Archivi tag: marco ercolani

Il velo invisibile

Lettera di Sophie Peabody (1865) alla cugina Elizabeth, in cui si torna a evocare il mistero della morte “normale” di suo marito, lo scrittore Nathaniel Hawthorne.

 

Cara Elizabeth,

è dagli anni di Salem che non ti scrivo: puoi perdonarmi il lungo silenzio? Oggi, però, non posso più tacere: Nathaniel, quel fatidico 19 maggio, tornò a casa a pomeriggio inoltrato in compagnia di Pierce, dopo una lunga escursione a Plymouth. Io non gli chiesi niente ma il suo viso era strano. Aveva visto qualcosa di cui non voleva parlare. Lo interrogai a lungo, ma lui mi sorrise appena, senza dirmi nulla, con aria trasognata e distratta, come è sempre accaduto. Osservò che era stata una giornata bellissima e che la terra è fonte di continue meraviglie. Non seppi altro da lui.

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Frisa / Ercolani: da “Furto d’anima” l’omonimo racconto

 

Furto d’anima

 

 

Auguste Rodin, Camille Claudel, Paul Claudel

Auguste Rodin al direttore del manicomio di Montdevergues

Parigi, 30 dicembre 1913

Egregio signor direttore,

la vostra lettera del novembre scorso, che con offensiva indiscrezione mi interrogava sulla natura dei miei rapporti con la signorina Camille Claudel, mi ha profondamente indignato.
Voi sapete, esimio dottore, a chi vi rivolgete? Io sono Auguste Rodin. Ogni minuto del mio tempo è prezioso per l’arte francese e non posso certo sprecarlo per beghe di quart’ordine. So bene che voi, da alienista scrupoloso e uomo sensibile quale mi siete stato descritto, fate semplicemente il vostro dovere, ma i miei rapporti occasionali con quella sventurata non vi consentono questi toni da interrogatorio. Alla vostra inqualificabile domanda, lesiva del mio onore e del mio nome, «se io mi sono mai comportato in modo autoritario o violento nei confronti della malata», posso solo rispondervi: MAI.

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Furto d’anima

Lucetta Frisa
Marco Ercolani

Nota editoriale a

Furto d’anima
Greco & Greco Editori

 

FURTO D’ANIMA è un libro composto da quaranta lettere, reali e immaginarie: un viaggio perturbante, in un passato remoto e recente, dove coppie di artisti e di scrittori confrontano le parti-ombra delle loro emozioni, i loro più intimi pensieri, e si offrono impudicamente allo sguardo del lettore con quello che avrebbero ancora potuto dire, scrivere, pensare. In queste lettere, che talvolta sono scritture intime e frammenti di taccuini, si apre una prospettiva altra, che sonda conflitti e intrecci, fra arte e vita, alla ricerca di una “giustizia” postuma, ipotetica e poetica che vorrebbe riportare alla luce parti segrete e “scomode” di verità mai esplorate fino in fondo.

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Due note di lettura

Giorgio Galli

Nel fermo centro di polvere”:
il canto di Marco Ercolani

Una silloge traversata da un’atmosfera di catastrofe e da colori freddi o autunnali. Presenza costante, il mare. Paesaggi marini che ricordano la pittura di Savinio, agitati da presenze ex-umane.

E’ Ercolani stesso a fornirci le chiavi d’accesso alla sua opera, rispondendo, in appendice, alle Tre domande indiscrete di Gabriela Fantato:

Non saprei dire chi parla, in questo libro. Posso dire qualcosa della musica che cerco di evocare: una musica atonale, ossessiva ma evocativa, dove alcuni superstiti emettono le loro voci come all’interno di un coro, che allude a qualcosa di tragico ma indefinito. Ogni arte si scopre porosa, lacunosa, traversata da sussulti. La mia poesia, nelle immagini che trova e in quelle che cancella, ha qualcosa di elementare, di atroce, di irriducibile alla logica del discorso comune. Dopo aver traversato il sogno e la notte ed essere stata a un passo dall’afasia, riprende a essere canto. Ma canto nudo, breve frammento, sempre all’inizio -che è anche l’approdo- di sé.

