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Blanchot, il neutro, il disastro

Giuseppe Zuccarino
Maurice Blanchot

Nel primo dei suoi testi esplicitamente volti a commentare i libri blanchotiani, Emmanuel Levinas esordisce in questi termini: «La riflessione di Maurice Blanchot sull’arte e la letteratura ha le più alte ambizioni. L’interpretazione di Hölderlin, Mallarmé, Rilke, Kafka, René Char, che egli offre nella sua ultima opera [L’espace littéraire], va più in profondità rispetto a qualunque critica vigorosa, e l’opera si situa in effetti al di là di ogni critica e di ogni esegesi. E tuttavia egli non tende alla filosofia. Non che il suo proposito sia inferiore a una tale misura – ma Blanchot non vede nella filosofia l’ultima possibilità». Chi meglio di Levinas poteva sapere che la formazione iniziale di Blanchot era stata quella di un filosofo? I due, infatti, si erano conosciuti e avevano avviato la loro lunga amicizia nel 1926, all’Università di Strasburgo, dove entrambi si interessavano soprattutto di filosofia. Levinas ricorda che le sue conversazioni con l’amico «dipendevano anche dall’interesse che egli ha avuto molto presto per quelle cose fenomenologiche di cui mi sono occupato», e Blanchot riconosce di dovere al suo interlocutore «l’approccio a Husserl e anche ad Heidegger». Continua a leggere Blanchot, il neutro, il disastro