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MG: la gente non sa cosa si perde

giovenalePREMESSA:

Quelle che Marco Giovenale compie in La gente non sa cosa si perde (Tic Edizioni, Roma 2021) sembrano campionature di frammenti del parlato e assemblaggi di materiale linguistico eterogeneo, una sorta di reperti dal nostro tempo; sono, in realtà, (e come sempre nell’opera di Giovenale) calibratissimi testi nei quali scorgo, contemporaneamente, ironia e pietas.

L’ironia (unita a un’agguerritissima lucidità) è lo strumento principale capace di cogliere, nel linguaggio e traverso il linguaggio, contraddizioni e aberrazioni del reale: la pietas (di totale impronta laica e antimetafisica, ovviamente!) si esercita, sempre tramite la scrittura, nei confronti dei minuti (anche questo libro potrebbe essere in parte considerato un nuovo capitolo della storia dei minuti) le cui ombre e nomi (i quali, però, non scalfiscono minimamente… l’anonimato che sembra caratterizzare le vite nella nostra contemporaneità) appaiono in taluni dei testi per dar vita a un racconto collettivo di solitudini, frustrazioni, alienazioni, reificazione delle persone e delle professioni, dei rapporti interpersonali e delle memorie individuali.

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Le fontane di Za’atari

Za’atari, in territorio giordano a pochi chilometri dal confine siriano, è attualmente una città di circa 80000 abitanti (la quarta della Giordania) – in realtà Za’atari è costituita da costruzioni provvisorie perché essa è uno dei più estesi campi-profughi del mondo sorto a partire dal 28 luglio 2012 per ospitare le persone in fuga dalla guerra civile siriana. Ma Za’atari s’impone come esempio di un modo possibile di ripensare la città stessa oltre che i campi per i rifugiati; secondo le stime dell’UNHCR un campo profughi ha una durata media di 17 anni, il che significa che la sua iniziale provvisorietà si trasforma in una sorta di stabilità nel tempo e a Za’atari ci sono infrastrutture all’avanguardia, dal fotovoltaico all’impianto di depurazione delle acque grigie, alla rete idrica in conformità con gli standard nazionali giordani, vi si sperimentano nuovi modelli di distribuzione degli aiuti che hanno permesso la crescita di un’economia interna molto vivace, animata da più di tremila attività commerciali. Le persone hanno trasformato le tende del periodo iniziale in costruzioni provvisorie sì, ma concepite secondo la tradizione del Vicino Oriente, per cui le stanze costruite con pannelli di legno o di metallo e i caravan sono stati disposti a formare moltissimi cortili al cui centro sono state costruite delle fontane: si tratta dei cortili privati in cui le persone si raccolgono per incontrarsi e stare insieme. Continua a leggere Le fontane di Za’atari

Scritto 55

«Nel progetto per l’ingresso nello IUAV che gli era stato affidato negli anni sessanta dal consiglio dell’Università e per il quale gli era stato chiesto di utilizzare una porta di pietra d’Istria ritrovata durante i lavori di restauro del Convento dei Tolentini, Carlo Scarpa decise di adagiare la porta al suolo e di immergerla nell’acqua. Ed è così che chi entra nell’ex-convento dal campazzo omonimo la può oggi vedere – non senza stupore – nell’esecuzione postuma del progetto realizzata venti anni dopo da Sergio Los. La collocazione orizzontale di una struttura per essenza verticale qual è una porta non può non essere stata attentamente meditata. […] La porta adagiata non è una porta-serramento e l’acqua che la ricopre significa che essa non potrà mai essere chiusa. (Del resto Venezia – di cui la porta di Scarpa è, forse, qualcosa come un’invocazione – non ha bisogno di porte: per entrarvi occorre attraversare una soglia, che è l’acqua della laguna, così come, per accedere alla porta sommersa, occorrerebbe mettere i piedi nell’acqua). Ma non è neppure una porta-soglia, dal momento che la collocazione orizzontale sembra esibire l’impossibilità di attraversarla. In modo simile, nella decorazione di palazzo Abatellis, Scarpa aveva sospeso un portale gotico di pietra a mezz’aria su una parete, dove nessun accesso era possibile. Se la porta non è un luogo, ma il passaggio e l’adito fra due luoghi, qui sembra diventare essa stessa un luogo – forse il luogo per eccellenza, il cui possibile uso non è, però, ancora chiaro. In ogni caso, la porta adagiata delimita ora uno spazio in cui sarebbe possibile camminare, soffermarsi a meditare, esitare, forse perfino abitare – ma non chiuderla né semplicemente attraversarla. L’adito è diventato un ambito: il varco da un luogo a un altro, espresso dalla preposizione ad, cede il posto al percorso – espresso dalla particella ambi – che fa il giro di un certo territorio, ne segue pazientemente il contorno» – Giorgio Agamben, Quando la casa brucia, Giometti & Antonello, Macerata 2020, pp. 23, 24 e 27, 28. Continua a leggere Scritto 55

