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Il cesto dei libri sulle acque, 2

Giuliano Mesa

“devi tenerti in vita, Tiresia,
è il tuo discàpito”

I. ornitomanzia. la discarica. Sitio Pangako

vedi. vento col volo, dentro, delle folaghe.
vedi che vengono dal mare e non vi tornano,
che fanno stormo con gli storni neri, lungo il fiume.
guarda come si avventano sul cibo,
come lo sbranano, sbranandosi,
piroettando in aria.
senti come gli stride il becco, gli speroni,
che gridano, artigliando, facendo scaravento, in muta,
ascoltane la lunga parata di conquista, il tanfo,
senti che vola su dalla discarica, l’alveo,
dove c’è il rigagnolo del fiume,
l’impasto di macerie,
dove c’è la casa dei dormienti.
che sognano di fare muta in ali
casa dei renitenti, repellenti,
ricovero al rigetto, e nutrimento, a loro,
scaraventati lì chissà da dove,
nel letame, nel loro lete, lenti,
a fare chicchi della terra nuova,
gomitoli di cenci, bipedi scarabei
che volano su in alto, a spicchi,
quando dall’alto arriva un’altra fame.

prova a guardare, prova a coprirti gli occhi.

Giuliano Mesa
Poesie 1973-2008
Roma, La camera verde, 2010

La restituzione della realtà

Giuliano Mesa

Nell’opera di Mesa il segno è un metaforico bisturi, strumento di incisione con il quale procedere al sezionamento della “salma” del presente, e, contemporaneamente, una corda vocale, tramite la quale portare a vibrare il lamento luttuoso del proprio tempo. Un movimento a spirale lacera e allaccia, aggancia e smarrisce, all’interno di un ideale nastro di Möbius, il “dopo” che lega ogni parola alla successiva. In Mesa lo spasmo della “creatura”, così come nelle opere di Büchner, Artaud, Vallejo, Beckett e Celan, rappresenta il nucleo di una poetica in cui il movimento della voce del testo e la scrittura dell’umano vengono sviluppati all’interno di stridenti fughe e serie musicali.

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