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Tre dei quattro soli (I, 1)

Verso la fine dell’anno scorso, grazie a una casuale e felicissima coincidenza, sono riuscito a recuperare un po’ di materiali (alcuni libri, qualche disco, una decina di quaderni) che credevo perduti per sempre. I quaderni, di quelli a righe con la copertina nera in uso nella scuola di un tempo, risalgono agli anni Ottanta e contengono testi di varia natura scritti nel corso di quel decennio. Parecchie pagine sono praticamente illeggibili o quasi (scoloritura dell’inchiostro, umidità, polvere, macchie più o meno estese di muffa), ma con molto impegno e tanta pazienza sto riuscendo lentamente a ricopiare alcune scritture. Continua a leggere Tre dei quattro soli (I, 1)

Godzilla in Messico

Roberto Bolaño

GODZILLA IN MESSICO

Ascolta quello che ti dico, figlio mio: le bombe cadevano
su Città del Messico
ma nessuno sembrava rendersene conto.
L’aria diffuse il veleno attraverso
le strade e le finestre aperte.
Tu avevi appena mangiato e stavi vedendo alla tele
i cartoni animati.
Io leggevo nella stanza accanto
quando mi accorsi che stavamo per morire.
Nonostante il malessere e la nausea mi trascinai
fino alla sala da pranzo e ti trovai sul pavimento.
Ci abbracciamo. Mi domandasti cosa stesse succedendo
e io non ti dissi che eravamo nel programma della morte
ma che stavamo per iniziare un viaggio,
uno splendido viaggio, insieme, e di non avere paura.
Andandosene, nemmeno la morte
ci chiuse gli occhi.
Che cosa siamo?, mi chiedesti una settimana o un anno dopo,
formiche, api, cifre sbagliate
nella grande brodaglia putrida del caso?
Siamo esseri umani, figlio mio, quasi uccelli,
eroi pubblici e segreti.

(da qui)

Pietre

Rito dogon Toro nomu, Mali, 2007

Sulla macina dormiente, la donna di Koyo fa rotolare la pietra, che chiamano rotella, che chiamano anche trituratrice. Così produce lentamente la farina. Annerita dal seme, annerita dalla mano, annerita è la pietra. La pietra macina bene solo se la donna, con voce lieve, intona per lei il “canto della mola”. Cibo è parola nella farina, farina nella parola. “Ti faccio dono in segreto di questa pietra misteriosa che vive da mille anni. E’ stata posta e ancora ripetutamente posta, per perpetuare la vita, sotto la base di case di pietra e di terra che le tempeste abbattono. Metti questa pietra-parola sotto la tua dimora, mai vi entrerà la fame.”

Cima dell’Estrop, valle dell’Ubaye, 1990

Lenta ascesa verso la cima di arenaria, una lunga lastra sommitale inclinata, frammentata: è la pagina che il vento del prossimo millennio girerà, prima che finisca di scriversi assumendo l’aspetto dei fossili. Ho preso in prestito questo triangolo che il fondo dell’oceano amava prima di ogni comunità umana. Scendendo a valle il terzo giorno, mi sono reso conto che lo zaino, la pietra e la memoria universale erano troppo pesanti per la mia sola schiena.

Yves Bergeret, Des Pierres,
Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta.

Scritto 12

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Yves Bergeret impiega l’espressione “poème calligraphié” per indicare le sue opere manoscritte e dipinte su carta; non ci si faccia trarre in inganno dall’assonanza con l’eventuale vocabolo italiano “calligrafato” o simili: Yves stesso spiega di voler associare in un unico risultato (artistico e concettuale, storico e antropologico, aggiungo da parte mia) la scrittura in alfabeto latino e il gesto pittorico, ritmico, fluido e dinamico: è l’indicazione di una precisa postura etica e storica che vuole indicare una strada radicalmente altra rispetto alle compiaciute masturbazioni cui si abbandona la grande massa di scribacchini attualmente in attività. Scrivere è il gesto della mente che, immersa in un preciso contesto e di questo totalmente consapevole, si compie sotto forma di parola-segno e di parola-movimento.
Francesco Marotta traduce puntualmente Bergeret con una dedizione commovente e con una bravura e un coinvolgimento tali, per cui si ode chiara e originale la voce del poeta campano, se ne individuano con sicurezza le scelte stilistiche ed etiche (stile ed etica, nelle scritture che obbediscono a un progetto ben determinato e a una chiara consapevolezza artistica storica e politica, coincidono perfettamente). L’universo di Koyo, fattoci conoscere dal poeta francese, rappresenta quello che l’Occidente ha perduto (ma non in maniera del tutto irreparabile) e il tempo sospeso è quello della lettura e della scrittura, del gesto libertario della mente quando pensa e della mano quando disegna e scrive, tutto dimorando dentro non illuse e non vagheggianti (calli)grafie, ma invece agoniche e coscienti della violenza e del sopruso contro cui devono muoversi.