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Il faut être absolument voyant

Elisabetta Brizio

Tra il 1870 e il 1878 si consumò, per mano di Rimbaud, in quella sua mente giovane e ardente, corrotta e oscuramente virginea, una avventura creativa destinata – per quanto enfatizzata, deformata o strumentalizzata dalle rifrangenze della leggenda e del mito – a improntare e a pervadere di sé tanta parte della modernità poetica. Forse, solo come la vicenda per molti versi analoga di Campana, anch’egli insofferente bohémien, inquieto «uomo dalle suole di vento», «visivo e veggente» (Bigongiari diceva) nelle trasmutazioni verbali dei suoi vagabondaggi. Fu del resto proprio Rimbaud a proclamare che «il faut être absolument moderne», che ci si debba misurare senza schermi e senza infingimenti con la complessità inesauribile, scontornante e incoerente, dei segni della contemporaneità, con l’eclissi del mito e con la sua paradossale ma fatale e necessaria rivisitazione e trasfigurazione in nuove vesti e in nuove chiavi, malgrado ciò possa procurare «souffrances énormes». Talora si tende a vedere Rimbaud il maudit per eccellenza, il poeta ribelle e senza regole («Je ne me sentis plus guidé par les haleurs», Le bateau ivre), quando il suo dérèglement de tous les sens sarà sí pervasivo, ma insieme raisonné, sottoposto a un programma e a un dettame di arte. […]

Tratto da: Elisabetta Brizio, IL FAUT ÊTRE ABSOLUMENT VOYANT
(RIMBAUD TRA INFANZIA SAPIENTE E SOPHISMES DE LA FOLIE),
in “Quaderni delle Officine”, CXII, novembre 2021.