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Miklós Radnóti: alla radice del cielo – di Katia Paoletti

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Miklós Radnóti: alla radice del cielo di Katia Paoletti
(tratto dal numero 10 della rivista “PaginaZero-Letterature di frontiera”)

[…] Penso tanta letteratura centroeuropea e/o europeista e perdo il senso dell’orientamento. La terra come patria, rifugio, casa. Poeti, drammaturghi, narratori italiani, ungheresi, turchi: la rivolta estenuante, la lotta, la primavera dei popoli. Un triangolo nato per gioco, per simmetrie e affinità ma anche per quel chiaroscuro tra i cui veli prende forma una sensibilità lirica lontanamente bucolica che, nella maturità, si trasforma in sentimenti umani di rabbia e vendetta con forme espressionistiche crude che del fonema assumono sembianza. E dai labirinti del paradosso alle estremità corpose del non senso, per le deviazioni e le contraddizioni crudeli di ogni forma da natura umana toccata, si risale per i cunicoli fangosi nell’altro cielo che, per rotazione, torna nel primo: quello pastorale del canto, del ricordo, dell’infanzia. In tal senso, l’intera opera del poeta ungherese Miklós Radnóti proietta il ciclo evocato con una radice tragica e chiaramente esistenziale:

Le poesie saranno compiute con la morte. L’opera strutturata nel corso della vita con la morte diventa completa. La composizione, il messaggio poetico, che è stato svelato dalla vita superficiale, dal corpo, col cadere del corpo nella fossa della tomba diventa visibile, l’opera s’innalza e comincia a dare luce.

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