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Fossili di luce

Francesca Woodman: Untitled, Rome, 1977-1978.
Marianne Breslauer: Défense d’afficher, Paris, ca. 1936.

Lightfossil. Sentimento del tempo in fotografia e letteratura di Beatrice Seligardi (Postmedia books, Milano 2020) è un libro bellissimo: per la sua strutturazione concettuale e il percorso sia conoscitivo che espositivo che segue, per il non lieve impegno di pensiero, per lo stile elegante e raffinato, per la bruciante passione che pur ben si riverbera attraverso il rigore e la precisione scientifica sia dello studio che delle fonti documentali di riferimento, per il tema scelto, per gli artisti di cui si discute.
Sono due citazioni a fare da viatico all’opera; la prima è di uno dei migliori intellettuali e studiosi europei viventi, Georges Didi-Huberman, che nell’Immagine insepolta scrive: «[…] l’abito, lo slancio, la passione e la forza sono in movimento. Ma tutto ciò rimane “latente”, come bloccato in una “semi-immobilità”, fissato nella pietra degli antichi bassorilievi»; il secondo esergo è di Deborah Levy (da The Cast of Living): «”We don’t need to tell the past through flashbacks”, I said, but when asked to explain how it might reveal the past in another way, I found myself stuck for words». Continua a leggere Fossili di luce

Indagini su un poliedro

Giuseppe Zuccarino

Indagini su un poliedro

È una strana scelta, da parte del filosofo e critico d’arte Georges Didi-Huberman, quella di dedicare un intero volume all’analisi di una specifica opera di Giacometti, a sua volta piuttosto insolita, Le Cube[1]. Si tratta di una scultura a prima vista astratta: non un cubo, a dispetto del titolo, bensì un poliedro a dodici facce (tredici, se si conta anche quella che poggia sul basamento). L’artista svizzero l’ha dapprima realizzata in gesso, nel 1934, e solo assai più tardi l’ha fatta fondere in bronzo. Le facce sono diseguali per forma e dimensioni, e presentano qualche irregolarità sulla superficie. È in causa dunque un prodotto sfuggente, «troppo poco rigoroso per essere “costruttivista”, troppo poco analitico per essere “cubista”, e troppo geometrico per raccontare una qualsiasi storia»[2]. Giocando sulla particolare struttura di quest’opera giacomettiana, Didi-Huberman suddivide il proprio libro in dodici capitoli (preceduti e seguiti da un prologo e un epilogo, entrambi intitolati Face enterrée); ogni capitolo, pertanto, corrisponde idealmente a una delle facce del Cube.

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Danzare con le immagini

Giuseppe Zuccarino

Aperçues è uno dei libri più singolari di Georges Didi-Huberman. Raccoglie numerosi testi brevi (ognuno dei quali reca un proprio titolo e una precisa data di composizione) che riguardano immagini, non tanto analizzate per esteso quanto piuttosto «intraviste» (è questo il significato del titolo). Il medesimo concetto viene ribadito nell’epigrafe, tratta da un discorso del poeta tedesco Paul Celan: «E cosa sarebbero allora le immagini? Ciò che una volta, e ogni volta è l’unica volta, è soltanto qui e ora, viene intravisto e ha daessere percepito». Conviene parlare genericamente di immagini perché, nella sua vasta produzione saggistica, Didi-Huberman non si è interessato soltanto alle opere d’arte pittoriche o scultorie – antiche, moderne o contemporanee che siano –, ma ad ogni sorta di elementi visivi (stampe, manifesti, fotografie, video, film, ecc.). Egli potrebbe, come Baudelaire, definire le immagini «la mia grande, la mia unica, la mia primitiva passione», nel senso che le considera, oltre che come fonte di fascino, anche come oggetto di un’inesausta riflessione.

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