Archivi tag: le voci della luna

Stazioni

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Alfredo Panetta
Francesco Sassetto

Versi duri, che non concedono nulla a ricercatezze stilistiche, quelli di F. Sassetto nella raccolta Background pubblicata dalla casa editrice Le Voci della Luna. E non potrebbe essere altrimenti vista la materia delle sue liriche: paesaggi e personaggi di un Nord Est sempre più alienato, quasi dilaniato. Sassetto non giudica ma osserva, scruta, denuncia. Nelle fabbriche come a scuola, nelle sale d’aspetto delle stazioni o tra i vicoli delle città, la gente comune pare abbia perso la serenità e il senso del vivere. La crisi economica causata in parte dalla globalizzazione sbriciola la stabilità individuale e collettiva delle persone. E i nuovi immigrati sono un’ulteriore conferma del lento ma inesorabile disfacimento del nostro modello occidentale. Anche chi ha una professione, come Katia, è costretta a vendere il suo corpo per sopravvivere (Si avvicina e mi dice piano che fa l’amore/ a denaro in una casa di Mestre, ogni tanto,/ per arrotondare…). E chi in passato poteva contare sulla certezza del posto fisso, oggi deve combattere con le nuove regole del mercato globale che talvolta riserva drammatiche sorprese come nel caso degli esuberi di Trenitalia Notte (Ancora non ci crede, ripete quel biglietto…due righe d’orrore, esubero/ di personale, ristrutturazione, licenziamento….A NATALE SIAMO TUTTI MORTI).

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La Biblioteca di RebStein (XLV)

La Biblioteca di RebStein
XLV. Giugno 2013

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Francesco Marotta

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Impronte sull’acqua (2008)
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Treni che passano

Alessandro Rech, Io e te

Aksinia Mihailova

Aksinia Mihailova fa parte di quel gruppo ristretto di autori che non hanno alcun bisogno di cercare formule ad effetto, costruzioni, linguaggi particolari, perché la sua poesia possiede la forza della verità non esibita e dunque ancora più spoglia e viva. Verrebbe da dire spietata, se però a questo termine non si associa alcuna connotazione negativa: la capacità tecnica di Aksinia Mihailova è indubbiamente notevolissima e testimonia di una scrittura matura e consapevole (anche nel ritratto parziale di una traduzione), ma essa si accompagna al coraggio dell’autrice nella lettura dei nodi fondamentali che regolano, danno vita o accompagnano al termine i rapporti fra le persone, uomini e donne, genitori e figli, fratelli. Prende forma così una poesia sempre composta ma pulsante e sofferta, davanti alla quale è impossibile restare indifferenti: è una lettura dopo la quale “niente / a parte il nostro sangue / rimane ancora uguale.” (ft)

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Background

Francesco Sassetto

Francesco Sassetto
Fabio Franzin

Sassetto, in questa sua esile ma densa raccolta, continua il discorso che ce lo ha fatto amare nelle precedenti, un discorso che è intimo e al tempo stesso universale; qui ritornano i tòpoi che gli sono cari: treni, binari, ritratti di persone prese nel conteggio delle proprie esistenze, sia per constatarne le sottrazioni, sia per immaginarsi scaltre addizioni, o portatori di perdite e sconfitte insanabili (molto efficace, in questo senso, e l’autoritratto crudele e disperato di uomo senza prole, condannato a crepare solo come un cane), periferie sempre più sterili di voci e calore, vagoni accalcati di un’umanità in cui si può leggere in filigrana il male di un paese, i luoghi del lavoro e della perdita dello stesso, le aule, le albe e le notti intrise di solitudine e amarezza, di quesiti irrisolti: cos’é / davvero questa sera / quest’ombra di silenzio e di spavento… figure che si impongono alla nostra attenzione, sia perché attori della nostra inquieta quotidianità, sia perché l’autore sa tratteggiarli con perizia, passione e con un amore innervato alla rabbia; mai portati sulla pagina tanto per colorarla, per far paesaggio. Continua a leggere Background

Volevo essere Jeanne Hébuterne

Loredana Magazzeni

Loredana Magazzeni

[…] Da subito l’autrice si pone la domanda fondante: quanto conta la scrittura per una donna? Quanto del proprio desiderio effettuale, fisico e spirituale, vi è investito? La risposta arriva con i   Tre haiku di donna che scrive, subito seguiti dai tre brevi testi di Corpo imperfetto che pongono a tema l’altro grande terreno di indagine di questo libro: oltre al rapporto tra parola e verità (la scrittura stessa), quello del corpo vivo, con tutte le sue affezioni e mutamenti. Bastano solo questi rapidi accenni a disvelare la ricca tramatura di questa raccolta poetica che collega e tiene insieme temi profondamente incistati nella vita, andandone a ricercare le radici nel tempo: nel passato, nell’infanzia e nel presente. Continua a leggere Volevo essere Jeanne Hébuterne

Dipinto come un lapis

Carla Saracino

“Dipinto come un lapis”
La Poesia di Lorenzo Calogero.

