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Heinrich Heine (forse anche Alberto Giacometti)

Un’altra dose di morfina, più forte. E non basta. Eppure dura la scrittura, pretende di venire fino alla superficie di luce della lampada accostata al capezzale.
Parigi che stai oltre la parete cieca e mi sei casa e officina di pensieri, di parole.
Affondato in questo materasso paralitico ti vengo incontro senza posa e scalpello figure come combuste al furore della conoscenza, della visione, nel nodo scorsoio della malattia, nel sottoscala di rifugiato.
Spargo sul pavimento pallottole di fogli vergati in una lingua tripla, bella perché creola di tedesco, di francese e di rivolta e se cercando la brocca dell’acqua trovo sotto il letto frammenti di volti, di gambe e di braccia come combusti dalla forza furibonda d’una mente instancata mi chiedo se sono io o un altro (che non conosco, che sogno ogni notte nel dormiveglia).
Poi alle labbra m’affiora un verso che vorrebbe dire di donne veneziane che vanno varcando l’acqua e la luna, che vanno rasciugate di materia e fatte forma, ma confondo la Laguna, la Senna e il Reno e ti ascolto, mia Parigi, mia acqua dove a rinascere avrei poemi (e quanti!) (ancora) da scrivere.

Scritto 14

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

È vero che si abita sempre uno status transitorio e di esilio – o forse è la derivazione da habere (avere, possedere) che induce a commettere un errore concettuale e non solo: abitare come tentativo di possedere o come habitus, consuetudine e costume (e tutto questo non è, ai miei occhi, un fatto esclusivamente linguistico).

Diversamente, forse, accadrebbe se, in una lingua non indoeuropea, potessi esprimere il concetto con qualcosa che fosse possibile tradurre come “mi viene a essere, mi sopraggiunge lo stare / il ritrovarmi / il fermarmi qui”.

In tal modo l’esilio assumerebbe, forse, fattezze più dolci e accoglienti, perderebbe l’estraneità e la violenza dell’aggressione, del malcelato essere sopportati e/o tollerati. L’abitare non avrebbe (appunto!) la sua preoccupante tendenza a essere possesso ed esclusione, aggressione e affermazione di un confine.

Nell’esilio / Il ritmo dell’andare (dedicato a W. G. Sebald)

Il dispiegarsi dell’opera sebaldiana parte da due concetti fondanti: il valore (altissimo) della letteratura e la necessità etica di fare i conti con il passato – e con il presente in quanto figliato da quel passato.
La letteratura non è momento di svago o elegante ornamento della vita borghese o vituperata attività da intellettualoidi con tanto tempo da perdere, ma inflessibile interrogare il mondo e la storia, o, ribaltando la prospettiva ma senza che il nucleo fondante muti, sono il mondo e la storia a interrogare, traverso la letteratura, lo scrittore e il lettore.

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