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Nel gesto incompiuto della scrittura

Marco Ercolani

Dopo Antiterra (I libri dell’Arca, Joker, 2006), in cui aveva riunito gli editoriali scritti per “Anterem” dal n. 51 al n. 71, in L’esperienza poetica del pensiero (Nuova Limina 2022) Flavio Ermini completa l’opera raccogliendo quelli scritti, sempre per “Anterem”, dal n. 72 al n. 100.

Inizieremo questa breve prefazione proprio a partire dall’editoriale dell’ultimo e definitivo numero della rivista, Da un’altra lingua. Anterem 1976-2020, totalmente votato alla traduzione di testi poetici: la coerenza di una vita dedicata all’ostinata riflessione sulla “parola come inizio” traspare dalle brevi righe finali: 

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“Il castello di Apice” di Giancarla Frare

Il “mio” primo labirinto è stato il Castello dell’Ettore, ad Apice, nel Sannio, dove ho vissuto gli anni della mia infanzia, a seguito della mia famiglia. Un microcosmo, un hortus conclusus da cui raramente mi allontanavo perché tutto vi era compreso: l’asilo, la scuola elementare, le carceri, il ricovero dei cavalli, l’abitazione del nobile proprietario. Alcune botteghe artigiane e le due case di chi vi abitava. Una era la mia. Il castello, in parte distrutto dal terremoto del Sannio e recentemente restaurato, è stato oggetto di mie ripetute riprese fotografiche e filmiche, che, come il racconto, hanno individuato i nodi fondamentali di memoria del luogo, creando una rete di relazioni che, come rami di un albero, sovrappone i piani di lettura di un vissuto. Come Dedalo ho costruito il mio labirinto, fatto di molte variabili. Tentando poi di trovarne una, di uscita, come Teseo. E di liberarmene.

(Giancarla Frare, qui Il catalogo della mostra;
qui notizie sulla mostra.)

Le voci ustionanti della gioia

Nota di lettura di
Flavio Ermini
a Fuochi complici
di Marco Ercolani

 

La poesia ritaglia nella stoffa dell’angoscia la gioia della creazione. Un semplice lamento senza gioia non sarà mai un canto.
Leggiamo quanto scrive Marco Ercolani in Fuochi complici.
Ma poi leggiamo anche l’ultima lettera scritta da Heinrich von Kleist, prima di darsi la morte con Henriette Vogel sulla riva del Wannsee la mattina del 21 novembre 1811. È indirizzata all’amata sorella Ulrica e segnala il persistere dell’ombra nella mappa aurorale del nuovo giorno. Continua a leggere Le voci ustionanti della gioia

Quaderni delle Officine (LXXXV)

Quaderni delle Officine
LXXXV. Febbraio 2019

quaderno part_ b_n

AA. VV.

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Degli incerti umani
(per Domenico Brancale)

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Geologia di silenzi

Gian Giacomo Menon

orlo della terra e dell’acqua
dove ritorna e viene il bisbiglio
fondo obliquo di squali
la gola semplificata dalla fame
emerge il guscio abitato dalle onde
nelle notti di pesca
preghiera di amare icone
non fanno presa gli uncini sono strappate le reti
aprire le maschere marine profezia di sepolture
per gli uomini gonfiati dal vento
e io nudo sulla sabbia
sgretolato palco di ossa polvere di granchi
farmi crosta di sale
tu altra di sentenze anatema di furore
con bastoni e conchiglie
nell’ultimo insulto a carpirmi la cifra

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Gian Giacomo Menon
Geologia di silenzi
Introduzione e cura di Cesare Sartori
Saggi critici di Flavio Ermini e Giacomo Trinci
Verona, Anterem Edizioni/Cierre Grafica
Collana “Itinera”, 2018

Ricordando Franco Cavallo

franco-cavallo-1 Franco Cavallo

(da: L’alfabeto dei numeri,
Edizioni di “Altri Termini”, 1981)

5, 6, 7, 8,
per Cinque
per Sei
per Sette
per otto
lo spostamento verso est
avviene
attraverso una palude misteriosa
costellata di scheletri
di
mohicani

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Essere il nemico

Essere_il_nemico_-_Copertina

Marco Furia
Flavio Ermini

Essere è dire

“Essere il nemico”, di Flavio Ermini, è davvero, come recita il sottotitolo, un “Discorso sulla via estetica alla liberazione”.
Già dalle prime pagine, l’autore esprime con chiarezza le sue opinioni.
Poiché la mentalità mercantile e affaristica, dominata dal culto del denaro, “è penetrata in ogni piega del tessuto umano, la rivoluzione non va più immaginata soltanto come rovesciamento del potere della classe dominante, ma va soprattutto pensata come rottura delle gerarchie repressive interne ai singoli individui di tutte le classi”.
Anche la mitica classe operaia, insomma, non può più aspirare a essere la forza liberatrice per eccellenza, poiché anch’essa è stata coinvolta in un processo di adeguamento e poiché, in ogni modo, “Per vincere è necessario riaprire l’orizzonte della liberazione; ci vuole qualcosa che metta in discussione lo Stato (non dunque la semplice sostituzione di uno Stato con un altro, com’è di fatto sempre accaduto, anche nel Novecento con le rivoluzioni proletarie)”.
Qual è, allora, la prospettiva politica? Continua a leggere Essere il nemico

