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Breve saggio sulle torri (e sulla letteratura)

Fra le molte torri che svettano nel paesaggio della letteratura (ma dovrei più appropriatamente dire della scrittura) quella nella quale più volentieri m’intrattengo è la torre di Monsieur de Montaigne.

In un’incisione del 1498 (Das Meerwunder) Albrecht Dürer raffigura una fanciulla che viene rapita da un mostro marino; dell’opera mi hanno sempre affascinato le torri e le fortificazioni sullo sfondo: la postura della fanciulla (una ninfa?), l’atto violento del mostro marino, l’insenatura e il paesaggio hanno, per me, il proprio punctum in una delle torri (in tutte contemporaneamente, o in una in particolare, non importa) dalle cui feritoie senza dubbio alcuno uno scrittore poliglotta guarda, inorridito, la scena lontana.
Il rapimento della ninfa, che priva quelle acque della loro grazia, è l’accadere (orrido e violento) che strappa lo scrittore al suo mondo d’erudizione mettendolo di fronte alla distanza che intercorre tra lui e la fanciulla che non potrà essere salvata. Continua a leggere Breve saggio sulle torri (e sulla letteratura)

Il vuoto tra le colonne

Fermo immagine dal film “Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera” di Kim Ki-Duk (2003).

 

Spesso mi accompagna questa poesia di Giulia Niccolai:

 

 

GIAPPONE

A Kyoto il tempio
dei 1001 Bodhisattva
ha nome Sanjusangen do
che vuol dire “33”.
Il salone che ospita le statue
dei 1001 Bodhisattva
è sorretto da 35 colonne.
33 sono gli spazi vuoti
t r a  l e  c o l o n n e.

Filosoficamente, il fatto
di dare il nome al tempio
in base al numero degli spazi vuoti,
dunque a ciò che non c’è,
può essere interpretato
come la garanzia più elegante,
squisitamente Zen,
di non escludere mai niente,
e nessuno.

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Meditazioni

Giulia Niccolai

“Quando, dopo un periodo di crisi da lei stessa illustrato, di fronte al brusco e angosciante ritorno dell’assurdo affida la propria sopravvivenza alla meditazione buddista, [Giulia Niccolai] non solo rilegge il suo passato sotto una nuova luce, ma riformula la questione del fantasma in quanto mera illusione. Leggendo le sue prose più recenti, si nota che da allora ella ha oscillato tra il sospetto che il buddismo renda superflua la poesia, relegandola tra le illusioni, e la fiducia che il buddismo, al contrario, possa costituire la suprema coincidenza tra l’uso artistico del linguaggio, comprensivo della sua contestazione, e la nuova dimensione di esistenza offerta. Ma il rapporto tra Maya e ciò che, indicibile e irrappresentabile, si situa oltre di essa, è estremamente problematico anche all’interno dell’arco delle scuole ermeneutiche buddiste, e comunque non si risolve in un necessario sacrificio dell’estetico. Continua a leggere Meditazioni