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Le ragazze che indossano camicie bianche (di Rocco Brindisi)

Marc Chagall, Nudo sdraiato,1914Sarebbero passati vent’anni e avrei conosciuto Giorgio. Avrei amato le ragazze che indossano camicie bianche, sbottonate, in alto, che si allungavano sui jeans. Lo avrei amato perché quello era il destino. Avrei pianto d’amore, vedendolo accartocciare bottiglie di plastica sul balcone. Avrei chiesto, alla ragazza con la camicia infilata nei jeans, di rimetterla fuori? Non ne avrei avuto il coraggio. Eppure, che incanto, le camicie che scivolano sulle anche! Così rara, la pelle di una camicia, che scende, giù, sulle braccia, e si apre, sul petto, senza mai spalancarsi! La pelle di “Quizas, quizas”, la canzone che nessuna ragazza canta negli androni, sulle scale, nei balconi d’Occidente. Non importa che la camicia abbia ricami. Potrebbe avere il colletto, non averlo. Una spilla d’oro, dalle parti del capezzolo? Potrebbe risultare superflua. Niente estranei, su quel biancore. Né celeste né azzurra né turchese, ma bianca. E dove le mani finiscono, polsini che lasciano entrare il vento. [Rocco Brindisi]

In morte di nonno Kolya

Dipinto di Evgeny Kravtsov

Andrea Ballabio


Krasniy Hutor. Sono andato a fare due passi fino a dove vivevo prima, penultima casa prima della foresta. L’ultima è quella di Sveta, la strega tartara. L’idea era di comprare un dolce e bermi un caffè da Alla, la mia ex vicina bielorussa. Ho voluto però accertarmi che fossero in casa, per poi fare un salto a prendere una torta al negozio vicino. Viene però alla porta la figlia di Alla, Yuliya, e mi dice di non entrare perché sono tutti contagiati. Mi rassicurano, stanno abbastanza bene, sta passando.

Tornando, diciamo, verso casa, mi viene in mente che non ho chiesto di nonno Kolya. Telefono subito. Mi dicono che il nonno è stato ricoverato a dicembre per polmonite ed è morto in ospedale. Avrebbe dovuto compiere 90 anni.

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La rivoluzione ha ignorato Bach / seconda parte (di Rocco Brindisi)

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(QUI LA PRIMA PARTE)

Fu in quell’anno, era il ’77, che arse vivo un bambino, nell’androne di un palazzo dove qualcuno aveva gettato una molotov.

Il sonno. Il dono incredibile del sonno. L’insonnia di Émile Cioran, che, affermava, era stata la sua amante perfetta, l’unica realtà senza maschere, un dono che lo costringeva a girare tutta la notte ascoltando i suoi passi sui ciottoli. Un bambino raccoglie un dito di fango, ci sputa sopra, lo passa sugli occhi spenti di Dio che, finalmente, dorme. E, dormendo, vede il mondo, il dolore senza speranze, la sua mostruosità, la la propria grottesca perfezione e quella, altrettanto ironica, delle stelle. Per molti esseri umani, svegliarsi è un incubo. La madre di Cioran amava Bach, lo ascoltava, lo suonava. Quest’amore lo passò al figlio, che ha amato Bach fino alla fine. Diceva che Bach va oltre Dio. La rivoluzione ha ignorato Bach. Giorgio cercava la gioia di Bach e la trovava anche quando non riusciva più a carezzare la donna che amava, perché le sue mani erano diventate un ornamento: avrebbe potuto pensare che le sue mani fossero un’ombra perfida del suo corpo, ma non lo pensava. Non pensava che alla gioia di ascoltare la gioia. Mia madre avrebbe amato Bach. Lei, che era una maestra dei rammendi, avrebbe ricucito gli strappi della pelle di Dio con quella musica. Avrebbe ricucito le ferite del sonno dei suoi figli.  Continua a leggere La rivoluzione ha ignorato Bach / seconda parte (di Rocco Brindisi)

