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Faces

lorenzo_spagnoloLorenzo Spagnolo fotografa in pellicola bianco e nero. Il verbo inglese to shoot sta sia per scattare sia per sparare e questo doppio significato calza a pennello al lavoro di Lorenzo. Memore della lezione di Henri Cartier-Bresson, Lorenzo preme il grilletto per cogliere l’istante decisivo, soltanto quello gli sta a cuore, giammai per mitragliare. Viaggia triplicemente armato. Nikon F. Nikon FE. Contax ST. Scordatevi le cosiddette foto-ricordo. Quest’occhiolesto fa tutto il contrario di foto-ricordo. Le sue potremmo chiamarle foto-oblio: l’obiettivo di Lorenzo ci dimentica, smemora il corpo e, smemorandolo, risveglia qualcosa, slatentizza un mistero. Posso vederlo far capolino sulla mia pelle che mobilmente affresca la sua pellicola, l’ignoto stanato. Un discorso a parte meriterebbe l’uso che egli fa del fuori-fuoco: esso corrisponde, in estrema sintesi, alla ricerca di una messa a fuoco carnal spirituale. Nel seguente assaggio appaiono facce e corpi, lampi e sguardi, relazioni ed elezioni finite sulla sua linea di mira in due diverse occasioni, nel corso di questa estate bolognese. (JC)  leggi l’intero articolo sul Primo Amore.

L’occupazione italiana della Jugoslavia

Dallo spazio gestito da Giovanni Giovannetti, DireFareBaciare. Luogo di Sconfinamenti, propongo tre articoli (tratti, tra l’altro, dal suo libro Malastoria) dedicati all’invasione italiana della Jugoslavia che iniziava proprio il 6 aprile 1941; i tre articoli sono leggibili anche nello spazio Il primo amore.

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Si ammazza troppo poco

Tra pianti e pianti e pianti

Vergogne tricolori

Brötzmann + Badolato + Costantino

Sono un lettore fedele e appassionato del Primo Amore e leggo, il 6 marzo 2021, questo intervento di Jonny Costantino AUG BRÖ nel quale ripropone, tra l’altro, un suo splendido, magmatico, esuberante articolo (Ultrajazz) già pubblicato il 9 giugno 2019; inoltre annuncia l’esistenza di un progetto cinematografico dedicato a Peter Brötzmann intitolato PeterFuckingBrötzmann e concepito da Fabio Badolato e dallo stesso Jonny Costantino (BACO) con la determinante complicità e collaborazione dell’eccelso jazzista.
Chiedo allora subito a Jonny, se vuole, di farmi avere del materiale relativo al progetto perché mi piacerebbe “dare una mano”, per quanto piccola, dalla Dimora del Tempo sospeso, per lo meno dando eco alla cosa; ecco la risposta: Continua a leggere Brötzmann + Badolato + Costantino

La strage delle fonderie

Giovanni Giovannetti
Malastoria
L’Italia ai tempi di Cefis e Pasolini
Milano, Effigie Edizioni, 2020

Modena, 9 gennaio 1950

[…] a Modena calano 1.500 tra poliziotti e carabinieri armati rispettivamente di mitra Mab e di moschetto, a presidiare quella piazza e quella fabbrica fianco a fianco a tredici autoblindo da combattimento T17 Staghound della compagnia autocarrata dei Carabinieri di Bologna. Dal terrazzo della fabbrica i Carabinieri cominciano a sparare sui lavoratori e chi li sostiene. Mirano ad altezza d’uomo anche dai blindati e il bilancio si fa pesante: sei morti, centinaia di feriti e trentaquattro arrestati. Muore l’ex partigiano Angelo Appiani, 30 anni, colpito al petto da un colpo di pistola sparato a bruciapelo da un carabiniere. Muoiono colpiti da raffiche di mitra lo spazzino disoccupato Arturo Chiappelli, 43 anni, e Arturo Malagoli, 21 anni; sono entrambi ex partigiani. Muore l’ex partigiano Roberto Rovatti, 36 anni, che ha il torto di portare al collo una sciarpa rossa e per questo motivo viene brutalizzato con il calcio dei fucili e poi gettato cadavere in un fossato. Muore il carrettiere Ennio Garagnani, 21 anni, colpito dal fuoco delle autoblindo. E muore l’operaio metallurgico Renzo Bersani, 21 anni, preso a fucilate nei pressi della fabbrica.