Il secondo bene

Gabriele Gabbia
Flavio Ermini

Impossibile avere esperienza della morte, che sarebbe il compimento dell’esperienza umana, che si compie appunto quando non è più possibile esperire. Forse, per averne una sorta di figura, dobbiamo cercare altrove, forse in questi frammenti di morte che sperimentiamo per esempio quando siamo esiliati sul confine tra la veglia e il sonno. I pensieri si slabbrano, sembrano uscire da noi in lembi, che scivolano in una buia palude, o in lancinanti frammenti, in schegge che feriscono la coscienza fino ad annullarla in una sorta di malattia. Ci si aggrappa a un ricordo, e il ricordo sfugge e ci si dimentica persino di aver per un attimo ricordato. Si cerca di comporre la geografia di ciò che nel buio ci sta intorno, e tutto si confonde in una sorta di agglomerato di sensazioni strane. Si invoca il sonno che sprofondi il tutto, e nello stesso tempo in cui lo si invoca sentiamo che si casca nel sonno, si sprofonda appunto in esso, come in un abisso. E proprio su questo bordo siamo trattenuti. È la condizione umana. (Franco Rella, dalla Postfazione)

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Il libro delle somiglianze

Edmond Jabès

Edmond Jabès è uno dei più importanti scrittori di lingua francese del Novecento. Nato al Cairo nel 1912, nel 1955, in seguito alle leggi antiebraiche promulgate da Nasser, si trasferisce a Parigi dove muore nel 1991. Continua a leggere Il libro delle somiglianze

Disputa cometofantica

Lucio Saffaro

Disputa cometofantica è una narrazione in forma di poesia. Della narrazione ha tutte le caratteristiche: c’è una vicenda, c’è un paesaggio, ci sono dei personaggi” scrive Flavio Ermini nell’introduzione a quest’opera inedita che è l’ultimo lavoro di Saffaro, terminato pochi mesi prima della morte, e ci viene consegnato come un enigma testamentario.

Un’interrogazione sul linguaggio e sulla lingua degli umani che si scoprono dotati di parola in grado quindi di nominare e di numerare con uno “strumento già accordato fin dal principio” pronto all’uso della comunicazione. Lucio Saffaro anche in questo lavoro completamente inedito rappresenta una personalità intellettualmente poliedrica, il cui particolare sguardo attento e originale sull’esistenza non smise mai di indagare in modo interdisciplinare tra letteratura, arte e scienza.

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Sull’opera “Il compito terreno dei mortali”

Elena Corsino

Sull’opera
Il compito terreno dei mortali
di Flavio Ermini

Prefazione di Vincenzo Vitiello
(Milano-Udine, Mimesis Edizioni, 2010)

 

E sotto il cielo fugace del purgatorio
Noi dimentichiamo spesso che
La custodia celeste e gioiosa
È la casa terrena che si distende.

Osip Mandel’štam(1)

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Essere e abitare

Tiziano Salari

Tiziano Salari descrive un percorso che non indica un andare oltre, più lontano, né un tornare indietro sui propri passi.
Denuncia uno smarrimento.
Ciò che in Essere e abitare Salari indica è ciò che si sottrae.
Indica l’Holzweg, il sentiero che si smarrisce nel bosco.
Il cacciatore delle idee, osserva Giordano Bruno, deve perdersi nella selva. E lì additarla, mostrarla come un segno che nulla indica.

Nel tentare una nuova e inesplorata teoria della conoscenza, Salari si espone al rischio totale del fuori. Nell’accogliere nuove forme di pensiero mostra che l’idea di fondamento è tramontata. Continua a leggere Essere e abitare

Il compito terreno dei mortali (II)

Stefano Guglielmin
Flavio Ermini

L’estensione e il pensiero, i due attributi conoscibili della sostanza spinoziana, trovano ne Il compito terreno dei mortali (Mimesis, 2010) di Flavio Ermini la vista e la voce quale modi privilegiati della soggettività, che rende conto della macerie terrestri proprio descrivendole nei particolari emblematici e visibili (la crepa, il sangue, le ombre, l’affiorare rasoterra ecc.), entro un tono di voce disincarnato, quasi provenisse dai miasmi ipogei, per sgorgare in superficie, oppure scendesse dal cielo, sempre grave sopra i mortali, che nascono “scostando di poco una pietra tombale”, per declinare via via, come un ramo carico di foglie.

(Continua a leggere la nota critica di Stefano Guglielmin su Blanc de ta Nuque)

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