La rivoluzione ha ignorato Bach / prima parte (di Rocco Brindisi)

img_2270Il giorno del rapimento di Moro, la piazza grande era affollata. La maggior parte della gente passeggiava. Pure i compagni, che di solito la evitavano. Non ricordo se ci fosse il sole. Leggevo, nei loro volti, una quieta esaltazione.  Quello che era successo non mi commuoveva e neanche m’inquietava. Mi incuriosiva.  Non  mi sentivo toccato dal massacro della scorta. Non amavo i poliziotti, nessun poliziotto si era mai ribellato a un ordine ingiusto, al disonore di sparare su una folla. Questa convinzione non mi ha mai abbandonato. È anche vero che non ho mai applaudito all’uccisione di un poliziotto.  Continua a leggere La rivoluzione ha ignorato Bach / prima parte (di Rocco Brindisi)

Zepin

Dipinto di David Cook (Autoritratto)

Andrea Ballabio


Z morbida, non dura. Giuseppe Bellotti, al secolo. Se ne parlava stasera a cena col vecchio, che ti dice a che ora pisciò Giulio Cesare durante la battaglia di Alesia. E ho detto tutto.

Zepin, un metro e sessantacinque di violenza, capelli lunghi raccolti a coda di cavallo. Cuoco, uomo di osteria, padre di famiglia. Nell’ordine.

L’unica memoria che ho il dovere di tramandare riguardo a Zepin è il bagno nel laghetto ghiacciato il primo di gennaio, la mattina presto. Relata refero, io non c’ero.

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Ritorno a Krasniy Hutor

Dipinto di Evgeny Kravtsov

Andrea Ballabio


Nel tardo pomeriggio chiama Vika. Cosa fai? Niente, mi bevo un caffè ed esco a fare due passi. Perché non vai dove vivevamo prima? Saluti i vicini, saranno contenti di vederti. Perché non vado? Forse per la solita tendenza a lasciarmi il passato alle spalle, a viaggiare leggero, una specie di recondita paura della nostalgia e dei ricordi. Sono poche fermate di autobus, vado.

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Due paginette del diario torinese (di Rocco Brindisi)

jodice_lecceVedo la casa ed è notte. La cucina è illuminata; un chiarore caldo, malinconico. A un lato della finestra,  la madre di Franco (sul terrazzino, tanti anni fa, Franco leggeva ad alta voce, un uomo, entusiasta, le mie deliranti poesie da Dolce Stil Novo). La madre vive al primo piano. Più in alto abita il secondogenito, anche lui da solo: un uomo invecchiato nei rimpianti: quando il nome dei figli, e quello di una donna che hai amato, chissà quando, ti batte alle tempie e cerchi i loro corpi in bocca e non li trovi, e guardi una finestra. La madre, seduta su una vecchia sedia ingiallita, guarda la notte. A due passi dalla casa, dalla mestizia orgogliosa della donna, c’è il vicolo VI Rosica, dove sono nato;  in questo momento è più lontano e disincarnato della luna. Sono qui, sospeso per aria, forse.  La madre di Franco ha una chioma bianca, quella di una signora di ottant’anni che ha cura dei propri capelli, ancora belli. Quando ero bambino, aveva messo sù una merceria, sotto  casa. Ci andavo a comprare una spoletta di cotone, una fettuccia, un ago, mi piaceva starle vicino, frugare con gli occhi nella vetrinetta del banco. C’era qualcosa di regale e remoto nel suo sguardo. Mi attirava la bontà delle sue mani. Ora che siamo invecchiati, Franco mi racconta sua madre;  Continua a leggere Due paginette del diario torinese (di Rocco Brindisi)

Storie, una nell’altra (di Rocco Brindisi)

