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Versi maciullati ed integri

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Per il decennale di RebStein, 1

Marina Pizzi

Bivacchi e sodalizi il mio imbrunire
Bugiardo brevetto costumanza carbonica
Sotto i sottopassi luridi e blasfemi
Senza nemmeno un mito di racconto.
Qui resta la lumaca divelta…
Povera casa schiacciata dal passo
Senza timore passeggiare contro
Le ambivalenze del destino.
Qui è stato rotto chiunque io fossi
Sotto rotaie sanguigne e frettolose
Tradenti arrivi e partenze.
Voglio morire con la morte dolcissima
Vecchi ormai di sillabari vuoti
Grammatiche nefaste le leccornie di ieri.
Nessun funerale è ammasso alla mia morte
Solo un bidone della spazzatura
Dopo il falò. I pali delle luci debbono
Stare spenti sopra le biglie di giochi tradenti.
Menziona di me la perla nerissima
L’acclusa sbornia dell’ultima cena
Quando quaggiù fanno ancora i ragazzi.
Permettimi di volare prima sfortuna
Sfarzo di mareggiate più che potenti
I trilli di fantasmi che mi attendono.

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prima del diluvio, 5

Immagine di Michele Guyot Bourg

 

 

Marina Pizzi

      (La cena del verbo)

      Dio della notte il mio sospiro
      Sparuto quanto un indice di nebbia
      La crudeltà del sale sfatto palmo
      Con il mistero che deride la faccia
      Faccenda senza resine di baci.
      Il male barricato sulla fronte
      Dissolve l’ossigeno geniale
      La gente sugli spalti delle tombe.
      Tu dimmi quale rondine corsara
      Sapienza di dio non sapere
      Perché le baracche da sole spopolano
      Esatte bramosie cercare dio.
      Capitomboli di sabbie volerti bene
      Dietro la rotta tragica del guado
      O di domani la speranza d’essere.
      Pagliaccio al grado Generale
      Questo fantasma d’anima malarica
      Dove intercede il regno del cipresso.

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La giostra della lingua il suolo d’algebra

Marina Pizzi

Marina Pizzi

“Bisogna saper lasciare”, diceva Derrida.

Tenendo conto di questo suggerimento Pizzi, in prima istanza, si lascia alle parole lasciandole al loro destino errabondo. In seconda istanza questo lasciare/lasciarsi, quasi paradossalmente, viaggia in simbiosi con un processo di appropriazione. Si potrebbe parlare di descotomizzazione, ovvero di un procedimento che permette all’autore non di eludere, nascondere e rimuovere cose, persone e situazioni che procurano disagio, rifiuto e dolore, bensì di svelarle in tutta la loro interezza e complessità.

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