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Undici pianeti

Mahmud Darwish

Ultima sera su questa terra
Nell’ultima sera su questa terra separiamo i nostri giorni / dagli alberi, contiamo le costole che porteremo con noi / e quelle che lasceremo, qui… Nell’ultima sera su questa terra / non salutiamo niente e nessuno, e non troviamo il tempo per completare quel che siamo. / Tutto rimane immutato, ma il luogo cambia i nostri sogni / e cambia i suoi visitatori. All’improvviso non siamo più capaci di ironia / e questo luogo è pronto ad accogliere solo la polvere… Nell’ultima sera / godiamo della vista dei monti avvolti nelle nubi: conquista… e riconquista. / Il passato affida al presente le chiavi delle nostre porte: / Conquistatori, entrate nelle nostre case e sorseggiate vino rosso / dalle nostre semplici poesie. Se è mezzanotte, noi siamo la notte / e non esiste più alcun’alba che un cavaliere possa portare/ giungendo dall’ultimo adhan… / Il nostro tè è verde e caldo, bevetelo! I nostri pistacchi sono freschi, mangiateli! / Ecco i verdi letti di cedro, abbandonatevi al sonno / dopo questo lungo assedio, e dormite sulle piume dei nostri sogni. / Le lenzuola sono preparate, i profumi aspersi sulla soglia, e molti sono gli specchi / in cui potete entrare… e allora entrate, noi usciremo tutti! Presto cercheremo / quel che era la nostra Storia accanto alla vostra Storia in paesi lontani, / e ci domanderemo alla fine: Dov’era l’Andalusia? / Qui o lì… sulla terra… o in una poesia?

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Mahmud Darwish
Undici pianeti
Cura e traduzione di Silvia Moresi
Sesto S. Giovanni, Jouvence Edizioni
Collana “Barzakh”, 2018
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Un uomo

Mahmud Darwish

Un uomo

Con il ferro incatenarono la bocca
al sasso della morte legarono le mani,
gli dissero: Assassino!

Gli tolsero il cibo, gli abiti e i lampi
lanciarono il corpo nel ventre della morte
gli dissero: Ladro!

Bandito da ogni porto
gli tolsero il suo piccolo amore
gli dissero: Profugo!

Oh sangue mio
degli occhi e delle mani
breve è la notte
piccola la cella
e poco resiste il ferro!
Nerone è morto, Roma non muore …
Con lo sguardo uccide!
La spiga muore
La valle inonda il grano!.

La terra del mio poema

Verde la terra del mio poema, verde e alta…
Mi appare dal fondo del mio abisso…
Sei straniero, nel tuo significato.
Ti basta essere là, solo, per diventare tribù.
Ho cantato per pesare lo spazio sprecato
nel dolore della colomba,
non per spiegare ciò che Dio dice all’uomo…

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Murale

Murale

Mahmud Darwish

Ecco il tuo nome,
disse una donna,
e scomparve nel cunicolo sinuoso…

Vedo il cielo laggiù, a portata di mano,
e l’ala di una colomba bianca mi porta
a un’altra infanzia. Non sogno
di sognare. Ogni cosa è reale.
So che abbandono me stesso…
e m’involo. Sarò ciò che diventerò
nell’ultimo firmamento. E ogni cosa è bianca,
il mare sospeso sul tetto di una bianca nube
e bianco il nulla nel cielo bianco dell’assoluto.
Sono e non sono stato. E sono solo, sul limitare
di questa bianca eternità. Giunto prima della mia ora,
non un angelo apparso per dirmi:
“Che cos’hai fatto, laggiù, sulla terra?”

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Mahmud Darwish: una voce contro l’orrore

Quando si è assediati, il tempo diventa spazio
Pietrificato nella sua eternità
Quando si è assediati, lo spazio diventa tempo
Che ha fallito il suo ieri e il suo domani.

(Mahmud Darwish)

blog1ph5
(Foto tratta dal blog di Vittorio Arrigoni)

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Nel suo petto trovarono una lanterna di rose

Mahmud Darwish (Al Birweh/Galilea, 1941 – Huston, 2008)

Hanthala

SI E’ SPENTO MAHMUD DARWISH: UNA DELLE VOCI PIU’ ALTE DELLA POESIA MONDIALE, UNO DEI FIGLI PIU’ GRANDI DELLA TERRA PALESTINESE.

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