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Così muore mammina

Marco Ercolani

[Pagine rifiutate da Mia madre, musicista, è morta di Louis Wolfson e non confluite nel libro definitivo – violento atto di accusa contro la madre da parte del figlio schizofrenico. Wolfson è anche autore di uno scritto teorico, Le Schizo et les langues, amato da Gilles Deleuze.]

 

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La Biblioteca di RebStein (LXXIII)

Tegu dumno abada

La Biblioteca di RebStein
LXXIII. Giugno 2018

etretatlibraryyq7

Yves Bergeret

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Il tratto che nomina
Cap. VIII-XV
(2010, 2018)

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La Biblioteca di RebStein (LXXII)

Tegu dumno abada

La Biblioteca di RebStein
LXXII. Giugno 2018

etretatlibraryyq7

Yves Bergeret

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Il tratto che nomina
Cap. I-VII
(2010, 2018)

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Quaderni di Traduzioni (XLI)

Quaderni di Traduzioni
XLI. Aprile 2018

Yves Bergeret

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Le trait qui nomme
VI. La parole de la pente (2010, 2018)

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Quaderni di Traduzioni (XL)

Quaderni di Traduzioni
XL. Aprile 2018

Yves Bergeret

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Le trait qui nomme (2010, 2018)
IV. Journal du neuvième séjour au Mali (oct./nov. 2003)
V. Remarques d’avant le départ de février 2004

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Tutto questo

Marco Ercolani

Nota di lettura a:
Maria Luisa Vezzali
Tutto questo
(puntoacapo,  2017)

 

«bellezza è quell’armonia dolcemente
crocefissa nel rilievo dell’onda
che riconosci come un luogo
frequentato a lungo in un passato
che non è nel tempo
ma sul tetto della piramide
sfinge scava senza fine nel petto
il pozzo del dono che non fa rumore».

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Docile e interminabile

Marco Ercolani

Lorenzo Calogero
(Docile e interminabile)

Lorenzo Calogero nasce a Melicuccà nel 1910, in provincia di Reggio Calabria. Studia ingegneria, poi si laurea in medicina, esercita saltuariamente la professione in Calabria e poi in provincia di Siena, dedicandosi con crescente interesse alla filosofia e alla letteratura. Pubblica a proprie spese alcune raccolte poetiche in case editrici minori: Poco suono, Ma questo, Parole del tempo, e cerca di stabilire contatti con poeti e case editrici (Betocchi, Bargellini, Einaudi) ma senza successo. Continua a leggere Docile e interminabile

La bellezza

Marco Ercolani

Alcuni frammenti di una lettera scritta da Sigmund Freud alle soglie della sua vita (1935).

Ho trascurato la bellezza, caro amico.
Mi sono messo a indagare i labirinti della ragione, per capire come dare un ordine ai confusi labirinti della non-ragione, e ho trascurato proprio la bellezza. Forse questa amnesia è un sintomo di qualcosa. Bisognerebbe amare solo le cose belle che durano sempre meno, come le lucciole, le farfalle, e se ne vanno, e non guardare troppo oltre. Anche la vita dell’uomo è troppo lunga. Io stesso sono durato troppo. L’uomo, anche malato, sopravvive.
Spero che tu, mio ultimo medico, sia pietoso e voglia togliermi serenamente dal mondo, dopo tutte queste operazioni. Queste labbra straziate non vogliono più parlare. Chi disse che a 50 anni bisognava morire!! Ah Dostoevskij, sì! Non ho mai parlato di lui. Meglio così: lo avrei frainteso, apponendo il mio ragionevole sigillo al limpido delirio del Santo Inquisitore.
Quanti errori! Che inutile ostinazione nel voler spiegare tutto l’inspiegabile! E la presunzione! Ma lei lo sa, amico mio, lei che inutilmente mi cura, lei lo sa che fino all’ultimo mi sono sentito un perfetto ignorante di tutto il mondo della psiche, io, il grande conquistador, io, Sigmund Freud?
Dopo, ho fatto un passo indietro, e le ombre mi sono apparse vere ombre.
Era necessario, per sentirmi umano.