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La ragazza che ama Dostoewskij (di Rocco Brindisi)

F. M. Dostoevskij

Una ragazza conversa con Muratov, amico di Anna Politkovskaia, fatta ammazzare da Putin, il Pavone del Kremlino.
Sulle pareti, le foto dei giornalisti fatti ammazzare per ordine o semplice desiderio del Pavone.
La ragazza ha lo sguardo di Grushenka, Sonia, la Signora col cagnolino di Cechov.
Le unghie delle sue dita potrebbero essere smaltate di blu, come quelle della donna che amava tenersi bella, dal suo cadavere rattrappito, vengono fuori tre dita pittate, che sono la trinità del Tempo, della Corsa Paralizzata della Giovinezza, dello Sguardo in Amore, al mattino.
Dall’altro lato del tavolo, la ragazza che ama Dostoewskij, le Anime morte, il divano di Oblomov, la Donna di Picche di Puskin, cerca di capire, è in ascolto, più inquieta della storia di Dio, ma anche razionale, ironica, calma.
La conversazione è quasi senza aggettivi.
Muratov, anche lui cerca di capire, parlando. La Russia che si respira nella stanza è la tenebra di Stalker, il film di Tarkowski, ma è anche la luce disperata delle parole mai asservite, mai morte.
La ragazza e Muratov si ascoltano. Nessuna vanità, neanche quella dello sgomento.
Chi pronuncia la parola “guerra” rischia fino a dodici anni di carcere. La Russia Necrofora s’imbelletta di Verità come una Troia.
Giudici, poliziotti, cartomanti del Pavone, si lavano i denti ogni mattina.

Fosse comuni (di Rocco Brindisi)

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Prima di sparare alla nuca, i soldati legano le mani 
                                      della madre con nastri di fortuna,
vedono il terrore di quelle mani:
lo porteranno in dono ai loro figli?
Prima di premere il grilletto, stringono con fascette 
                                     improvvisate le mani della ragazza 
                                     che l’altro giorno, l’altra, lenta eternità, 
                                     aveva riso facendo le scale di casa al tramonto.
Prima di ammazzare il padre, gli fanno segno di portarsi 
                                     le mani dietro la schiena;
soddisfatti che abbia capito,
le intrecciano,
si fanno passare una striscia bianca di plastica,
due nodi,
gli esplodono un colpo in testa,
soldati delle lune di marzo, del sole di aprile,
scavano una fossa e vi gettano la Morte,
ricoprono  capelli, gambe, respiri pietrificati, che furono amanti.
Più tardi, nelle case-cadavere, telefonano 
                                    alle mogli e chiedono: “Ti piacerebbe 
                                    un rossetto blu, uno stereo, un registratore, 
                                    un computer?”.
Dall’altro capo del filo, la donna fa mente locale e risponde.


Non ho pietà del cadavere della poesia (di Rocco Brindisi)

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La donna e la sua faccia insanguinata,
una misera benda di traverso,
gli occhi, l’orrore che,
se diventa poesia, la Poesia è morta.

Non ho pietà del cadavere della poesia,
nessuna madre lo riveste ed è bene che langua,
nessuno lo canti né gli sussurri, all’orecchio,
i passi felici della ragazza
che passava da una stanza all’altra,
sfinita e radiosa del suo amore per un libro, 
                                             che perdeva e ritrovava,
nella casa, ora esangue, dove ogni cosa è dilaniata.

La neve non si vergogna di essere la stessa dell’infanzia,
non si uccide, la neve,
non sa costruirsi un cappio,
non ricorda più come si fa un nodo.

La bambina si piscia addosso, nel treno delle lontananze.

Su quelle acque riposa un veliero.

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I bambini, le donne ucraine, il pavone, i suoi servi (di Rocco Brindisi)

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I bambini di Terezin, il campo nazista nei dintorni di Praga, 
                            scrivevano e sognavano la “luce del Marocco”, 
                            disegnavano soli che non si impiccano.

I servi balbuzienti del Pavone hanno un volto.

L’oceano dell’Orrore frana nell’ombelico dei bambini.

La Primavera crepa prima ancora di nascere.

La neve è purulenta.

Il sonno non si torce le mani perché non ha più mani.

L’Estate si avvelena, non si sa come.

La luce del giorno è divorata.

Le donne ucraine scavano la memoria gelata,
cercano un racconto,
un pugno di gelsi per addolcire la bocca dei figli,
carezzano le loro tempie,
nell’attesa di un viaggio che non può non essere triste.
Così triste un viaggio triste!

Troppo triste, l’attesa di un viaggio triste!

