Archivi tag: luigi sasso

Schedario (V)

Paolo Beneforti

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Il non-luogo della pittura

Jean Dubuffet, Corps de dame

Luigi Sasso

Il non-luogo della pittura

     «L’attenzione uccide quel che tocca». Questa lapidaria affermazione, che si legge in un breve intervento del 1958 dal titolo Percepire, è il punto in cui si chiarisce il percorso pittorico, e più generalmente figurativo, di Jean Dubuffet. Che così prosegue: «E’ sbagliato credere che guardando attentamente le cose si possa conoscerle meglio. Perché lo sguardo fila, come il baco da seta, e in un attimo s’avvolge in un bozzolo opaco che toglie ogni vista. Ecco perché i pittori che spalancano gli occhi davanti al modello non riescono ad afferrarne nessuna parte». Queste parole vogliono dire essenzialmente due cose: la prima si può riassumere dicendo che guardare non è conoscere, perché ciò che i nostri occhi vedono è sempre un’illusione. Più fissiamo lo sguardo, più scrutiamo e penetriamo nelle cose che ci circondano, più un filo sottile le avviluppa, le copre e le nasconde, fino a trasformarle in forme anonime, opache, indecifrabili quando guardiamo, vediamo quello che sappiamo già, quanto cioè abbiamo già appreso, visto, conosciuto. E’ inutile illudersi che qualcosa di nuovo o di imprevisto ci incanti, ci sorprenda. E’ solo un attimo, e poi sulle nostre pupille una patina, un’ombra si posa, una brina raggela e cancella la scrittura del mondo. Continua a leggere Il non-luogo della pittura

Il corpo, la voce, la poesia: Antonio Porta

Antonio Porta

Luigi Sasso
Antonio Porta

Intervista a Porta

D: In Poesia e poetica Lei ha preso le distanze sia dai “padri” che dai “nonni” della nostra storia letteraria; vorrebbe allora chiarire in quale albero genealogico si riconosce, in altre parole qual è stata la sua formazione culturale e poetica?

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L’identità e la maschera

José Saramago

Luigi Sasso

L’identità e la maschera

     In un passo dei suoi Diari, Franz Grillparzer, l’autore de Il povero musicante, racconta che un giorno, mentre stava sfogliando le Lettere di un defunto,  a un tratto si spaventò. Il testo menzionava il suo nome, che egli lesse come se fosse quello di un estraneo, anzi proprio di un morto. «Spesso devo raccapezzarmi – osserva – per rendermi conto che sono quello stesso le cui opere hanno fatto scalpore nel mondo. Il poeta Grillparzer». Quel nome lo aveva sempre irritato. «Scritto lo posso ancora vedere, – conclude – stampato mi atterrisce. Siffatti nomi non vengono tramandati ai posteri». Continua a leggere L’identità e la maschera

Un’altra Itaca

Exekias (V sec. a.c.), Suicidio di Aiace

Luigi Sasso

Un’altra Itaca

L’eroe folle

L’Aiace di Sofocle si apre con l’immagine del guerriero che, al centro della scena tra pecore sgozzate, emette grida strazianti, farnetica. La morte gli sembra una luce, un approdo per chi ormai non è che un relitto. «Non sono nessuno per i Greci del campo, non sono più niente», dice. Gli resta quel tanto di lucidità per comprendere che una dea, cioè Atena, gli ha offuscato lo sguardo, che una frenesia allucinata lo confonde, che la mente in delirio si è ormai divelta dalla sua volontà. Continua a leggere Un’altra Itaca

Fantasmi africani

Gianni Celati

Luigi Sasso

Fantasmi africani

Avventure in Africa è un libro scritto da Gianni Celati e pubblicato nel 1998. Si compone di nove taccuini, nei quali l’autore ha annotato impressioni e riflessioni del suo viaggio, diari presentati «come li ho scritti per strada», si legge nella Notizia che li precede e che serve anche a introdurre i limiti temporali (il gennaio del 1997) e spaziali (dal Mali al Senegal alla Mauritania) del percorso. Celati era accompagnato da Jean Tolon. Scopo dell’iniziativa: la realizzazione di un documentario sui metodi di guarigione dei Dogon. Ma tutto si colloca già dall’inizio in una disposizione un po’ ironica e fiabesca, all’ombra di una citazione dall’Orlando Furioso, che ricorda il vagabondaggio di Astolfo in groppa all’ippogrifo dal mar dell’Atlante ai termini d’Egitto, da un capo all’altro del continente, insomma. Anche il paesaggio che, dai finestrini di un pullman o di qualche auto semiscassata, si rivela agli occhi dei due viaggiatori ha un’ apparenza un po’ stralunata, suggerisce una dimensione di smarrimento: «Ogni casetta o baracca con l’aria di anima persa nella savana, ognuna col suo lumicino da fiaba, tubo al neon di luce smorta o polverosa». Continua a leggere Fantasmi africani

Venezia anonima

Maiastra 1911 by Constantin Brancusi 1876-1957

Luigi Sasso

Venezia anonima

La Maiastra di Brancusi (1912), conservata alla Collezione Guggenheim di Venezia, è un esempio straordinario di come la scultura possa diventare un’arte in grado di sintetizzare e porre in relazione tra loro differenti elementi. Innanzitutto la forma, ovviamente, che l’artista semplifica fino a ridurla all’essenziale, eliminando ogni particolare superfluo. In secondo luogo la capacità di richiamare, anche grazie alla complicità del titolo, tutta una tradizione culturale, in questo caso folklorica. Nelle fiabe popolari rumene la Maiastra è un uccello magico: il suo canto è rigenerante, dal suo becco escono parole. Essa aiuta e assiste gli eroi, li difende dagli incantesimi. E soprattutto può assumere diverse, infinite forme. Quella scelta da Brancusi dà all’animale un’intensità ieratica, enigmatica, profonda. Ma una componente essenziale dell’opera, forse quella decisiva, riguarda la scelta del materiale, il bronzo lucidato. In questo modo si crea una superficie riflettente, nella quale la luce acquista un valore inusuale, capace di trasfigurare e di modificare, proprio come avveniva nella narrazione popolare, la forma dell’animale. Continua a leggere Venezia anonima

Un’eterna domenica

Robert Walser

Luigi Sasso

Un’eterna domenica
Fisionomie del perdigiorno in Robert Walser

     La narrativa di Robert Walser, soprattutto quella costituita dalle brevi prose, presenta non di rado la figura di un personaggio – un perdigiorno, un fannullone – che attraversa il racconto, e si allontana da noi con la stessa leggerezza con la quale si era avvicinato. Spesso quelle poche pagine non ci raccontano altro: un giovane studente in cerca di una stanza in affitto, una passeggiata nel bosco, la fantasticheria come unico luogo abitabile. Ma la figura del perdigiorno mostra più di un aspetto, più facce ed espressioni, e sarà necessario tentare una paziente ricognizione. Continua a leggere Un’eterna domenica

Il nome e il desiderio. Su Roland Barthes

Luigi Sasso

Il nome e il desiderio. Su Roland Barthes

Non si riesce mai a parlare di ciò che si ama
R.B.

I due volti del nome

Il nome è la nostra etichetta sociale. E’ la parola che ci definisce e ci accompagna in ogni incontro quotidiano, il suono, la forma grafica della nostra presenza e della nostra assenza. E’ il dato intorno al quale confluiscono e si annodano i nostri altri segni personali, e particolari. Continua a leggere Il nome e il desiderio. Su Roland Barthes