Archivi tag: nadia agustoni

Francesco Tomada, nell’ordine dei nomi

Nadia Agustoni

“E oggi qualsiasi cosa mi passi accanto, può suscitare un verso dei poeti che ho letto: è la mia biologia che li porta, il mio ritmo cardiaco, essi vivono nelle mie fibre, talvolta parlano con la mia voce, della rete misconosciuta di strade che li conduce dentro il futuro, io non sono che una remota stazione, finché il Tempo non estinguerà il mio tempo di uomo.”

(Pierluigi Cappello, La mela di Newton)

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Le case del poeta

LE CASE DEL POETA

Conversazione con Cristina Annino
Nota e a cura di Nadia Agustoni

Proponendo a Cristina Annino una memoria delle sue tante case avevo in mente il lungo racconto di Nico Naldini, che fa da introduzione al libro di Pier Paolo Pasolini: “Un paese di temporali e di primule” 2001, dove i luoghi, le case e le persone sono restituiti nei vari momenti della vita e legati ad accadimenti significativi, sia per gli affetti privati che per il frangente storico. Quei paesaggi e le case di cui Naldini parla, sono insieme paesaggio e cultura. Nella cattiva memoria del presente, il concetto di cultura è spesso distante da quello di vita, perché talmente svilito e impoverito da essere inteso quasi solo in senso libresco. Ecco invece che siamo messi di fronte, con naturalezza, alla sua complessità e all’intera forza da cui ha origine. Continua a leggere Le case del poeta

Il racconto delle pianure

Cristina Annino
Nadia Agustoni

Il racconto delle pianure
Intervento sul libro di
Nadia Agustoni.

“L’affinità profonda e singolare tra poesia e morte – da Dante a Pavese – ritorna paradossalmente viva nell’ultimo libro di Nadia Agustoni, “Il peso di pianura”, riprendendo fili sospesi e fluttuanti di una delle sue prime opere, “Grammatica Tempo” del 1994. Ma nel frattempo qualcosa è cambiato nella poetica dell’autrice e questa sua nuova creazione appare letteralmente sconcertante rispetto alle precedenti pubblicazioni […] “ [Qui]

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Le parole che dobbiamo imparare

Nadia Agustoni

Le parole che dobbiamo imparare.

A chi scrive dall’esilio o dalla solitudine, da un’esperienza del margine vissuta a tratti collettivamente e quasi sempre individualmente, l’incontro con chi è già di là del margine, forse senza averne toccato l’alterità, è un arduo confronto. Uso parole come esilio, margine e alterità perché ognuna racchiude uno dei significati che hanno investito scrittura e vita di alcune generazioni negli ultimi decenni. Ci siamo affidati alle parole perché sono il luogo in cui immaginare l’utopia diventa possibile, ma l’utopia è ciò che non è mai presente, più simile al riattraversare il confine da parte a parte ogni volta, che a una concretezza. Qualcuno, dopo averle amate, ha rifiutato le parole, da principio con la forza del grido e in seguito facendo suo il diniego di un “Bartleby”, ma nonostante tutto quel “di là” utopico ci è rimasto precluso. Per questo è difficile sentire nostro questo tempo, ma cosa voglia dire scoprire un altro tempo, cosa compiono le parole quando hanno la presenza della propria tragicità e ci portano un’esperienza completa dell’umano, noi possiamo saperlo da altri.

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Mòbii/Mobilità

Le voci della luna n. 44

Fabio Franzin

“Abbandonati”, così scrive Fabio Franzin in questi testi in cui racconta in versi, in un linguaggio che sembra andare oltre lo sconforto, un evento tragico come la perdita del lavoro senza forse la possibilità di trovarne un altro. Tutto è cambiato e per chi viene espulso dalle fabbriche, per chi fa l’operaio, le possibilità di ricominciare sono ancora meno in questi anni di precarietà e flessibilità. L’isolamento sociale e la paura del futuro ammorbidiscono gli animi degli operai e sembrano fare sì che si accantonino i vecchi rancori in una parvenza di solidarietà, che non è più solidarietà, è aggrapparsi gli uni agli altri perché più nulla rimane da fare. Impietosa la voce di Franzin nella sua amarezza, nel suo chiedere: “guardateci”. Come se un tempo durissimo finisse, ma solo per scavare più profondamente le ferite: come se non ci fosse più redenzione. – (Nadia Agustoni)

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Taccuino Nero – di Nadia Agustoni

[NADIA AGUSTONI]

pg_011La materia prima di questo mondo-narrato-narrandosi, la conversione in parola di tutto ciò che ogni giorno resta rinchiuso nel silenzio e nella separatezza di vite che si negano a ogni apertura, a ogni dialogo, a ogni conoscenza di sé e degli altri, è quella di una memoria che va alienandosi, desertificata e poi rimossa, cancellata, dai meccanismi e dalle logiche dominanti della fabbrica totale, un universo concentrazionario che assorbe e fagocita esistenze, sentimenti e sogni, riduce a enfasi o a perversione la tensione naturale all’ascolto, la capacità di dire, di comunicare, offrirsi e amare, e li rilascia come merci pronte per il mercato globale dei miraggi, strabordante di oggetti e simulacri di ogni genere, omologati dal dis-canto opprimente delle macchine e dall’in-canto del marchio che ammutolisce, insieme al pensiero, la libertà di scegliere, di decidere, di rifiutare Continua a leggere Taccuino Nero – di Nadia Agustoni

Qui si declina il nome della rosa – Ricordo di Maria Grazia Lenisa

lenisa

Maria Grazia Lenisa se ne è andata pochi giorni fa, il 28 aprile 2009. Appartata e nello stesso tempo partecipe. Mai isolata dagli altri, ci lascia i suoi libri, la sua poesia, che in tanti abbiamo amato. Non ho ancora parole per ricordarla come sento dovrei fare, ma alcune sue poesie le propongo qui riservandomi di tornare a parlare della sua opera.
(Nadia Agustoni)

 

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Vicini a essere ombre – Nadia AGUSTONI

Poesie inedite di Nadia Agustoni

     lavoro dell’alba

Lavoro dell’alba, shock mattutino
l’aspettare, tenere l’attesa che è acino maturo,
confondersi al quadrare dell’ora
far su le cose con gesto grezzo e grande
che t’impari quel che è creato
t’impari un sonetto di silenzi Continua a leggere Vicini a essere ombre – Nadia AGUSTONI