Il Pavone incipria l’inferno (di Rocco Brindisi)

Il Pavone incipria l’Inferno.
Un uomo sul carrozzino aspetta, paziente, un posto nel treno 
                                                                        di un popolo in fuga.
Il Pavone si veste dei suoi antichi gioielli di spia.
Un padre e una madre, accanto al loro ragazzo autistico, 
                                                         sognano la pietà della luna.
Le farmacie sono chiuse.
Nella scuola distrutta, i bambini hanno la bocca accecata.
La Poesia chiacchiera.
Il Pavone sta in trono, assicura che i soldati che hanno dato la vita 
                                           per la Patria diventeranno ricchi.
In un villaggio di contadini, raso al suolo, un uomo guarda la morte 
                        delle finestre e non ha parole per nominarla.
Un soldato russo, affamato, assetato, mangia il pane dalle mani 
                                       di una donna ucraina; con l’altra mano beve 
                                       da un bicchiere di carta.
Un uomo si piega per baciare il figlio che parte e che forse 
                                                                                      non vedrà più.
Le penne del Pavone risplendono.
Il sale del suo sonno, il sale dei suoi risvegli, il sale del suo eterno 
                                         cuore di spia, nelle piaghe della memoria 
                                          dei bambini-ombra.
I suoi sgherri arrestano una donna di novantacinque anni 
                                           che grida contro la guerra:
il suo corpo, dolce ruga temeraria come la sua bellezza.
Esce sangue dal cadavere di Cristo.
Il Pavone incipria l’Inferno.

Il pavone del Cremlino (di Rocco Brindisi)

Il Pavone

ordinò l’assassinio di Anna Politkovskaia, la giornalista che lo accusava di essere un delinquente comune.
Il Pavone ordinò l’assassinio di Anna,
senza dare ordini,
la fece assassinare perché Anna non era incantata dalle sue Penne- 
                                                                                                                             Ratto,
perché Anna era più indomita della verità.

Il Pavone, lo sa, è il lacchè di se stesso.
Il Pavone-Sorriso di Ratto innaffia la sua ombra con il sonno dei bambini ucraini malati di cancro, trasferiti dalle corsie in cantina, dove fissano il vuoto  con il dolore di Cristo senza più  neanche la speranza della  morte.
Il Pavone ancheggia sulle loro ore sbranate.

Fedeli al proprio disonore,
i poliziotti  obbediscono al Ratto Che Ancheggia,
i soldati russi  si riempiono della Gloria di Cessi Danzanti.

Le donne ucraine preparano bombe con gesti che evocano giochi 
                                                                                                                         perduti,
come non sognassero la morte del nemico ma la propria infanzia.
Riempiono bottiglie di benzina, di altro,
ridanno sapore e sangue alla parola libertà,
diventata oscena, sulle labbra dei ratti.
Bella, questa parola, finalmente bella, in bocca alle ragazze che imparano a imbracciare fucili.

Le ragazze che indossano camicie bianche (di Rocco Brindisi)

Marc Chagall, Nudo sdraiato,1914Sarebbero passati vent’anni e avrei conosciuto Giorgio. Avrei amato le ragazze che indossano camicie bianche, sbottonate, in alto, che si allungavano sui jeans. Lo avrei amato perché quello era il destino. Avrei pianto d’amore, vedendolo accartocciare bottiglie di plastica sul balcone. Avrei chiesto, alla ragazza con la camicia infilata nei jeans, di rimetterla fuori? Non ne avrei avuto il coraggio. Eppure, che incanto, le camicie che scivolano sulle anche! Così rara, la pelle di una camicia, che scende, giù, sulle braccia, e si apre, sul petto, senza mai spalancarsi! La pelle di “Quizas, quizas”, la canzone che nessuna ragazza canta negli androni, sulle scale, nei balconi d’Occidente. Non importa che la camicia abbia ricami. Potrebbe avere il colletto, non averlo. Una spilla d’oro, dalle parti del capezzolo? Potrebbe risultare superflua. Niente estranei, su quel biancore. Né celeste né azzurra né turchese, ma bianca. E dove le mani finiscono, polsini che lasciano entrare il vento. [Rocco Brindisi]

La rivoluzione ha ignorato Bach / seconda parte (di Rocco Brindisi)

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(QUI LA PRIMA PARTE)

Fu in quell’anno, era il ’77, che arse vivo un bambino, nell’androne di un palazzo dove qualcuno aveva gettato una molotov.