Scritto 47

Irma Blank: Orizzonte, 2005 (penna a sfera su poliestere).

(dedico questo scritto a Ida Travi)

Ma sono davvero vuote le stanze “vuote” dipinte da Gianfranco Ferroni?
Certamente no perché sono colme delle tracce di una presenza esattamente come il silenzio è colmo di riverberi di pensiero e di vita.

«La sua vita è irrefutabilmente presente anche se egli manca nell’immagine. Anzi, forse proprio per questo. […] la figura umana attesta la sua presenza nella pittura di Ferroni con più forza di quando vi è esplicitamente convocata. […] La voce che qui parla è quella di linee, velature e colori dai toni singolarmente quotidiani, algidi e sommessi. Questo pittore sobriamente, meravigliatamente profano trova il respiro esicastico di un mistico – quasi un inverno o un grigiore in Dio. Secondo l’antico aforisma, la pittura è qui veramente una “poesia che tace” (poiesis sioposa)» Giorgio Agamben, Studiolo (Einaudi, Torino 2019, pp. 51-53 passim). Continua a leggere Scritto 47

Tracce (1)

Avigdor Arikha: Paesaggio di Gerusalemme, litografia, 1978.

Il 17 ottobre 1969, il giorno stesso del ritorno dal suo viaggio in Israele, Paul Celan compone (e poi invia a Ilana Shmueli) questa lirica che sarà pubblicata nel libro postumo Zeitgehöft (1979 presso l’Editore Suhrkamp):

ES STAND
der Feigensplitter auf deiner Lippe,

es stand
Jerusalem um uns,

es stand
der Hellkiefernduft
überm Dänenschiff, dem wir dankten,

ich stand
in dir.

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La cripta e la fiamma

Marco Ercolani

La cripta e la fiamma

……1
……Proust afferma in Contre Sainte-Beuve: «I bei libri sono scritti come in una lingua straniera»1. Questa frase riassume bene l’idea di un viaggio interiore che si emancipa dalla ragione dominante. Il comune senso delle cose esige che esista una lingua originale e una lingua tradotta, ma la sensazione proustiana di una “lingua straniera”, aliena, conquista noi lettori, come se non appartenessimo mai totalmente a noi stessi ma sempre abitassimo al di qua o al di là dei nostri limiti, dentro una lama di luce obliqua che fa apparire il testo letto come uno strano meteorite, precipitato casualmente nella pagina, e che solo l’intuizione ci permette di gustare. L’intuizione, nel momento in cui è nostra, è anche lo strumento che ci guida fuori di noi. Continua a leggere La cripta e la fiamma

Filosofia del nome in Agamben

Luigi Sasso

Filosofia del nome in Agamben

……L’indagine sul linguaggio, sugli elementi che lo compongono, accompagna la storia del pensiero occidentale. Agamben ci ricorda, in Che cos’è la filosofia?, che il mondo antico non poteva riferirsi alla realtà delle cose in un modo che si pretendesse indipendente da come il mondo stesso «si rivelava nella lingua»1. E non a caso molti passaggi dell’opera di Platone, per ricondurci all’esempio più autorevole ‒ dal Cratilo al Sofista, dalla Settima lettera a un brano delle Leggi ‒ si soffermano sull’origine del linguaggio e in particolare dei nomi, sulla loro qualità (da alcuni ritenuta naturale, da altri convenzionale), sul rapporto tra nome e definizione, sulle possibilità che il linguaggio è in grado di offrire alla conoscenza. Continua a leggere Filosofia del nome in Agamben

