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Hairesis

Francesco Marotta - Hairesis

Il libro si può richiedere qui.

Il sito della casa editrice
Terra d’ulivi Edizioni.

La pagina fb della casa editrice.

 

 

 

parlami dei paesaggi
dove i tuoi figli sbagliano lo sguardo
tu che hai il profumo di chi rimane
dopo aver perso labbra di domanda

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Totem

Ghenzovich, Totem

Fabia Ghenzovich

“La brevità dei testi sembra il centro di un canto che si snoda come il corpo del serpente, di fatto emblema di vita e di legame tra questa e l’altra, vita anch’essa oltre la morte, sostanza profonda della Loba, come se in fondo al movimento imposto da questo farneticante mondo, ci fossero impronte fresche che si conoscono e ci additano, quelle che sono certamente le pericolose calate, le rocce aguzze e i crepacci da cui diventa difficile uscire soli.” […]

(Fernanda Ferraresso, da qui)

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Maremarmo

F. Ferraresso, Maremarmo

Fernanda Ferraresso

Le parole di MAREMARMO scorrono fluide, interminabili, allagano lo sguardo, arrivano a cingere la vita, bloccano le spalle, il collo.
Lo spazio di ascolto diventa abisso. Il lettore trama il suo abisso attraverso un alfabeto, non verbale ma interiore, scioltosi dal ghiaccio che ha “chiacchierato” vento nella sua bocca.
La scrittura che Fernanda Ferraresso taglia e ricuce s’inchiostra dentro l’o(re)cchio, è un gesto di occhi spalancati, è il buio abitato dentro un’acqua fatta di milioni di respiri.
Parole che emettono brusio, parole-bocche, echi di cui mangiamo tutti, rendendo “commestibili” le nostre notti divorate dai sogni.
Casa non è più la tenda di carta su cui insistiamo il passo, non è forma né luogo di semi quel mare-marmo, dura mater o pia mater, involucro del nostro cervello.
E’ terrore che assale colui che è essere muto, in attesa che giunga per lui un luogo, un tempo, per assumere voce e figura.
E’ pensiero ustionato quello che pietrifica, sorprendendoci svegli, immobilizzati nel fondo insondabile di ogni cecità, la nostra umana cecità.
L’occhio guarda, legge, raccoglie segnali poiché tutti noi transitiamo i mari del tempo,tenendoci a galla, mantenendoci alla riva per non essere sommersi né espulsi. […]

(Elina Miticocchio)

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Ortografia della neve

Francesco Balsamo

Francesco Balsamo

Sembra che non ne abbia abbastanza d’inchiostro. Ha una scrittura leggera, la neve e, lenta, ma fitta, depone i suoi segni, in un’ampiezza che va oltre la cova del tempo, come da un pennino fatto a foglia. Scrive, la neve, con una china diluita nel solvente delle nuvole, ed è come memoria, che s’inbrina in ogni minuscola farfalla di gelo. Qualcosa s’imbriglia e vediamo, finalmente. Nelle maglie della rete c’è qualcosa che, dentro, era corsa come acqua e aveva sedimentato, scritture che non leggevamo più. Servono lampade, dietro la lavagna del ricordo, dentro cui si è deposto il bianco del gesso, la riga elementale della sostanza, che ci tiene in piedi, parola, nella guancia della vita, che ci nevica addosso, un abito da leggere. Ma non si lascia trattenere, la neve, sotto il violento bagliore della lampada. Si sfalda, segno per segno, nella gola, dopo che nel bicchiere l’hai raccolta per mangiartene un po’. Quella carne bianchissima, quel lievito degli angeli, o il fiato dei morti, forse. Forse il giocattolo di dio. Lo zero matematico, di un insieme ricomposto, che tutto trattiene nell’appartenenza ad una retta, nell’infinito annodata ad altre, grafie dello stesso universo, di un inverno che si fila, che si affila nel ricordo. […]

(Fernanda Ferraresso, da qui)

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Nel lusso e nell’incuria

Fernanda Ferraresso

Da quando scrivo non faccio che guadare segni, guardo i disegni di quei miei parenti preistorici, padre e madre in un solo graffio dentro il mio corpo e dentro lo sguardo. E’ per questo che dico di vedere: vi-deo, un colpo d’occhio, un corpo sotto il corpo della vista e me, che m’incerchio di parole da d-ire, indi-canto il labirinto, il misterioso tempio, l’empio mio ubbidire alla carne, opera operata dal dio, di-retto sconosciuto verso in cui mi riverso senza sapere, senza minuta opera munita d’intelletto, separata memoria del crimine, io, figlio del dio che scopre la sua carne (a)belante, casa del trasloco, fuori da un cerchio senza centro.
Mutabile, temporale, soggetto è il divenire, l’essere il gioco di altri se stessi che si mostrano nel mondo, l’essere è questo lasciarsi mostrare negli eventi.

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