Il sonno. Il dono incredibile del sonno. L’insonnia di Émile Cioran, che, affermava, era stata la sua amante perfetta, l’unica realtà senza maschere, un dono che lo costringeva a girare tutta la notte ascoltando i suoi passi sui ciottoli. Un bambino raccoglie un dito di fango, ci sputa sopra, lo passa sugli occhi spenti di Dio che, finalmente, dorme. E, dormendo, vede il mondo, il dolore senza speranze, la sua mostruosità, la la propria grottesca perfezione e quella, altrettanto ironica, delle stelle. Per molti esseri umani, svegliarsi è un incubo. La madre di Cioran amava Bach, lo ascoltava, lo suonava. Quest’amore lo passò al figlio, che ha amato Bach fino alla fine. Diceva che Bach va oltre Dio. La rivoluzione ha ignorato Bach. Giorgio cercava la gioia di Bach e la trovava anche quando non riusciva più a carezzare la donna che amava, perché le sue mani erano diventate un ornamento: avrebbe potuto pensare che le sue mani fossero un’ombra perfida del suo corpo, ma non lo pensava. Non pensava che alla gioia di ascoltare la gioia. Mia madre avrebbe amato Bach. Lei, che era una maestra dei rammendi, avrebbe ricucito gli strappi della pelle di Dio con quella musica. Avrebbe ricucito le ferite del sonno dei suoi figli.  Continua a leggere La rivoluzione ha ignorato Bach / seconda parte (di Rocco Brindisi)

La rivoluzione ha ignorato Bach / prima parte (di Rocco Brindisi)

img_2270Il giorno del rapimento di Moro, la piazza grande era affollata. La maggior parte della gente passeggiava. Pure i compagni, che di solito la evitavano. Non ricordo se ci fosse il sole. Leggevo, nei loro volti, una quieta esaltazione.  Quello che era successo non mi commuoveva e neanche m’inquietava. Mi incuriosiva.  Non  mi sentivo toccato dal massacro della scorta. Non amavo i poliziotti, nessun poliziotto si era mai ribellato a un ordine ingiusto, al disonore di sparare su una folla. Questa convinzione non mi ha mai abbandonato. È anche vero che non ho mai applaudito all’uccisione di un poliziotto.  Continua a leggere La rivoluzione ha ignorato Bach / prima parte (di Rocco Brindisi)

Due paginette del diario torinese (di Rocco Brindisi)

jodice_lecceVedo la casa ed è notte. La cucina è illuminata; un chiarore caldo, malinconico. A un lato della finestra,  la madre di Franco (sul terrazzino, tanti anni fa, Franco leggeva ad alta voce, un uomo, entusiasta, le mie deliranti poesie da Dolce Stil Novo). La madre vive al primo piano. Più in alto abita il secondogenito, anche lui da solo: un uomo invecchiato nei rimpianti: quando il nome dei figli, e quello di una donna che hai amato, chissà quando, ti batte alle tempie e cerchi i loro corpi in bocca e non li trovi, e guardi una finestra. La madre, seduta su una vecchia sedia ingiallita, guarda la notte. A due passi dalla casa, dalla mestizia orgogliosa della donna, c’è il vicolo VI Rosica, dove sono nato;  in questo momento è più lontano e disincarnato della luna. Sono qui, sospeso per aria, forse.  La madre di Franco ha una chioma bianca, quella di una signora di ottant’anni che ha cura dei propri capelli, ancora belli. Quando ero bambino, aveva messo sù una merceria, sotto  casa. Ci andavo a comprare una spoletta di cotone, una fettuccia, un ago, mi piaceva starle vicino, frugare con gli occhi nella vetrinetta del banco. C’era qualcosa di regale e remoto nel suo sguardo. Mi attirava la bontà delle sue mani. Ora che siamo invecchiati, Franco mi racconta sua madre;  Continua a leggere Due paginette del diario torinese (di Rocco Brindisi)

Storie, una nell’altra (di Rocco Brindisi)

Lorenzo Alessandri, Studio per un ritratto di Piera Oppezzo, 1953Non sento più il vento. Ieri siamo andati al cinema. Io e Angela. Sarebbe stato bello fosse venuta anche Anna. Ma in questi giorni, Angela respira meglio senza la sorella. Mi è negata la felicità di stare in mezzo a loro, e questo mi brucia. Ma guardo la grossa sciarpa di Angela, il piumino rosso. L’ho convinta a comprare un piumino rosso. Indossava sempre quelli neri. Il rosso le restituisce l’adolescenza.  Il film: “La notte più lunga dell’anno” è ambientato a Potenza, la città che abbiamo lasciato. Si svolge di notte, dall’inizio alla fine. Nessuna nostalgia, a guardare i luoghi che conosco. Nessuna patina di vecchiezza o di già visto. Come tutte le città del mondo è cieca e, sullo schermo, non appaiono segni della sua, della mia infanzia. Questa smemoratezza calma il mio sguardo, non mi opprime. Perdòno tutto. Non comparirà mia madre né il mio amore buono, che stanno nel dolce abisso dei morti. Sono quattro storie, una nell’altra. La donna che riscalda il tè per il padre e lo guarda con un amore notturno; l’uomo guarda la figlia con una quieta eternità negli occhi. L’uomo ha due tubicini infilati nel naso, racconta l’anima dei pesci; le finestre di quella casa sognano la neve. La figlia, sui quarant’anni, esce per andare al lavoro, fa la cubista in un locale notturno. Bella, immersa in un dolore di seta. La vediamo ballare in una sala affollata. Non sopporto le scene girate  in una discoteca, provo un senso di repulsione, sempre. Ma lei balla da regina del disamore che si dona. Il suo corpo lacera l’eternità che, finalmente, perde sangue. In un altro episodio, un uomo torna a casa, è ancora  e sempre notte, si toglie le scarpe nell’ingresso, con una malinconia aliena, come se tutti i gesti possibili, sulla terra, si fossero addormentati, per prendere pace, nella pietà di un bambino-fantasma che non sta, da tempo, al gioco disperato della disperazione del tempo e ne ha solo pietà. Sale il chiarore del giorno. Sono qui, a scrivere, benedetto dal sonno di Angela sulla mia testa. [Rocco Brindisi]