Warburg e Agamben

Viana Conti

Il canto di Mnemosyne
per una Ninfa danzante.
Warburg e Agamben

……Ninfa. È il piede nudo, sollevato nel lieve incedere della fanciulla di un bassorilievo marmoreo trovato a Roma, quello che eccita il delirio erotico di Norbert Hanold, il giovane archeologo che ne chiede un calco al museo. Non cessando di contemplarlo, mentre la giovane avanza da tempi remoti, trattenendo, con grazia, le pieghe dell’ampio peplo bianco, Norbert le attribuisce il nome di Gradiva, «colei che risplende nel camminare». La figura di quell’archeologo nymphóleptos, posseduto dalla Ninfa, colto in un delirio feticistico, è protagonista del racconto di Wilhelm Jensen del 1903 intitolato Gradiva. Continua a leggere Warburg e Agamben

Quaderni delle Officine (XCIX)

Quaderni delle Officine
XCIX. Settembre 2020

quaderno part_ b_n

AA. VV.
(A cura di Giuseppe Zuccarino)

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Spazi di pensiero.
Un seminario su Giorgio Agamben

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Agamben e la Musa della filosofia

Tra il mese di settembre 2019 e il mese di febbraio 2020 si è tenuto a Genova, presso il Centro Former, un seminario sull’opera di Giorgio Agamben. Ai vari incontri hanno partecipato: Viana Conti, Dario De Bello, Gianfranco Di Pasquale, Marco Ercolani, Giuliano Galletta, Tommaso Gazzolo, Rossella Landrini, Luigi Sasso, Enrico Sciaccaluga, Giuseppe Zuccarino.
I materiali realizzati in quell’ambito saranno pubblicati in “Quaderni delle Officine”, Vol. XCIX, Settembre 2020.
Come anticipazione presentiamo il saggio “Agamben e la Musa della Filosofia” di Giuseppe Zuccarino.

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Scritto 25

Richard Serra: Drawing in Five Parts (2005).

C’è una presenza luminosa e feconda nella ricerca (non soltanto figurativa) di questi nostri anni ed è quella del magistero etico e artistico di Giorgio Morandi.
Tacita Dean gira nel 2009 nello studio bolognese del pittore due film, Day for Night e Still life: il primo, in 16 mm della durata di 10 minuti, è muto, il secondo, anch’esso in 16 mm, muto, dura 5′ 30”.

Tacita Dean letteralmente dipinge e scrive con il medium filmico, o meglio, la pellicola e il silenzio sono pittura e scrittura in atto, si danno mentre avvengono ed esse avvengono mentre interrogano il fare (facere) e il fatto (factum) dei Maestri: da qui nascono i film (eccezionali, di rara originalità e bellezza, capaci di porsi oltre il mezzo puramente cinematografico) dedicati a Mario Merz, a Merce Cunningham, a Michael Hamburger…

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Agamben e Mallarmé

Giuseppe Zuccarino

Il luogo ateologico della poesia.
Agamben e Mallarmé

Giorgio Agamben ha talvolta dedicato dei saggi ai simbolisti francesi dell’Ottocento, benché mai, specificamente, a Mallarmé. Questo non significa che il filosofo attribuisca al poeta una minore importanza, anzi i frequenti e significativi rimandi agli scritti mallarmeani che si incontrano nei suoi libri dimostrano l’esatto contrario. Tuttavia, dato che si tratta di passaggi brevi e allusivi, per poterli comprendere in maniera adeguata occorrerà cercare di contestualizzarli meglio e, per così dire, sciogliere le abbreviazioni.
Già in uno dei primi volumi di Agamben, Stanze, emerge il ruolo determinante che egli assegna a Mallarmé nello sviluppo della poesia moderna. Quest’ultima viene posta a confronto non con la produzione degli antichi, ma con la lirica medioevale. A giudizio del filosofo, nella poesia amorosa in lingua d’oc e d’oïl, così come nei testi dei siciliani e degli stilnovisti, si realizza qualcosa di raro e ammirevole: «Il vincolo pneumatico, che unisce il fantasma, la parola e il desiderio, apre infatti uno spazio in cui il segno poetico appare come l’unico asilo offerto al compimento dell’amore e il desiderio amoroso come il fondamento e il senso della poesia». In tale perfetta circolarità, la lirica amorosa del Medioevo «celebra, forse per l’ultima volta nella storia della poesia occidentale, il suo gioioso e inesausto “unimento spirituale” col proprio oggetto d’amore». […]

