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Voynich – di Massimo ORGIAZZI

[I testi di “Voynich” sono apparsi sul n. 47 della rivista Atelier]

Geometrie inconsistenti dell’anno solare

Sto parlando di un sole finto
che conserva il senso
di attraversate in cresta
tra nuvole che incrociano di bianco
il genere delle giornate, di una festa.
Si tratta di parti di una geometria
fondata sugli assiomi precedenti minuscole tempeste
e dei pezzi di lune costruitesi da sole su orbite deflesse.
Mentre quaggiù è capodanno, debolmente,
e il meglio dell’inverno è ritornato in piovaschi chiari di ritardi:
con i fuochi artificiali che rintronavano di quiete
ripristinando una voglia di millenni, gruppuscoli di venti, antenne.
La luce pomeridiana dei primi giorni splendendo appende
strade, cascinali e i bravi cani di una volta
a memorie scorte scritte a caso nelle ghiaie, al mio viso ancora imberbe:]
non si può fuggire ad una vita percorrendone le crepe.

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Risonanze VIII – Nicola PONZIO

Da Gli ospiti e i luoghi, Varese, Nuova Editrice Magenta, 2005

Il falegname Zimmer

I

Diversi troveremo insieme un luogo.
(Terribile e affettuosa,
al di là di quelle case,
oltre la cinta si offrirà
la luce in un riparo – giustizia Continua a leggere Risonanze VIII – Nicola PONZIO

Risonanze VII – Massimo ORGIAZZI

Quello che resta dei giorni

Quello che resta dei giorni, è un reale intravisto, scoperto per caso tra margini in ombra; poi esplorato, afferrato, stretto forte tra le dita, riportato alle labbra per dare nuove svolte al respiro. Quello che resta, è l’attimo in cui anche la tenebra diventa chiarore, risplende nella conta delle sue ferite e si dispone al silenzio, si acquieta, in ascolto della vita che scorre, del mondo di sempre che pianta le sue radici d’aria in terre di memoria. E’ quello il tempo in cui la lingua si rivela a se stessa, e il suo alfabeto segreto aspira a farsi segno e senso, la traccia che rimane nella dimora di un verso. E’ allora che i passi si arrestano, e le mani iniziano a frugare il cielo delle immagini superstiti, per estrarre “giorni splendidi di rame / da questo vento”, tutte le cose, i volti, i gesti, le ore che mancano all’appello, quelle “cui accenniamo da sempre / col morso / nella notte, tra i denti”. Sono specchi franti di esistenza che si ricompongono a ritmo di voce e di echi lontani; sono vertigini arborizzate di assenze, evase, in forma di spasmi trattenuti, nell’opera di semina che guarisce l’oblio, il bianco della pagina muta che le accoglie. E tu sei là, è là che ritrovi il filo dei giorni, la trama di ogni dire, “dove parole / dimenticate morte / hanno un nuovo nome”, cantano l’opera che urge di tutti gli astri possibili, la riva che si nega e si propone a ogni naufragio, il destino della rosa che argina il tracimare di tecnica e metallo, gli occhi che vi si adagiano, come manti, per riscaldare d’ali l’ombra che il lessico geometrico inchioda alle croci della terra. E tutto ciò che emerge, e scampa al rogo delle sabbie, è la cadenza antica delle zolle, l’orma sul sentiero, la neve che invita le stagioni a farsi spazio, la corrente dell’erba che traghetta oltre l’infanzia: è “la terra di qui”, un altrove che è il presente mobile di ogni ricordo, pronto a farsi filo aguzzo di spina e carezza di linfa, una mano notturna o solare che serra nel palmo il presagio di un altro amore, una purezza che “taglia in due tutta una morte” e si desta, si offre a nuvole di fertilità, “concima cieli a se stanti”, inviolabili, inviolati.

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