Lorenzo Alessandri, Studio per un ritratto di Piera Oppezzo, 1953Non sento più il vento. Ieri siamo andati al cinema. Io e Angela. Sarebbe stato bello fosse venuta anche Anna. Ma in questi giorni, Angela respira meglio senza la sorella. Mi è negata la felicità di stare in mezzo a loro, e questo mi brucia. Ma guardo la grossa sciarpa di Angela, il piumino rosso. L’ho convinta a comprare un piumino rosso. Indossava sempre quelli neri. Il rosso le restituisce l’adolescenza.  Il film: “La notte più lunga dell’anno” è ambientato a Potenza, la città che abbiamo lasciato. Si svolge di notte, dall’inizio alla fine. Nessuna nostalgia, a guardare i luoghi che conosco. Nessuna patina di vecchiezza o di già visto. Come tutte le città del mondo è cieca e, sullo schermo, non appaiono segni della sua, della mia infanzia. Questa smemoratezza calma il mio sguardo, non mi opprime. Perdòno tutto. Non comparirà mia madre né il mio amore buono, che stanno nel dolce abisso dei morti. Sono quattro storie, una nell’altra. La donna che riscalda il tè per il padre e lo guarda con un amore notturno; l’uomo guarda la figlia con una quieta eternità negli occhi. L’uomo ha due tubicini infilati nel naso, racconta l’anima dei pesci; le finestre di quella casa sognano la neve. La figlia, sui quarant’anni, esce per andare al lavoro, fa la cubista in un locale notturno. Bella, immersa in un dolore di seta. La vediamo ballare in una sala affollata. Non sopporto le scene girate  in una discoteca, provo un senso di repulsione, sempre. Ma lei balla da regina del disamore che si dona. Il suo corpo lacera l’eternità che, finalmente, perde sangue. In un altro episodio, un uomo torna a casa, è ancora  e sempre notte, si toglie le scarpe nell’ingresso, con una malinconia aliena, come se tutti i gesti possibili, sulla terra, si fossero addormentati, per prendere pace, nella pietà di un bambino-fantasma che non sta, da tempo, al gioco disperato della disperazione del tempo e ne ha solo pietà. Sale il chiarore del giorno. Sono qui, a scrivere, benedetto dal sonno di Angela sulla mia testa. [Rocco Brindisi]

Piergiorgio Welby (di Rocco Brindisi)

3125927086_31d49f242dPiergiorgio Welby viveva in un letto da 17 anni. Non poteva muovere neanche un dito, del proprio corpo; riusciva a parlare solo attraverso la sua voce pensata: un artificio elettronico. Con la sua voce pensata,  diceva che la vita è una passeggiata notturna con un amico, il vento nei capelli, un amore che ti lascia…. Aveva chiesto più volte di poter morire, perché  il suo corpo era diventato cieco, non aveva più memoria di sé. La sua mente, invece, aveva una memoria struggente delle cose, delle persone che aveva sfiorato, toccato, chiamato per nome, con la sua voce, amato. Non trovava naturale essere prigioniero di un corpo insensibile, avere labbra ornamentali, che non servivano a baciare, a socchiudersi per un improvviso stupore, una meraviglia; non trovava naturale essere attraversato da tubi; non sopportava di non provare, da un tempo immemorabile, la piccola, fraterna felicità di comandare alla vescica di sgonfiarsi; rifiutava la tristezza di addormentarsi senza poter mai reclinare il capo da un lato; non era stato facile rassegnarsi all’assenza di odori, sapori; doveva rinunciare, per sempre, al gesto  tenero, involontario, di spettinare un amico, una donna. Aveva chiesto di morire, come, da assetati, si chiede un bicchiere d’acqua. “Avete letto dove è scritto Non voglio sacrificio ma misericordia!“, si grida nel Vangelo; ma i preti gridarono  allo scandalo per il suo rifiuto di patire. Quando un altro essere umano lo liberò dall’umiliazione di non morire, i preti non gli concessero i funerali religiosi, perché la Chiesa riteneva non si fosse trattato di suicidio, per il quale si presuppone sia venuta a mancare –  la piena avvertenza e il deliberato consenso –  Per la Chiesa, Welby aveva chiesto, coscientemente, di essere “ucciso”.  [Rocco Brindisi]

