventato la poesia distrutta, data in pasto sacrificale alla Dispersione, all’Annichilimento: sono il solo che ha buttato via il meglio che ha fatto». (Emilio Villa)

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Ligature

Ligature

Enzo Campi
Giorgio Bonacini

Fin dal titolo (e sappiamo che i titoli in poesia non sono dei semplici dati indicativi) questo poema di Enzo Campi sviluppa con estrema coerenza, il suo percorso dentro il fare di una lingua che cerca in sé l’esperienza significante. Uno scavo interno perché fuori dalla parola poetica “la moria dei referenti” non può che ricondurre necessariamente alla fonte sorgiva del legame tra la parola e il dire. Là dove il vero si consegna in metafore e i significanti raggiungono grumi o nebulose di significati e segni. È da qui che il senso scaturisce in voce intima: a volte allusiva, a volte decisiva. In poesia il percorso che i testi ci indicano non è quasi mai lineare, e tanto più in quest’opera che, respirando su se stessa annoda distanza e vicinanza, così che può essere compresa (in una delle sue molteplici comprensioni) anche partendo dall’ultima poesia: che è la fine iniziale di un reticolo indecidibile ma, in alcuni punti di snodo, determinato. Così l’autore, a partire da un brusio, da un soffio strozzato che il poeta, ultimo vero parlante, nell’impossibilità di trattenere, riesce ancora a pronunciare, arriva a dire (ma non a tutti, non al conforme, al “coro dei feticci ” che chiede la prima pietra ) che non può indicare una strada precisa. Perché nessuno può dar seguito a questa richiesta; nessuno che sia, mente e corpo, lucidamente dentro una scrittura viva. Continua a leggere Ligature

La giostra della lingua il suolo d’algebra

Marina Pizzi

Marina Pizzi

“Bisogna saper lasciare”, diceva Derrida.

Tenendo conto di questo suggerimento Pizzi, in prima istanza, si lascia alle parole lasciandole al loro destino errabondo. In seconda istanza questo lasciare/lasciarsi, quasi paradossalmente, viaggia in simbiosi con un processo di appropriazione. Si potrebbe parlare di descotomizzazione, ovvero di un procedimento che permette all’autore non di eludere, nascondere e rimuovere cose, persone e situazioni che procurano disagio, rifiuto e dolore, bensì di svelarle in tutta la loro interezza e complessità.

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Intus

intus

Fiorangela Oneroso

Quando ci si pone dinanzi a un’opera che abbraccia, in senso propriamente circolare, un intero mondo di ordini, insiemi e sistemi, non si può pretendere di limitarsi ad una sola modalità d’approccio e di veicolare quindi una chiave di lettura univoca. Ben consci di questo, i più cauteli non avranno nessuna difficoltà a dichiararsi mancanti e non avranno altra scelta se non quella di viaggiare sui sentieri dell’inesaustività. Ma se si vuole parlarne (o se ci si vuole far parlare da essa) bisogna comunque articolare un pensiero e dargli voce. Per questo mi sono trovato a ragionare, anche e soprattutto, per suggestioni che rinviano ognuna ad altro, a un qualcosa che rischia il fissaggio di una doppia consistenza di ciò che, per semplicità (e in termini essenzialmente riduttivi), definiremo ignoto o inconoscibile. L’inconoscibile ci pre-esiste e ci sopravvive: è questa la sua doppia essenza o consistenza, per quanto entrambe le peculiarità si rivelino a noi nella loro inconsistenza di fondo.

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Abbandono e abbondanza. Les revenants e la ruggine

Marilena Renda, Ruggine, 2012

Enzo Campi
Marilena Renda

Per sviluppare un pensiero cognitivo su quest’opera bisognerebbe mettersi in linea con l’autrice: giustapporre crepe a crepe, insinuarsi nelle fenditure, ri-configurare «nomi propri» e attitudini, veicolare un’apparente pacatezza espositiva che, a ben guardare, preserva in nuce un urlo rabbioso, quasi selvaggio, quello che l’autrice definisce, a più riprese, un “ruggito”, insomma e in poche parole compiere un gesto aggiuntivo che possa affiancarsi al gesto originario. Tutto ciò, naturalmente, non è quasi mai possibile. Accade raramente che una lettura critica possa donare a un’opera un vero valore aggiunto.

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