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Stanno bombardando la città. Me ne sto qui a rivedere le poesie. (Conversazioni con scrittori ucraini.)

Traduzione italiana di Pina Piccolo dell’originale inglese “They Are Bombing the City I Am Editing Poems”, di Ilya Kaminsky e Katie Farris, apparso il 28 giugno in Los Angeles Review of Books. Per gentile concessione degli autori.

Tratto da La macchina sognante


Ihor Pavlyuk, Lviv (Leopoli)

Nelle strade delle città e dei villaggi ucraini bombardati, i corpi dei bambini morti giacciono con i numeri di telefono indicati sulla schiena scritti dalle madri in modo che possano essere identificati in caso di morte delle madri… Una cosa del genere va oltre la letteratura. Questo orrore è già al di là di Stephen King. Perciò guardo sempre più dentro di me in questi tempi escatologici, parlo a me stesso, a Dio (cioè prego), ai miei antenati e discendenti (i miei figli e nipoti), perché in questi giorni mi muovo molto meno. Non mi sembra di essere cambiato molto, tranne che prego di più e dormo di meno. A Lviv, Leopoli, c’è ora un silenzio teso, lacerato dalle voci apocalittiche delle sirene che ci chiamano nei rifugi antiaerei.

Il mio motto di vita “Sono pronto a vivere per sempre, sono pronto a morire in qualsiasi momento” ha ora acquisito una manifestazione più concentrata perché la morte di una persona e dei suoi cari (che è molto più terribile) può essere portata in qualsiasi momento da un missile, e questo, misteriosamente, mi fa apprezzare ogni momento dell’esistenza terrena e pensare all’eterno.

Tuttavia, questa tensione permanente drena da ogni persona sia l’energia fisiologica che quella creativa sottile (poetica), quindi ora come ora non posso scrivere un romanzo o un dramma, persino questa intervista richiede un grosso sforzo … Eppure, sono particolarmente produttivo in questi giorni ansiosi per quanto riguarda il mio diario spirituale, di cui ho intenzione di pubblicare due volumi entro la fine dell’anno — se sopravvivo, se sopravviviamo…

Il tempo è ormai un metallo spaziale liquido, insanguinato: pesante e veloce allo stesso tempo, come un ippopotamo infuriato o un carro armato. I giorni scorrono, le settimane passano e i mesi volano. Hai colto il succo della cosa.

Come persona, prego sempre di più nel modo che mi ha insegnato mia nonna. Come cittadino, faccio volontariato.

Come poeta… Non vorrei essere poeta adesso perché è particolarmente doloroso. Preferirei diventare un soldato.

Ma non puoi cambiare la tua natura, nel bene e nel male… Si consiglia di preparare un kit di emergenza con l’essenziale in caso di evacuazione urgente durante un raid aereo. E mi sono reso conto che il mio avere più prezioso era la mia chiavetta USB con i manoscritti non ancora pubblicati.

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Pina Piccolo è una traduttrice, scrittrice e promotrice culturale che per la sua storia personale di emigrazioni e di lunghi periodi trascorsi in California e in Italia scrive sia in inglese che in italiano. Suoi lavori sono presenti in entrambe le lingue sia in riviste digitali che cartacee e in antologie. La sua raccolta di poesie “I canti dell’Interregno” è stata pubblicata nel 2018 da Lebeg. È direttrice della rivista digitale transnazionale The Dreaming Machine e una delle co-fondatrici e redattrici de La Macchina Sognante, per la quale è la cosiddetta macchinista–madre con funzioni di coordinamento. Il suo blog personale è Pina Piccolo’s blog.

Copertina: Michael Kvium, Cup3Tint3

Fosse comuni (di Rocco Brindisi)

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Prima di sparare alla nuca, i soldati legano le mani 
                                      della madre con nastri di fortuna,
vedono il terrore di quelle mani:
lo porteranno in dono ai loro figli?
Prima di premere il grilletto, stringono con fascette 
                                     improvvisate le mani della ragazza 
                                     che l’altro giorno, l’altra, lenta eternità, 
                                     aveva riso facendo le scale di casa al tramonto.
Prima di ammazzare il padre, gli fanno segno di portarsi 
                                     le mani dietro la schiena;
soddisfatti che abbia capito,
le intrecciano,
si fanno passare una striscia bianca di plastica,
due nodi,
gli esplodono un colpo in testa,
soldati delle lune di marzo, del sole di aprile,
scavano una fossa e vi gettano la Morte,
ricoprono  capelli, gambe, respiri pietrificati, che furono amanti.
Più tardi, nelle case-cadavere, telefonano 
                                    alle mogli e chiedono: “Ti piacerebbe 
                                    un rossetto blu, uno stereo, un registratore, 
                                    un computer?”.
Dall’altro capo del filo, la donna fa mente locale e risponde.