(Leggi l’intero articolo qui)

Mario Andrea Rigoni: Parla Giulio Cesare

Quando mi fu chiesto quale morte mi sarei augurato,
risposi: “Quella che giunge inaspettata”. Sono ancora
dello stesso parere, ma il mio voto, se fu dal destino
adempiuto, riuscì più esiziale che se avessi avuto
una morte naturale. Né potevo immaginare che
alla congiura, oh dei!, avrebbe partecipato anche Bruto,
il figlio che avevo adottato. Tra tutte fu sua la pugnalata
che mi inferse il dolore maggiore. Avrei dovuto ascoltare
i presagi di Calpurnia, che mi aveva pregato di non andare
quel giorno in Senato. Non ero un uomo senza coraggio,
ero anzi temerario, come si vide bene quando passai
il Rubicone. Ma c’è gloria senza sfida e presunzione?
È vero tuttavia che non bisogna tentare la sorte due
o più volte. Mi rattristo anche per Roma, che con la mia
morte aprì le porte ad una nuova guerra civile nella quale
Bruto stesso dovette rivolgere contro di sé la spada.
E i congiurati che a torto temevano volessi farmi re,
non sapevano, stolti!, che ne sarebbero seguite intere
generazioni di imperatori, non certo migliori di me,
che avevo assicurato a Roma potenza e ricchezza e spesso
ai miei nemici clemenza. Cerco di essere obiettivo,
impersonale, come sono stato anche da scrittore.
Gli uomini non sanno che le azioni che fanno hanno
impreviste conseguenze e i fini che perseguono con cieco
furore per lo più si ritorcono contro di loro.

da qui

ma si legga anche qui e qui

– e aggiungo un mio sentito grazie a Jonny Costantino e al Primo Amore.

Antonio Devicienti su “Hairesis”

Sul blog-rivista Il Primo Amore, Antonio Devicienti propone una lettura di Hairesis: un vero attraversamento del libro, del quale porta a galla echi e risonanze profonde grazie alla sua finezza di critico e a un’innata, naturale disposizione-vocazione all’ascolto dei testi.

Ringrazio sentitamente l’autore e la redazione tutta, a partire da Jonny Costantino che ha pubblicato l’articolo. Lo si legge qui.

Nell’esilio / Su “Mal di fuoco” di Jonny Costantino

Forse ben pochi elementi naturali posseggono un’identità così contraddittoria e doppia come il fuoco: esso riscalda, anima la vita, cuoce i cibi, forgia i metalli, la cultura umana ne ha fatto anche simbolo del pensiero ardente, appunto, e appassionato, immagine della luce stessa e, pure, il fuoco distrugge, uccide, nel suo estinguersi può far sovvenire il gelo e la morte, stavolta, per glaciazione e buio. Il libro di Jonny Costantino Mal di fuoco (Effigie Edizioni, Milano, 2016) mette in scena questa duplice natura del fuoco, ma, prima di avviare qualche riflessione, mi soffermerò brevemente a considerare Mal di fuoco dal punto di vista puramente letterario.  Continua a leggere Nell’esilio / Su “Mal di fuoco” di Jonny Costantino

Per assassinarvi

Savina Dolores Massa

Per assassinarvi

Vi concedo le mie natiche impudiche
le cosce scarne
le posture maschili e
quelle di grazie ruffiane
di femmina che non è madre
e vale meno delle altre
io
mi umilio in libidini immacolate
dubbi fecondi
che tengo in grembo
feti
a morire di cancrena imporporata
e niente è indolore
non la mia disperata virilità
che celo sotto tre palmi di polvere
e la mediocrità
di quando mi accontento Continua a leggere Per assassinarvi