Tu non fai che amarmi, esordiva Lorenzo Calogero in una delle sue poesie più conosciute e contenuta nella raccolta “Quaderni di Villa Nuccia”, (1959-60). Colpisce di questo verso l’ostinazione dell’atto, la ripetizione di un piacere che è l’amore, indubbiamente, quando diventa conseguenza di un’azione e quindi moltiplicazione della stessa, seppure attraverso forme impreviste e tenacemente prolungate.
L’ostinazione di un atto fa presagire il sovra-presente, una categoria a sé, diremmo, un presente superiore perché chiamato a raccolta dalla dimensione della profondità. Presagisce su quella soglia che, un attimo prima d’essere varcata, è il limine del tempo raccolto, il tempo talmente raccolto da non aver più l’urgenza di descriversi in un passato, in un “adesso”, in un futuro. Tu non fai che amarmi, scrive Calogero. La tensione della forza ripetuta. Lo sforzo, senza il compromesso. Continua a leggere Dipinto come un lapis

Il riparo che non ho

Giovanni Fierro
Francesco Tomada

Il riparo che non ho (Le Voci della Luna, 2011) è la seconda raccolta del poeta goriziano Giovanni Fierro, e rappresenta un notevole passo in avanti lungo lo stesso percorso che già ne aveva caratterizzato l’esordio alcuni anni fa con Lasciami così. Giovanni Fierro amplifica i tratti distintivi della propria scrittura, che è una scrittura frantumata, che procede a scatti: se la bellezza sta nell’imperfezione, è proprio questo (ed è un pregio, non una critica) il valore della sua poesia, che si espone nella propria nudità privilegiando la tensione etica e morale che nasce dal vivere intensamente e totalmente le situazioni ed i luoghi. Non è il contenuto ad adattarsi alla forma, ma fortunatamente il contrario: le parole diventano livide, impietose, a volte dolcissime, a volte estremamente dure nel gridare quelle verità che normalmente vengono taciute. Continua a leggere Il riparo che non ho

Repertorio delle voci (XIII)

Manuel Cohen
Fabio Franzin

Chi legge per la prima volta questi versi è un lettore privilegiato. Si ritrova davanti, senza che nessuno gli abbia aperto o distorto lo sguardo, un’evidenza nuda, incontrovertibile, priva di argomenti. Come davanti al diario di Simone Weil sulla condizione operaia, ma alla rovescia, in una salda e coerente inquadratura soggettiva: lo stato di mobilità di ottanta e più lavoratori dell’industria del mobile, oggi, nel Nordest in crisi. Qui Franzin apre lo scenario, e racconta in sestine, in dialetto, con la stessa lingua, lo stesso passo del suo Fabrica, forse il miglior libro di poesia italiana dell’ultimo decennio. Lì si sentiva l’epica delle mani: l’elogio della loro arte di esistere e di mettere insieme i pezzi della lavorazione e il sostentamento delle vite, con l’affanno, il massacro delle tenerezze, delle aspirazioni, delle femminilità. Fabrica era il lungo canto ritmato, senza strepito, di quelle mani che ora sono state fermate, deprivate della loro capacità di afferrare il mondo e di capirlo. La realtà si è fatta obliqua, piena di salti e di curvature: l’ordine delle certezze è saltato, ed è cambiata la percezione del tempo, del paesaggio, dei rapporti familiari. Queste mani orfane dovranno imparare un modo nuovo di percepire, di accostarsi alle cose. (Stefano Colangelo)

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Repertorio delle voci (XII)

Manuel Cohen
Dina Basso

’nto dialettu
i puntini puntini
nun ci stanu:
nunn’è lingua ppi cu
nun sapa cca ffari.

Nel dialetto
i puntini di sospensione
non ci stanno:
non è lingua per chi
non sa cosa fare.