Il Pavone incipria l’inferno (di Rocco Brindisi)

Il Pavone incipria l’Inferno.
Un uomo sul carrozzino aspetta, paziente, un posto nel treno 
                                                                        di un popolo in fuga.
Il Pavone si veste dei suoi antichi gioielli di spia.
Un padre e una madre, accanto al loro ragazzo autistico, 
                                                         sognano la pietà della luna.
Le farmacie sono chiuse.
Nella scuola distrutta, i bambini hanno la bocca accecata.
La Poesia chiacchiera.
Il Pavone sta in trono, assicura che i soldati che hanno dato la vita 
                                           per la Patria diventeranno ricchi.
In un villaggio di contadini, raso al suolo, un uomo guarda la morte 
                        delle finestre e non ha parole per nominarla.
Un soldato russo, affamato, assetato, mangia il pane dalle mani 
                                       di una donna ucraina; con l’altra mano beve 
                                       da un bicchiere di carta.
Un uomo si piega per baciare il figlio che parte e che forse 
                                                                                      non vedrà più.
Le penne del Pavone risplendono.
Il sale del suo sonno, il sale dei suoi risvegli, il sale del suo eterno 
                                         cuore di spia, nelle piaghe della memoria 
                                          dei bambini-ombra.
I suoi sgherri arrestano una donna di novantacinque anni 
                                           che grida contro la guerra:
il suo corpo, dolce ruga temeraria come la sua bellezza.
Esce sangue dal cadavere di Cristo.
Il Pavone incipria l’Inferno.

L’Europa nel gorgo dei nazionalismi

Mario Pezzella

Non c’è dubbio che Putin stia conducendo una guerra di aggressione e che le sanzioni nei suoi confronti siano giustificate. Tuttavia l’autorevolezza morale e politica di chi le sta imponendo è prossima allo zero. Sono gli stessi Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia (e l’Italia come ruota di scorta) che hanno invaso e distrutto, o contribuito a distruggere, quattro Stati sovrani – Iraq, Afghanistan, Libia, Mali – senza subire sanzioni, che nessuno del resto ha osato chiedere. I droni e i bombardamenti hanno prodotto in quei Paesi le stesse devastazioni a cui oggi assistiamo in Ucraina. Anche lì sono morti bambini e sono stati distrutti ospedali. Ma le vittime non erano europee. E i profughi di quei Paesi sono destinati ai campi di concentramento. […]

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Il pavone del Cremlino (di Rocco Brindisi)

Il Pavone

ordinò l’assassinio di Anna Politkovskaia, la giornalista che lo accusava di essere un delinquente comune.
Il Pavone ordinò l’assassinio di Anna,
senza dare ordini,
la fece assassinare perché Anna non era incantata dalle sue Penne- 
                                                                                                                             Ratto,
perché Anna era più indomita della verità.

Il Pavone, lo sa, è il lacchè di se stesso.
Il Pavone-Sorriso di Ratto innaffia la sua ombra con il sonno dei bambini ucraini malati di cancro, trasferiti dalle corsie in cantina, dove fissano il vuoto  con il dolore di Cristo senza più  neanche la speranza della  morte.
Il Pavone ancheggia sulle loro ore sbranate.

Fedeli al proprio disonore,
i poliziotti  obbediscono al Ratto Che Ancheggia,
i soldati russi  si riempiono della Gloria di Cessi Danzanti.

Le donne ucraine preparano bombe con gesti che evocano giochi 
                                                                                                                         perduti,
come non sognassero la morte del nemico ma la propria infanzia.
Riempiono bottiglie di benzina, di altro,
ridanno sapore e sangue alla parola libertà,
diventata oscena, sulle labbra dei ratti.
Bella, questa parola, finalmente bella, in bocca alle ragazze che imparano a imbracciare fucili.