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Oracoli (3)

Nomi

Il nome Osip ti viene incontro. L’eco dei passi lacera la tenebra stagnante dei tuoi sensi. Ti apre un varco tra i silenzi e le piaghe di un’esistenza che puoi solo immaginare. Viene a mostrarti i frutti di una terra che germoglia sotto il fuoco. Ti accolga l’abbraccio della lampada muta che accende ogni notte sulla soglia. Ti accolga il vento che dalla soglia soffia parole d’acqua alla polvere. Che rifiorisce le voci mai placate dei morti che gridano giustizia dal ciglio ferito dei suoi occhi. Questa è la casa, dimora dei viandanti, qui c’è la tavola che invecchia e che rinasce ad ogni incontro. La mensa di spighe mature imbandita per il transito degli anni. Guarda. Non si consuma l’olio del lume che ti aspetta, se arde nella coppa delle mani la luce fraterna degli sguardi.

Oracoli (2)

Alfabeti

Ci sono segni, simboli, figure, interi alfabeti senza origine e senza sintassi, nello spazio dove l’ombra si raccoglie per farsi evento e sguardo: lo spazio dove la vita si immerge nella pienezza della sua libertà senza ragione, inavvertita, per vedersi rinascere a ogni alba nelle forme mobili, cangianti, che liberano nel giorno lampi ed echi del suo universo innominato, senza riposo. La scrittura del vivente segue i passi interminati di quella perpetua erranza: da una forma indefinibile al suo mistero rivelato, da ciò che apparentemente permane al vento che ne cancella il profilo, da quanto si richiude in bozzoli di pietra al lampo che spinge più lontano l’orizzonte. L’equilibrio è l’impronta che manca, l’immagine che nel cammino si lascia presentire come assenza. Perché è nelle cose, nella loro semplice, inafferrabile esistenza, che dimora la radice del canto: tutte, una ad una, lettere di un sillabario d’aria, d’acqua, di terra e di fiamma, sorgenti alle cui labbra la pupilla si offre come sete, si abbevera – per restituire alla lingua la misura inaccessibile della metamorfosi e del passaggio.

Oracoli (1)

Tracce

Lasciare tracce di parole è allevare ricordi che cresceranno senza i nostri occhi. Strappare alla notte il canto di stelle inesistenti, e dietro il coro d’ombre andare incontro all’altro in attesa nelle radure del respiro, nell’assenza che prende corpo e voce a ogni passo. Seguire il destino della fiamma che si offre in schegge di chiarore all’abbraccio del buio che la assorbe. Cadere come cade un lume in trasparenze d’acqua, nell’acqua spegnersi, e dentro l’acqua scrivere il senso della nascita, le cifre del naufragio, i volti silenziosi dell’esilio. Fare di ogni sguardo strappato all’abbandono, agli specchi incrinati della resa, un’isola levigata da fioriture d’onda. Di ogni mano che si tende, la dimora materna dove la neve viene ad abitare, a riconoscersi nei rivoli di vita in cui si scioglie.

Ο Τειρεσίας (και άλλα κείμενα)

Giuliano Mesa

σε αφήνω εδώ
με αυτά τα σύννεφα φορτωμένα βροχή
αυλακωμένα από μια αχτίδα
που θα σε ξυπνήσει, αύριο κιόλας,
όταν θα ’χεις πια αναμνήσεις
να σκεφτείς.

πηγαίνω
στην παρασκιά που απομένει,
εκεί που επιστρέφω, τώρα,
τώρα που μπορεί να ξαναρχίσω,
που θα μπορούσα,
τώρα υπάρχει μόνο μια αποθυμιά:
ν’ αφήσω, ν’ αφήσω ανέγγιχτη
αυτή τη στιγμή πριν απ’ τη θλίψη
όταν η θλίψη
έγινε μοιρολόι παρηγοριάς
και μετά σιωπή
αυτή η σιωπή που ακούμε μαζί,
τώρα – είναι τώρα που ξέρουμε,
σε αυτή τη στιγμή που διαιρεί

σε αφήνω εδώ

 

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Evanghelìa Polìmou traduce in greco alcuni testi di Giuliano Mesa per la rivista “Poiein“. Continua a leggere qui
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