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Sulla poesia di D. Brancale

Federico Ferrari

Non so come si collochi la poesia di Domenico Brancale all’interno del panorama italiano. Non mi interesso più, ormai da molti anni, di “panorami”, perché vi vedo solo cliché da cartolina, immagini da tripadvisor della cultura o poco più. Detto altrimenti, non ho idea dello stato dell’arte di quella che la critica definisce la poesia italiana contemporanea e, di conseguenza, nemmeno dell’importanza o meno che sempre la critica attribuisca ai versi di Brancale (benché possa farmene un’idea… conoscendo la scarsa propensione del poeta lucano alle pubbliche relazioni, allo scambio di favori, alla comunella). A partire da questa dotta ignoranza, ho letto le pagine di Per diverse ragioni (Passigli, 2017). E c’è un verso che mi si è conficcato nella testa e che non riesco più a tirare fuori: “Qui dove stiamo vivi nella morte. / Noi gli increati. / Abbiamo ancora bisogno di candele”.

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Per Domenico Brancale

Rossana Lista

Per diverse ragioni
Per Domenico Brancale

In epigrafe all’Ossario del Sole[1] Domenico Brancale scriveva “Non sarò mai al sicuro/dentro la parola”: allora, dieci anni fa, abbiamo potuto credere che quella fosse l’espressione di un rapporto del tutto singolare con la lingua, proprio alla sensibilità del poeta – del poeta Brancale –, rapporto per il quale quanto più egli si faceva prossimo alla e della parola, fino a quasi volerla abitare dal di dentro, tanto più il riparo e la presa del reale che essa era in grado di offrirgli si sgretolava. In ragione di questo suo approssimarsi a essa la parola si mostrava quindi per sua stessa natura insicura, instabile, incerta, in tal misura incerta da costituire la cifra stessa dell’umano, così come la successiva opera Incerti umani[2] conflagrò nel dimostrarlo. Eppure, qui poteva ancora rassicurarci l’idea che si trattasse solo, per così dire, di una parola sì ferita ma peculiare a un morbo e che sarebbe dunque bastato mantenersi ai bordi o meglio ai labbri di questa ferita per non essere contaminati da una cancrena che attentava alle naturali pretese del linguaggio; ignoravamo, però, che mentre confessava la sua esposizione dentro la parola – confessione allo stesso tempo programmatica, perché dentro quella ferita Domenico Brancale si è sempre mantenuto per abbeverare la sua lingua – ebbene, allo stesso tempo e quasi inavvertitamente, egli ci cacciava fuori dal conforto facile, familiare, falso dei nostri modi di dire.

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