Del sublime

Jonny Costantino

Il sublime è vertice e vortice

Esperienza limite, il sublime, lo è fin dall’etimologia. L’aggettivo latino sublimis viene dal sostantivo limen, che significa limite. «Sub limine»: sotto il limite. Un limite collocato, convenzionalmente, in alto. I Greci, per dire sublime, usavano la parola hýpsos, che sta per altezza. Secondo una differente ipotesi etimologica, sublimis verrebbe non da limen ma da limus: fango. «Sub limo»: sotto il fango. Fango: sudiciume che insozza; limo che feconda; fango ardente che travolge e distrugge, in gergo vulcanico: lahar. Il contrasto etimologico tra limen e limus è solo apparente. Anche il fango è un limite: un limite che sta in basso. Il sublime viaggia al limite: sul limitare dell’estrema altezza e dell’estrema bassezza. L’anonimo autore del celebre trattato Il sublime ravvisò, nel I secolo dopo Cristo, un’intima connessione tra altezza (hýpsos) e profondità (bathos) nell’arte (téchne) sublime. Nel 1856 è Victor Hugo a operare l’inversione che fa trentuno, per dirla coloritamente, affermando che «le sublime est en bas»: «il sublime sta in basso». Del resto, fin dalla tarda età ellenistica, II secolo avanti Cristo, rimbomba in Ermete Trismegisto: «Così in alto come in basso». Davanti a Rembrandt, il più sublime dei pittori, Jean Genet avverte «un odore di stalla». «In piedi sul letame»: è così che lo scrittore immagina le figure rembrandtiane ritratte parzialmente. Sotto le gonne, sotto le vesti dorate, sotto i mantelli bordati di pelliccia, i corpi assolvono con puntualità le loro funzioni: «digeriscono, sono caldi, sono pesanti, puzzano, cacano». I sei Sindaci dei drappieri (1662) «puzzano di liquame e di sterco» e la Sposa ebrea (1665), persino lei, con il suo viso delicato, con il suo sguardo grave, lo si sente, «ha un culo» (Che cosa è rimasto di un Rembrandt strappato in pezzetti tutti uguali e buttato nel cesso, 1967). Il sublime è vertice aulico e vortice maleolente, contemporaneamente.

(Leggi l’intero articolo qui)

Quando la luna cade nei laghi

Helga M. Novak

QUANDO LA LUNA CADE NEI LAGHI
tra il calamo aromatico e il ratto d’acqua
anch’io cado

quando il nocciolo si china
greve sopra muschio e letti di aghi di pino
anch’io mi inginocchio

quando il capriolo dallo zoccolo dorato
sprizza scintille sui ciottoli di ghiaia
mi levo in piedi

quando l’azzurro piumaggio si disperde
su larici e corone di pini
mi alzo in volo

(da qui)
(Effigie Edizioni)

Sulla poesia di D. Brancale

Federico Ferrari

Non so come si collochi la poesia di Domenico Brancale all’interno del panorama italiano. Non mi interesso più, ormai da molti anni, di “panorami”, perché vi vedo solo cliché da cartolina, immagini da tripadvisor della cultura o poco più. Detto altrimenti, non ho idea dello stato dell’arte di quella che la critica definisce la poesia italiana contemporanea e, di conseguenza, nemmeno dell’importanza o meno che sempre la critica attribuisca ai versi di Brancale (benché possa farmene un’idea… conoscendo la scarsa propensione del poeta lucano alle pubbliche relazioni, allo scambio di favori, alla comunella). A partire da questa dotta ignoranza, ho letto le pagine di Per diverse ragioni (Passigli, 2017). E c’è un verso che mi si è conficcato nella testa e che non riesco più a tirare fuori: “Qui dove stiamo vivi nella morte. / Noi gli increati. / Abbiamo ancora bisogno di candele”.

(Continua a leggere su Il Primo Amore)

Omaggio a Sandro Penna

Immagine mostra. Umberto Saba. La poesia di una vita Alessandro Fiorillo

Sandro Penna
e quella strana gioia di amare

“Felice chi è diverso
essendo egli diverso.
Ma guai a chi è diverso
essendo egli comune.”

La sera del 20 gennaio 1977 Sandro Penna, come era solito fare, telefonò a Elio Pecora, suo amico negli ultimi, difficili, anni. Il poeta settantunenne, devastato dall’insonnia e da vari mali trascurati nel tempo, racconta, al suo futuro biografo, una sorta di visione occorsa la notte precedente: a tarda ora, vegliando nonostante i potenti sonniferi ingeriti, Penna “aveva sentito passare e abbassarsi sulla città la morte, singhiozzando la chiamò come nel verso leopardiano bellissima fanciulla“. L’indomani, il 21 gennaio, preoccupato dall’insolito silenzio del poeta, che spesso chiamava anche più volte al giorno la cerchia ristretta dei suoi amici romani, Pecora si precipita a casa di Penna e lo trova disteso nel suo letto, senza vita: “il volto quieto come nel sonno, le carni fredde e fermo il polso”.