Se penso agli amici… (di Rocco Brindisi)

Lisa SammarcoSe penso agli amici che mi ha dispensato il destino mi sale un groppo di felicità in gola. E a volte piango. In aggiunta, se non credo in Dio, e non credere in Dio vuol dire, per me, non credere nella sua Innocenza, amo i bambini che pronunciano il suo nome con una voce mille volte più pura del silenzio degli astri. Amo il sonno dei miei amici, i loro risvegli, la pigrizia in amore dei loro mattini. Gigi guarda la donna che gli sta accanto, ama teneramente il lenzuolo che non la copre, il guanciale, il suo respiro impercettibile, la somma dei giorni. Giuliano pensa all’amico lontano, va alla finestra e sente il cuore di questo autunno spezzarsi senza un gemito.  Piero legge il Libro delle Ore, nell’albergo di Lisbona; stanotte ha sognato di impastare la lingua del figlio e, con la lingua, la sua voce; più tardi si recherà in ospedale con gli altri due figli, Luigi e Giovanni,  consolerà quella città con la sua preghiera danzante. Giorgio accenderà una delle sue sigarette nei viali dei morti. Carlo si ricorderà di amarmi e sorriderà di avere una porta da aprirmi, quando sarà. Anche lì, le lune si spegneranno come lampade su un libro che ci ha dato una gioia misteriosa. Angela dorme. Anna mi ha chiamato per dirmi che vuole parlarmi, ma io non ho nessuna voglia di parlare: desidero solo che le mie figlie si amino, passeggiando. Potrei dirle questo e nient’altro. [Rocco Brindisi]

Gort 7

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La fine che avrei sempre voluto vedere nei film di fantascienza

Se sapessi scrivere, scriverei un libro che contiene un solo essere umano. Un libro di estinzioni avvenute. O di avvenimenti estinti. Il libro magari potrebbe funzionare anche senza l’essere umano. Solo con piante, animali, onde, erbe e gas. Ma l’essere umano attrae l’essere umano. Così avrei maggiori possibilità di venderlo. Altrimenti dovrei scrivere un libro su piante, animali, onde, erbe e gas. Ma dove piante, animali, onde, erbe e gas fossero i protagonisti e parlassero di sé in prima persona. Un libro senza pensieri e senza argomenti. Certo, un sospiro di sollievo. L’albero non argomenta. L’albero è. Bisogna andarlo a sentire di persona.

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Angela, Anna e le tane d’ombre (di Rocco Brindisi)

campigli_donna_in_bluQualcuno dovrebbe avere una foto di Dio bambino; non del bambino chiamato Cristo, ma un ritratto del Creatore del mondo, sorpreso nella sua infanzia, mentre guarda malinconicamente la propria eternità.  Mia madre non ha mai pensato di fissare un momento della mia vita, di  bloccarlo; non ha mai sognato  di conservare quell’istante, per ritrovarlo chissà quando. Non succhiava “ il volto, lo sguardo dei figli”. Si ritraeva, quando le mostravano una foto, quando un conoscente le chiedeva di cercarne una, dentro casa. Non l’ho mai vista guardare un ritratto, non l’ho mai sentita nominarne uno. È notte.  Continua a leggere Angela, Anna e le tane d’ombre (di Rocco Brindisi)

Breve saggio su “morte di un amico che guardava”

brindisi_messoriMorte di un amico che guardava di Rocco Brindisi e Nella città del pane e dei postini di Giorgio Messori (di quest’ultimo ho già scritto qui) andrebbero letti a incastro, non importa se prima l’uno o l’altro, meglio insieme (una, due, tre pagine dell’uno e una, due, tre dell’altro) – ovviamente non mi riferisco a un incastro tra le “trame” dei due libri, ma penso a un incastro d’idee e di atmosfere, di modi di porgere la parola narrativa (che spesso è anche poetica per ritmo e per pause), di corrispondenze sentimentali, memoriali, geografiche.  Continua a leggere Breve saggio su “morte di un amico che guardava”

