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Repertorio delle voci (XXVII)

Marilena Renda, Ruggine, 2012

Manuel Cohen
Marilena Renda

Nel grande cretto, tra Ethos
ed Epos, quasi un’allegoria.

    

Di Marilena Renda, leggiamo finalmente per intero l’articolato poemetto Ruggine, un testo dalla lunga gestazione, già apparso in rete nel 2009, rappresentato a teatro, e qui proposto in una stesura ulteriormente rivista in cui si è sistematicamente provveduto a uniformare il tutto, a renderlo continuum, narrazione quanto più possibile coerente e organica: è probabilmente in ragione di ciò che l’autrice ha eliminato quegli inserti nell’idioma di Erice, che ci era stato possibile leggere precedentemente.

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Abbandono e abbondanza. Les revenants e la ruggine

Marilena Renda, Ruggine, 2012

Enzo Campi
Marilena Renda

Per sviluppare un pensiero cognitivo su quest’opera bisognerebbe mettersi in linea con l’autrice: giustapporre crepe a crepe, insinuarsi nelle fenditure, ri-configurare «nomi propri» e attitudini, veicolare un’apparente pacatezza espositiva che, a ben guardare, preserva in nuce un urlo rabbioso, quasi selvaggio, quello che l’autrice definisce, a più riprese, un “ruggito”, insomma e in poche parole compiere un gesto aggiuntivo che possa affiancarsi al gesto originario. Tutto ciò, naturalmente, non è quasi mai possibile. Accade raramente che una lettura critica possa donare a un’opera un vero valore aggiunto.

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