(Continua a leggere qui)

Su “Petrolio” di Pasolini

benedetti-giovannetti Carla Benedetti

Quando fu ucciso, Pier Paolo Pasolini stava ultimando un romanzo assai singolare, sia per la forma che per i contenuti. Lo aveva intitolato Petrolio, folgorato da questa parola mentre leggeva un articolo di giornale. Da poco c’era stata la prima “crisi petrolifera” e l’oro nero, il Vello d’oro di oggi, per il quale si fanno guerre e viaggi in Oriente, come quello che fece Giasone con gli Argonauti (l’associazione tra l’oggi e il mito è in Petrolio), arroventava gli affari e la politica.

Enrico Mattei presidente dell’Eni (Ente Nazionale Idrocarburi) era stato fatto morire in un finto incidente aereo. Gli era succeduto Eugenio Cefis che di lì a poco si lanciò anche nel settore petrolchimico, scalando la Montedison con fondi pubblici, e diventandone presidente. Molte altre morti misteriose funestavano il paese, tra cui quella di Mauro de Mauro, giornalista de “L’Ora” di Palermo che aveva fatto indagini sull’omicidio di Mattei. Nel frattempo scoppiavano bombe e divampava la “strategia della tensione”. Nasce allora anche la famigerata loggia P2, con il suo programma spregiudicato e criminale di controllo del potere attraverso i media e le stragi. Cefis ne era stato il fondatore.

(Continua a leggere qui.
Qui un altro articolo sull’argomento.)

Una Repubblica nomade

mosaici di piazza armerina


REPUBBLICA NOMADE

“Fanno idealmente parte di questa potenziale repubblica nomade i migranti, coloro che sono disperati e che cercano un loro cammino nello spazio buio della vita, quelli che attraversano il mondo con gli occhi spalancati o con gli occhi chiusi, i sognatori, i traslocatori, quelli cui stanno stretti la vita che abbiamo di fronte e i suoi artificiali confini, quelli che non ne possono più di essere perennemente indignati e incazzati oppure disincantati, quelli che non si sono fatti distruggere dal contagio dell’odio e del cinismo dominanti, quelli che sognano una diversa società ma anche gli antisociali, gli irregolari, gli umiliati e offesi, i terremotati e i terremotanti, i fragili, gli indistruttibili, gli illusi, gli incantati, gli inappagati…”
(Antonio Moresco)

Repubblica Nomade, 2014

Il messaggio è il cammino

FRECCIA D’EUROPA

Freccia d'Europa

Dal 1 giugno all’8 luglio si svolgerà Freccia d’Europa 2013, la manifestazione organizzata dall’associazione Cammina cammina in collaborazione con Il Primo Amore.
I camminatori, partiti da Mantova, attraverseranno il Nord dell’Italia e poi la Svizzera, la Germania e la Francia in direzione di Strasburgo, meta finale della carovana.
L’obiettivo è spingere verso “un’Europa unita che possa diventare un continente sperimentale ancora capace di grandezza e visione, dove si possa contribuire a far nascere una nuova e diversa possibilità di vita su questo pianeta sovrappopolato e stremato e una nuova avventura, in un momento cruciale per la nostra specie, una specie che si è autoproclamata la più intelligente del mondo ma che invece si sta dimostrando la più ottusa, la più rapace, la più incorreggibile, la più suicida”. (Antonio Moresco)

Il corpo tragico della storia

Pier Paolo Pasolini

Carla Benedetti

Come nelle antiche tragedie, le immagini di repertorio che Pasolini ha montato nel film La rabbia (1962), tratte dai cinegiornali del tempo, portano in scena i conflitti, le vittorie gioiose e i lutti della storia recente dell’umanità, colte in una prospettiva ampia, planetaria e universale. La voce fuori campo che le commenta, ora in prosa ora in versi, ha il ruolo di un coro tragico. Pasolini ha messo in scena alcune tragedie antiche (Medea, Appunti per un’Orestiade africana). Ma in questo film fa qualcosa di più: secondo l’ipotesi di lettura che qui propongo, “La rabbia” ricrea la forma della tragedia con i mezzi specifici del cinema, in particolar modo il montaggio.

(Leggi il saggio di Carla Benedetti su Il Primo Amore:
qui la prima parte e qui la seconda parte.)