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Appunti prima del romanzo

Sebastiano Aglieco

storia del cammello che piange

un cammello madre rifiuta il suo piccolo. un violinista appende il violino alla gobba dell’animale. il vento fa vibrare le corde del violino. una madre canta una nenia. il violinista suona. il cucciolo viene condotto al ventre della madre, il cammello piange.
una riflessione sulla lingua delle madri. qui è una madre che parla a una madre nel linguaggio primordiale delle bestie: un suono, una vibrazione del vento nel deserto.
è una comunicazione ancestrale che ci dice qual è la vera funzione di ogni lingua: essere chiamati, per la prima volta, al seno di una madre che nutre e accoglie. il primo rito del venire al mondo, rotto il quale ogni psicanalisi è possibile.
se una madre non accoglie, si muore. se un padre non è capace di presentarci al mondo, si muore una seconda volta.
che cosa si suggeriscono queste madri che parlano attraverso un canto? forse nulla; forse, semplicemente, si mettono in relazione, si accordano sulla stessa nota prima della diaspora di babele, prima della lingua come lotta e inganno, come retorica.

Tratto da:
Appunti prima del romanzo
“La foce e la sorgente”, Quaderni, II

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Diari del transito

Alfonso Guida

L’innobile innocenza mattutina. Debolezza genitale. Parola che non sorge esatta. Il filtro è un tentato ponte. Lì devi convogliarti. Lì deve inoltrarsi la parola. Il viaggio della parola è duro, colmo di asce, di tossicità. Superati questi muri, la parola giungerà a riva, sulla bocca, nel pensiero o sul foglio, sbozzata, monca, relitto scheggiato di un fenomeno imprendibile, un cerchio che è intero solo nel suo darsi a priori, prima di ogni divisione. Il suicidio dei poeti non si realizzerebbe se la parola avesse lunga durata, toccasse il polo finale, ammainasse profonde bandiere bastanti a dire. Il poeta è un linguaggio. Porta sulle spalle ricche gerle e, a cavallo, sovrabbondanze. Permane l’essenza del limite. La parola non può essere detta fino in fondo perché il fenomeno/scaturigine è indicibile e denso per natura. Potremmo mai pretendere che la parola sia fedele al punto di sorgente? Insaziato meccanismo tragico del poeta: cercare il ciottolo che porti in sé il maggior peso del fiume. Ricerca di una fedeltà e riposo dentro la più fedele parola, la più prossima alla Mater Coelestis o alle baccanti dell’Asia Minore. Nel nostro corpo si lascia avvertire la sommossa, il sommovimento, il volo, l’incrinatura di faglie geologiche, la ferita che mostrerà il monologo, ciò che di un lungo papiro egiziano possiamo dire, fin dove si arena la parola. Servirebbero torme di parole, ma la parola giunge fin dove può e lì si sdogana il destino.

Tratto da:
Diari del transito
“La foce e la sorgente”, Quaderni, I