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Io abito un dolore

………………….René Char

……Non lasciare che a guidare il tuo cuore siano quelle tenerezze parenti dell’autunno che ne ripetono la placida andatura e l’affabile agonia. L’occhio fa in fretta ad invecchiare. La sofferenza conosce poche parole. Prova a coricarti deponendo ogni affanno: sognerai del giorno che viene e il tuo sonno sarà tranquillo. Sognerai che la tua casa non ha più finestre. Sarai impaziente di unirti al vento, al vento che percorre un anno in una notte. Altri canteranno di unioni armoniose, di corpi che personificano soltanto la maledizione della clessidra. Tu condannerai la gratitudine che diventa un rituale. E domani ti identificheranno con qualche gigante dissociato, signore dell’impossibile.

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La testa di Paul Verlaine

Jean-Michel Maulpoix

      La testa di Paul Verlaine

    Il primo gennaio alle tredici un piccione si è posato sulla testa calva di Paul Verlaine.
    Anche quest’anno non nevicherà. Arthur continua a camminare rasente i muri. Ha con sé uno zaino di cuoio.
    Marie ha due buchi rossi sul fianco destro. Dorme. Il mento contro il petto. Un bel sonno da immagine dipinta.
    Il sole entra dalla finestra. Le mie giornate sono caratterizzate dalla prosa. Il mondo mi porta notizie.
    Leggo nei giornali frasi senza testa né coda, storie di omicidi e di bombardamenti.
    Passo in rassegna le disgrazie degli altri come un erbario di piante morte e di lacrime essiccate. Continua a leggere La testa di Paul Verlaine

    Requiem di guerra

    Franck Venaille

    “mistero della poesia che porta in sé questo slancio
    questo richiamo alla vita
    fin dentro l’arena dove gli uomini,
    ben presto, dovranno
    morire”

    (Testi tratti da Requiem de guerre, 2017)

    Ho deciso di morire prima di nascere. Altrimenti è impossibile andare avanti. Qualcuno doveva dare l’esempio. Dovevo farlo. Ho mischiato la mia voce a quella degli altri. Fino ad allora era impensabile. Povero tra i poveri. Non è possibile. A volte parlavo con un cane. Gli tiravo il guinzaglio affinché si avvicinasse e sentisse meglio quello che gli dicevo. Devo rivelare tutto. Raccontare la storia della medicina. Perché io? Perché ho saputo rinunciare alla vita in tempo. Continua a leggere Requiem di guerra

    La grotta silenziosa

    Yves Bergeret

    Il dialogo creativo tra me e Maya Mémin ha avuto inizio trent’anni fa, e non si è mai interrotto. Insieme abbiamo spesso esposto in Bretagna e a Parigi e realizzato nella sua stamperia a Rennes parecchie edizioni di libri per bibliofili. Ho sempre sentito e compreso il lavoro di Maya Mémin, grazie alla maestria del colore a stampa, come la traccia di luce che ci offrono lo spazio, il mondo e la vita con le loro grandezze e i loro inciampi, le loro libertà e le loro profondità, che Maya Mémin depone sulla carta facendo girare la grande ruota della sua macchina stampatrice.
    Philippe Miénnée, che ci ha riuniti per la sua rivista, ci dà la possibilità di far capire che un’opera non è certamente il frutto della rilucente sensibilità di qualche essere tutto compreso nella sua interiorità, che se ne sta in disparte, lontano dal mondo; ma che, al contrario, essa è una domanda senza compromessi sull’impressione che il mondo, in faticoso travaglio, lascia sul nostro corpo e sul nostro spirito; una domanda sullo slancio che ci piacerebbe imprimere al movimento della parola e della vita in cammino nel mondo, una domanda sull’impressione semplicemente umana che vorremmo suggerire alle nostre sorelle e ai nostri fratelli compagni di strada, tenaci e liberi costruttori come il tipografo e come noi stessi.

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    La scimmia all’aperto

    Roberto Bolaño

    LA SCIMMIA ALL’APERTO
    (EL MONO EXTERIOR)

            Tratto da I cani romantici
            (Los perros romaánticos)

    Hai presente il Trionfo di Alessandro Magno, di Gustave Moreau?
    La bellezza e il terrore, l’istante di cristallo in cui si spezza
    il respiro. Ma tu non hai indugiato sotto quella cupola
    nella penombra, sotto quella cupola illuminata dai feroci
    raggi di armonia. E nemmeno ti si fermò il respiro.
    Camminasti come una scimmia instancabile tra gli dèi
    perché sapevi – o forse no – che il Trionfo dispiegava
    le sue insegne nella caverna di Platone: immagini,
    ombre senza consistenza, sovranità del vuoto. Tu volevi
    raggiungere l’albero e l’uccello, i resti
    di una misera festa all’aperto, la terra deserta
    innaffiata col sangue, la scena del delitto dove pascolano
    le statue dei fotografi e degli sbirri, e la bellicosa vita
    senza riparo. Ah, la bellicosa vita senza riparo.