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Il secondo bene

Flavio Ermini, Il secondo bene

Gabriele Gabbia
Flavio Ermini

Impossibile avere esperienza della morte, che sarebbe il compimento dell’esperienza umana, che si compie appunto quando non è più possibile esperire. Forse, per averne una sorta di figura, dobbiamo cercare altrove, forse in questi frammenti di morte che sperimentiamo per esempio quando siamo esiliati sul confine tra la veglia e il sonno. I pensieri si slabbrano, sembrano uscire da noi in lembi, che scivolano in una buia palude, o in lancinanti frammenti, in schegge che feriscono la coscienza fino ad annullarla in una sorta di malattia. Ci si aggrappa a un ricordo, e il ricordo sfugge e ci si dimentica persino di aver per un attimo ricordato. Si cerca di comporre la geografia di ciò che nel buio ci sta intorno, e tutto si confonde in una sorta di agglomerato di sensazioni strane. Si invoca il sonno che sprofondi il tutto, e nello stesso tempo in cui lo si invoca sentiamo che si casca nel sonno, si sprofonda appunto in esso, come in un abisso. E proprio su questo bordo siamo trattenuti. È la condizione umana. (Franco Rella, dalla Postfazione)

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Sull’opera “Il compito terreno dei mortali”

Elena Corsino

Sull’opera
Il compito terreno dei mortali
di Flavio Ermini

Prefazione di Vincenzo Vitiello
(Milano-Udine, Mimesis Edizioni, 2010)

 

E sotto il cielo fugace del purgatorio
Noi dimentichiamo spesso che
La custodia celeste e gioiosa
È la casa terrena che si distende.

Osip Mandel’štam(1)

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Il compito terreno dei mortali (II)

Stefano Guglielmin
Flavio Ermini

L’estensione e il pensiero, i due attributi conoscibili della sostanza spinoziana, trovano ne Il compito terreno dei mortali (Mimesis, 2010) di Flavio Ermini la vista e la voce quale modi privilegiati della soggettività, che rende conto della macerie terrestri proprio descrivendole nei particolari emblematici e visibili (la crepa, il sangue, le ombre, l’affiorare rasoterra ecc.), entro un tono di voce disincarnato, quasi provenisse dai miasmi ipogei, per sgorgare in superficie, oppure scendesse dal cielo, sempre grave sopra i mortali, che nascono “scostando di poco una pietra tombale”, per declinare via via, come un ramo carico di foglie.

(Continua a leggere la nota critica di Stefano Guglielmin su Blanc de ta Nuque)

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Il compito terreno dei mortali

Flavio Ermini

Flavio Ermini è poeta e saggista, e le due ‘esperienze’ ancor più che alimentarsi in armonica reciprocità, tendono in lui a fondersi, essendo la sua poesia sorgivamente meditazione, e ‘poetica immaginazione’ la sua prosa. Negli ultimi tempi – a partire da Il moto apparente del sole. Storia dell’infelicità, che è del 2006 – questa tendenza alla fusione si è andata sempre più imponendo, come attesta il recentissimo L’originaria contesa tra l’arco e la vita. Narrazioni del principio (2009). Di entrambi Il compito terreno dei mortali rappresenta l’ultimo esito. Poesie, le chiama l’autore nel sottotitolo. E sia; ma sono poesie di un genere affatto diverso. Sono frammenti di una ‘mitografia del pensiero’, ove, però, non il pensiero scrive il mito, ma il mito il pensiero. Frammenti, pensieri-frammenti: non resti di una Totalità perduta; pensieri, bensì, che nascono come frammenti, pensieri che emergono alla luce della coscienza senza un inizio determinato e senza una conclusione certa: si iscrivono nella pagina dalla metà del rigo e mancano del punto che chiude la frase, il periodo. Continua a leggere Il compito terreno dei mortali