Ho steso le mutandine alla fune (di Rocco Brindisi)

campigli_55Ho steso le mutandine alla fune: le mie e quelle di Angela. Dormiamo nel lettone. A volte (non sempre), quando devo scoreggiare, scendo nel bagno. Abbranco l’asta che arriva al soffitto e faccio le scale, un passo dopo l’altro, lentamente. Dovessi inciampare, finirei contro i radiatori, e l’urto potrebbe risultare letale. Nel bagno mi libero, sorridendo, quando lo sfiato è devastante. Torno a letto. Il volto di Angela, che intravvedo nella penombra, è quello dei suoi dodici anni, evito di fissarlo perché mi stringe il cuore questa magia che ha qualcosa di crudele. In questi giorni mi passa le pillole, le compresse, gli sciroppi, le vitamine; servono per portare il virus alla consunzione. Mi appaiono, d’improvviso, le sue piccole mani, il palmo spalancato; mi porge un bicchiere di carta pieno di un liquido bluastro. Al citofono, le amiche buddiste di Angela; lasciano i sacchetti sulIe sedie, al secondo piano. Il vicino di casa, Gianluca, ci ha fatto un paio di volte la spesa; mi piaceva starmene con lui sul ballatoio: gli dicevo di accostarsi, mi divertiva vincere la sua timidezza; lo invitavo a sedersi, gli chiedevo di arrotolarmi un po’ di tabacco. Sono ancora capace di avventurarmi nel mistero dell’altro, e non lo faccio per diradare il respiro avariato della solitudine. Una sera  se n’è venuto con due bicchieri di vino: l’amicizia tra un vecchio signore, che ama Tetsuro O Hara,  musa di Ozu, e un giovane che insegna Economia al Politecnico. Ieri mi sono affacciato sulla porta, con una coperta di lana che mi copriva la testa, le spalle. Mi ha guardato con la compassione, la fiducia di un ragazzo che sognava lunghe conversazioni, nella luce, o più o meno notturne, con  l’uomo incatarrato, che gli aveva nominato Grushenka dei Fratelli Karamazov. Angela parla al telefono con un amico lontano: vorrei attraversare la città, una di queste notti; salire al secondo piano, in via Barbaroux, al numero 16 e, ancora prima di bloccarmi davanti alla porta, sentirla ridere con qualcuno, un uomo felice di vederla ridere; un uomo che scoppia a piangere davanti alla maestà, inerme, di questa  meravigliosa amica dei giorni. Ricorderei, a un tratto, di essere morto, non cercherò la chiave nelle tasche, mi siederò ad ascoltare.

Gort 4

Puntata numero 4 / Taoemi


Secondo i maestri antichi, chi scrive poesie avrebbe le seguenti qualità, o capacità:

入林不動草
入水不立波

nel bosco non muove erba
nell’acqua non alza onda

Ma queste caratteristiche sono, ancora una volta, l’espressione di un’idea di poesia che è sentiero nel cammino delle cose. La parola non deforma le cose che vede, non le trascende, non ne fa allegorie e, soprattutto, non le spiega. La parola è la cosa. Solo così può non disturbare o non muovere l’erba. O può non provocare un’onda, un’increspatura nell’acqua. Perché la parola è erba ed è acqua.

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Gort 3

Puntata numero 3 / Un tentativo di poesia oltre i recinti umani secondo Gomringer


Oggi, soprattutto, chi scrive poesia dovrebbe essere, soprattutto, un astronomo. Κόσμος era, per i greci e gli indoeuropei, mettere ordine. E bellezza, quindi, di ciò che è ordinato. O meglio di ciò che ha un equilibrio – in greco ισορροπία, da ρέπω, verbo fratello del latino tendere, da cui teso ma anche tentare. Il cosmo è quindi un tentativo di stendersi parimenti ovunque. Un equilibrio.