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Aprirsi all’erranza: su “Non abbastanza per me” di Stefano Scodanibbio

È sempre promessa (puntualmente mantenuta) di un entusiasmante viaggio intellettuale prendere in mano uno di quei volumi bianchi sul cui dorso, in basso, si riconosce l’umile figura di Robert Walser con il cappello in una mano e l’ombrello nell’altra: proviene da una fotografia scattata durante una delle quotidiane Wanderungen dello scrittore di Bienne ed è una sorta di presenza tutelare, comunque di promessa, come dicevo, e d’impegno intellettuale che la Casa editrice Quodlibet di Macerata si è assunta nei confronti dei propri lettori; il volume di cui desidero scrivere qui s’intitola Non abbastanza per me (scritti e taccuini) di Stefano Scodanibbio e regala gioia e il gusto della scoperta a chiunque, con atteggiamento appunto walseriano, desideri attraversare paesaggi di pensiero e di scrittura non scontati, non banali, non dozzinali.

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Sovranità e sacrificio

Giuseppe Zuccarino

Secondo la testimonianza di uno dei suoi più vecchi amici, l’antropologo Alfred Métraux, «i fatti e le teorie dell’etnologia hanno sempre esercitato su Georges Bataille una sorta di fascinazione»(1). E in effetti, fin dagli anni Venti del secolo scorso, lo scrittore e pensatore francese ha cominciato a familiarizzarsi con le opere di autori come Frazer, Durkheim e Mauss, da cui ha desunto vari elementi, per poi rielaborarli in maniera autonoma. Una di queste acquisizioni riguarda la natura ambivalente delle cose sacre. Durkheim aveva spiegato che «ci sono due specie di sacro, l’uno fasto e l’altro nefasto, e non soltanto tra le due forme opposte non c’è soluzione di continuità, ma uno stesso oggetto può passare dall’una all’altra senza cambiare natura. Col puro si fa l’impuro, e viceversa. È nella possibilità di queste trasmutazioni che consiste l’ambiguità del sacro»(2). Continua a leggere Sovranità e sacrificio

Ninfe

Rosa Pierno

Nella complessa ricognizione effettuata da Giorgio Agamben nel suo breve quanto intenso saggio “Ninfe”, il punto focale dell’indagine riguarda non il mito, ma l’immagine e le modalità in cui l’immagine può raccontare una storia. Agamben analizza il video di Bill Viola “Passion” in cui i personaggi apparentemente immobili, compiono invece impercettibili movimenti e, muovendosi, si caricano di tempo. I video di Viola “non inseriscono le immagini nel tempo, ma il tempo nelle immagini” e questo determina la possibilità della loro trasformazione nel tempo. Esse vivono in noi e assumono nuovi significati. Ma vi è un particolare modo in cui esse si caricano di senso: trascorrendo in un stato interstiziale: passaggio fra due istanti precisi. Agamben richiama un testo di Domenico, coreografo e maestro di danza alla corte degli Sforza di Milano e a quella dei Gonzaga a Ferrara, poiché nel suo testo è presente una particolare definizione di fantasma: “un arresto improvviso fra due movimenti, tale da contrarre virtualmente nella propria tensione interna la misura e la memoria dell’intera serie coreografica”. Memoria ed energia dinamica insieme.

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Idea dell’immemorabile – di Giorgio AGAMBEN

Idea dell’immemorabile

Svegliandoci, sappiamo, a volte, di aver veduto in sogno la verità con tanta palpabile chiarezza, da esserne perfettamente appagati. Ci viene, una volta, mostrata una scrittura che dissigilla a un tratto il segreto della nostra esistenza; altre volte, una sola parola, accompagnata da un gesto imperioso o ripetuta in una cantilena puerile, candisce in una luce di lampo un intero paesaggio di ombre, consegnando ogni dettaglio alla sua ritrovata e definitiva fattezza. Continua a leggere Idea dell’immemorabile – di Giorgio AGAMBEN