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Mòbii/Mobilità

Le voci della luna n. 44

Fabio Franzin

“Abbandonati”, così scrive Fabio Franzin in questi testi in cui racconta in versi, in un linguaggio che sembra andare oltre lo sconforto, un evento tragico come la perdita del lavoro senza forse la possibilità di trovarne un altro. Tutto è cambiato e per chi viene espulso dalle fabbriche, per chi fa l’operaio, le possibilità di ricominciare sono ancora meno in questi anni di precarietà e flessibilità. L’isolamento sociale e la paura del futuro ammorbidiscono gli animi degli operai e sembrano fare sì che si accantonino i vecchi rancori in una parvenza di solidarietà, che non è più solidarietà, è aggrapparsi gli uni agli altri perché più nulla rimane da fare. Impietosa la voce di Franzin nella sua amarezza, nel suo chiedere: “guardateci”. Come se un tempo durissimo finisse, ma solo per scavare più profondamente le ferite: come se non ci fosse più redenzione. – (Nadia Agustoni)

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Le parole nascono già sporche

Michele Obit

Michele Obit

La scrittura di Michele Obit viene dalla pazienza, dal silenzio, dalla sincera esigenza di fissare i versi sulla carta solo quando si sono davvero trovati il tempo ed il modo di farlo: si tratta di parole coagulate e concresciute come sassi attorno al loro senso, che ne diventa densità e pienezza. Michele non si accontenta di esprimere rabbia o indignazione o affetto, ma scava fino alla radice comune di questi sentimenti – al seme duro che portiamo dentro – e di volta in volta li declina in un percorso profondamente ed eticamente umano. Allora nasce una poesia giusta, dove la parola non ha bisogno di essere gridata perché è già lì dove doveva stare, a raccontare tutta la tenacia che serve per restare attaccati alla vita e provare a darle una forma in cui ci si possa riconoscere. (Francesco Tomada)

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L’imperfezione dei cardini – di Antonio Bassano

l'imperfezioneNarrazioni imperfette

La poesia di Antonio Bassano procede per accumulazione e sedimentazione di parole: l’autore, come già dimostrato nelle prove precedenti, sporadiche ma significative per presenza e riscontro critico sui maggiori blog, dispone del proprio linguaggio come se il tempo fermasse l’attimo del racconto (i capitoli che compongono L’imperfezione dei cardini sono vere e proprie narrazioni esistenziali), componendo dei fotogrammi di significato in cui il senso delle cose appare, ma senza disvelarsi del tutto. La caratteristica principale del libro è il tentativo di rendere l’idea di uno spazio materiale dove i confini fanno da perimetro alla sfuggevolezza delle cose: gli oggetti, le situazioni, i luoghi assumono la funzione di luce opaca, introspettiva, dove l’io leviga le proprie asperità liriche, si assottiglia e si trasforma in membrana ricettiva di altro. Continua a leggere L’imperfezione dei cardini – di Antonio Bassano

Due poesie di Carol Ann Duffy

Copertina CORPOREA rid def Standing Female Nude

Six hours like this for a few francs. / Belly nipple arse in the window light, / he drains the colour from me. Further to the right, / Madame. And do try to be still. / I shall be represented analytically and hung / in great museums. The bourgeoisie will coo / at such an image of a river whore. They call it Art.

Copertina CORPOREA rid def

Maybe. He is concerned with volume, space. / I with the next meal. You’re getting thin, / Madame, this is not good. My breasts hang / slightly now, the studio is cold. In the tea-leaves / I can see the Queen of England gazing / on my shape. Magnificent, she murmurs, / moving on. It makes me laugh. His name is Georges.

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În angul, geumetrii, citâ di matt.. – di Franco LOI

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Se scriv. Per chi? perchè? Se scriv per l’aria,/ che là nel vent se sperden i paroll,/ paroll di òmm in nott sensa speransa,/ vus mort che sensa dìss pàren scultàss,/ gràm gent che van nel mund sensa creansa,/ marüm che se desperd cun la pietâ.

Si scrive. per chi? perché? si scrive per l’aria,/ che là nel vento si sperdono le parole,/ parole d’uomini in notti senza speranza,/ voci morte che senza dirsi sembrano ascoltarsi,/ genti che vanno nel mondo senza creanza,/ marame che si disperde con la pietà.
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Andrea PONSO nella lettura di Stefano GUGLIELMIN


(Maria Antonietta Michelone, Finitudine)

[I testi di Andrea Ponso e il saggio di Stefano Guglielmin sono tratti da AA.VV., Leggere variazioni di rotta. Venti poeti dal blog LiberInVersi, Sasso Marconi, Le Voci della Luna, 2008, pg. 127 – 133]
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