Archivi tag: il cesto dei libri sulle acque

Il cesto dei libri sulle acque, 6

Livia Candiani

Quei gesti che prendono gli alberi
passi di danza fermata
inchini strappati al vento
urli mutati in rami.

Cammino tra esseri verdi
che sanno parlare con l’alto
spezzando nomi
come segnali di pane

a richiamo a richiamo.
Nascondetevi spine
nel palmo della mano
fino alla carne viva
della memoria senza volti.

Un gesto frana
voli nascosti nel cappotto,
fischia il silenzio
mi avverte,
del corpo.
In prestito,
in volo.

Livia Candiani
Bevendo il tè con i morti
Milano, Viennepierre, 2007

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Il cesto dei libri sulle acque, 5

Cristina Annino

Casa d’Aquila

Vado verso la casa in una
miseria di caldo sopra di me, nella morta
estate senza onori.

Né telefono, fiori. Tento di capire che
dica l’uscio premendosi la bocca con le
mani. Che vuol
dirmi senza onori la casa? Non entro ma
guardo fuori l’oscillante lingua
dei piani.

Penso: non ci fossi più m’aprirebbero
con cerimonia, su fondo turchino e
le dita fari, leggendo quanto
ci misi a scalare
una casa vivendo. Sarebbe
la Verità, perch’avevo ragione
in tutto, e parlavo ai pesci del mare.

Alzo le mani senza resa, senza
voltarmi. Niente fiori, casa dolorosa; ti
peso sui due reni della bilancia. A chi
andrà
tutta questa ricchezza, lo spreco delle
forze, l’aquila dentro di me?

Cristina Annino
Magnificat
Poesie 1969-2009

Novi Ligure (AL), Puntoacapo Editrice, 2009

Il cesto dei libri sulle acque, 4

Andrea Raos

La favola delle api

[…]
«Sei il meglio che potesse capitarmi, e tu lo sai.
Eppure è di materia dolorosa
che stridono le nostre particelle.
Ripetiamocelo giorno dopo giorno
intanto che piangiamo ancora,
intenti a chiederci se mai capiterà.

Invece io di pomeriggio,
e sera e favo,
e sono già lontano
da ciò che come vento, come vena, come viene;
sognati in pieno inverno i fiori al primo tempestarsi
e schiudersi, che smeraldi, che rami;

è lì che ti ho vista aperta di striscio, di strazio.
Vita che non tiene,
che un amore contiene
e passa in sogno intanto che, volati via, noi polline
polvere ci dice: non conta niente il come,
conta soltanto starti accanto.»

Lei trema con lo stoma, tenta con le ali, poi risponde:
«Io sono arnia, amore, e sono arma.
Arma e arnia.
Arnia, arma.»

Si guardano volatili, amori
muti. Volati via.

Vibratili.

«Mio polline.»

«Molecola.»

Andrea Raos
Le api migratori
Salerno, Oèdipus Edizioni, 2007

Il cesto di libri sulle acque, 3

Francesco Marotta

Madre di creature ferite (VII)

Luminescenti segnali di festa in ogni strada –
ai margini, come seguendo orme
senza suono,
il passo ampio di chi s’impenna e vola
dove il silenzio è madre,
il dono di un’ora che si trascina
fino a che il mondo emerge dalla sua pelle infetta
e si abbandona al richiamo
del lume che tace nel profondo (il papavero
intanto
assorbe nel colore
i nomi in cui trapianta la sua sera, la nuda piaga
delle spighe sradicate)

Declinare la cenere, coniugare gli occhi
a immaginari residui di scintille,
per dismisura di umano bruciare divise e bandiere
dare fuoco ai giorni di dicembre
procurarsi una lingua
che parla il seme e il verbo del disgelo

camminare di fianco all’angelo
che recita i nomi degli assenti
essere le sue gambe, l’acqua che porta alle sue labbra –

e ancora urlare quanto negli occhi resta
trapassando dal sonno
alla veglia misericordiosa delle ali
portare la sua ombra stretta al dito
reggere grani e vento, farsi sete.

Farsi sete – cercare il ristoro di ogni fonte
abbeverarsi all’eco
dell’altro che reca in mano
la voce ferita che ci salva,
l’alfabeto dell’unico cielo che ripara.

Francesco Marotta
Hairesis (2004)
Lecce, Terra d’Ulivi Edizioni, 2016

Il cesto dei libri sulle acque, 2

Giuliano Mesa

“devi tenerti in vita, Tiresia,
è il tuo discàpito”

I. ornitomanzia. la discarica. Sitio Pangako

vedi. vento col volo, dentro, delle folaghe.
vedi che vengono dal mare e non vi tornano,
che fanno stormo con gli storni neri, lungo il fiume.
guarda come si avventano sul cibo,
come lo sbranano, sbranandosi,
piroettando in aria.
senti come gli stride il becco, gli speroni,
che gridano, artigliando, facendo scaravento, in muta,
ascoltane la lunga parata di conquista, il tanfo,
senti che vola su dalla discarica, l’alveo,
dove c’è il rigagnolo del fiume,
l’impasto di macerie,
dove c’è la casa dei dormienti.
che sognano di fare muta in ali
casa dei renitenti, repellenti,
ricovero al rigetto, e nutrimento, a loro,
scaraventati lì chissà da dove,
nel letame, nel loro lete, lenti,
a fare chicchi della terra nuova,
gomitoli di cenci, bipedi scarabei
che volano su in alto, a spicchi,
quando dall’alto arriva un’altra fame.

prova a guardare, prova a coprirti gli occhi.

Giuliano Mesa
Poesie 1973-2008
Roma, La camera verde, 2010

Il cesto dei libri sulle acque, 1

Antonella Anedda

a Zbigniew Herbert

E’ vero, l’allarme si alza dalle stelle
l’argento non ha luce sul barbaro grido di terrore.
L’imperatore ha spento il lume
ha chiuso il libro.
In basso la terra scuote l’orlo dei vasi e il ferro brucia
freddo sui fili. Lui dorme nel quadrato dei secoli
alti nel vento come aeree gabbie.
Non sente il bronzo del trono sulla nuca
né il rintocco dei chiodi sulle porte.
Dormirà per sempre.
Perciò sospendi tu la quiete
prova a rovesciare il dorso della mano
a raggiungermi nel nome di una lingua sconosciuta
perché parlo da un’isola
il cui latino ha tristezza di scimmia.
Un mare una pianura, nuvole di tempesta contro i fiumi
uccelli nel cui becco gli steli annunciano alfabeti.
Forse solo così – Zbigniew
può viaggiare il cesto dei libri sulle acque
così credo giunga la voce
la stretta del viso nell’orrore
fino a un’orma fenicia, a un basso scudo
privo – come il tuo – di luce.

Antonella Anedda
Notti di pace occidentale
Roma, Donzelli Editore, 1999