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Gort 2

Puntata numero 2 / Un contributo di Thoreau


La letteratura inglese, dall’epoca dei menestrelli fino ai Lake Poets – inclusi Chaucer, Spenser e Milton, e persino Shakespeare – non dà vita a un canto fresco, e in questo senso naturale. È una letteratura sostanzialmente addomesticata e civilizzata, che riflette la Grecia e Roma. La sua natura si limita a un bosco verde, il suo eroe selvaggio è Robin Hood. Contiene molto amore per la Natura, ma poca Natura in sé. Le sue cronache ci informano su quando si sono estinti gli animali selvaggi, ma non l’uomo selvaggio che vive in lei.

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Gort 1


Puntata numero 1 / Introduzione alla questione


Affondato nella cultura umanistica, per me leggere era sinonimo di romanzo. Narrativa. In generale: letteratura. Non di poesia. La poesia non è letteratura. E forse nemmeno lettura. Certo, c’è la voglia, direi la necessità, di uscire dalla pozza fonda d’ignoranza e decifrare l’assemblaggio dell’universo in cui siamo immersi e di cui siamo il prodotto. La madre è la materia. Fisica, biologia, matematica. Come funziona un albero. Come respira un filo d’erba. Gli ingranaggi ossei. Le idrometeore.

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Tre piccoli sguardi autunnali (di Rocco Brindisi)

        saxophone

 

         In strada. Una coppia di sessantenni. Tengono per mano un ragazzo. Passeggiano. Non può essere che il figlio. Il ragazzo non fiata. Si lascia guidare senza opporre resistenza. Ai due lati, il padre e la madre conversano. Il ragazzo è robusto, nel suo volto nessuna traccia di gioia, sembra tranquillo. Il suo sguardo è una tenebra senza respiro, senza età. I genitori parlano di lui in maniera sommessa. Nelle loro voci, in quello che si dicono, una straziante allegria delle parole; la scoperta che le parole servono a raccontare, che la loro fedeltà resta, per sempre, una magia indolore. Parlano di lui, di qualcosa che ha fatto quella mattina. Si raccontano alcuni gesti del figlio, accennano a quando ha preso la tazza del latte e se l’è accostata. Uno dei due informa l’altro, senza dirlo, del segreto di amarlo. Il racconto di quel gesto è un vestito d’oro.

 

          La donna che urla, davanti alla chiesa della Sindone. Il suo strillare infelice non spaventa il sole. Gli astri invisibili mormorano: “La nostra bellezza non tramonterà”. Le urla della donna non somigliano a nulla; non c’è cosa al mondo che vorrebbe imparentarsi alle sue urla. I libri della sua infanzia la corteggiano senza speranza. La stessa donna vide, bambina, la donna che urlava frasi sconnesse sul sagrato della Sindone. La donna gridava, vestita e nuda, a due passi dal Cristo morto impresso su una tela. L’infanzia della donna è un’ombra assassinata. Il suo sguardo, perduto, invidierebbe quello di un cane cieco. Il Cristo del lenzuolo, nel frattempo, è tornato a essere Dio, e non ricorda come impastare terra e sputo per passarglielo sugli occhi. Niente è più triste di una donna che si veste, ogni mattina, della propria nudità infelice. L’amante che morde il suo collo è la follia. Un amante sdentato, che pure non fatica a morderla. Un amante mille volte più esangue della morte. Il cielo è di un azzurro orrendo e senza scrupoli.

 

          L’uomo che suona il sassofono, la schiena poggiata al muro. E’ stanco. Ha messo una ciotola per terra. Gli ho parlato, qualche giorno fa, durante una pausa del suo assolo. Mi ha confessato, sorridendo, di amare John Coltrane. Sorrideva di quell’amore che non lo avrebbe mai tradito.  [Rocco Brindisi]

Massimo Rizzante: il geografo e il viaggiatore

In occasione dell’uscita di un nuovo libro di Massimo Rizzante mi fa piacere riproporre qui un mio intervento già apparso il 21 novembre 2017 su Zibaldoni e altre meraviglie in forma solo leggermente diversa.

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