Piergiorgio Welby (di Rocco Brindisi)

3125927086_31d49f242dPiergiorgio Welby viveva in un letto da 17 anni. Non poteva muovere neanche un dito, del proprio corpo; riusciva a parlare solo attraverso la sua voce pensata: un artificio elettronico. Con la sua voce pensata,  diceva che la vita è una passeggiata notturna con un amico, il vento nei capelli, un amore che ti lascia…. Aveva chiesto più volte di poter morire, perché  il suo corpo era diventato cieco, non aveva più memoria di sé. La sua mente, invece, aveva una memoria struggente delle cose, delle persone che aveva sfiorato, toccato, chiamato per nome, con la sua voce, amato. Non trovava naturale essere prigioniero di un corpo insensibile, avere labbra ornamentali, che non servivano a baciare, a socchiudersi per un improvviso stupore, una meraviglia; non trovava naturale essere attraversato da tubi; non sopportava di non provare, da un tempo immemorabile, la piccola, fraterna felicità di comandare alla vescica di sgonfiarsi; rifiutava la tristezza di addormentarsi senza poter mai reclinare il capo da un lato; non era stato facile rassegnarsi all’assenza di odori, sapori; doveva rinunciare, per sempre, al gesto  tenero, involontario, di spettinare un amico, una donna. Aveva chiesto di morire, come, da assetati, si chiede un bicchiere d’acqua. “Avete letto dove è scritto Non voglio sacrificio ma misericordia!“, si grida nel Vangelo; ma i preti gridarono  allo scandalo per il suo rifiuto di patire. Quando un altro essere umano lo liberò dall’umiliazione di non morire, i preti non gli concessero i funerali religiosi, perché la Chiesa riteneva non si fosse trattato di suicidio, per il quale si presuppone sia venuta a mancare –  la piena avvertenza e il deliberato consenso –  Per la Chiesa, Welby aveva chiesto, coscientemente, di essere “ucciso”.  [Rocco Brindisi]

Se penso agli amici… (di Rocco Brindisi)

Lisa SammarcoSe penso agli amici che mi ha dispensato il destino mi sale un groppo di felicità in gola. E a volte piango. In aggiunta, se non credo in Dio, e non credere in Dio vuol dire, per me, non credere nella sua Innocenza, amo i bambini che pronunciano il suo nome con una voce mille volte più pura del silenzio degli astri. Amo il sonno dei miei amici, i loro risvegli, la pigrizia in amore dei loro mattini. Gigi guarda la donna che gli sta accanto, ama teneramente il lenzuolo che non la copre, il guanciale, il suo respiro impercettibile, la somma dei giorni. Giuliano pensa all’amico lontano, va alla finestra e sente il cuore di questo autunno spezzarsi senza un gemito.  Piero legge il Libro delle Ore, nell’albergo di Lisbona; stanotte ha sognato di impastare la lingua del figlio e, con la lingua, la sua voce; più tardi si recherà in ospedale con gli altri due figli, Luigi e Giovanni,  consolerà quella città con la sua preghiera danzante. Giorgio accenderà una delle sue sigarette nei viali dei morti. Carlo si ricorderà di amarmi e sorriderà di avere una porta da aprirmi, quando sarà. Anche lì, le lune si spegneranno come lampade su un libro che ci ha dato una gioia misteriosa. Angela dorme. Anna mi ha chiamato per dirmi che vuole parlarmi, ma io non ho nessuna voglia di parlare: desidero solo che le mie figlie si amino, passeggiando. Potrei dirle questo e nient’altro. [Rocco Brindisi]

Un bambino è morto di freddo in una foresta polacca (di Rocco Brindisi)

Intorno alle 17.50 ricevo da Rocco Brindisi questo messaggio; lo ringrazio anche perché da giorni meditavo di scrivere delle persone tenute in condizioni inaccettabili alle frontiere dell’Europa, ma Rocco l’ha fatto come io non sarei stato mai capace di fare:

 

Un bambino è morto di freddo in una foresta polacca.

La sua morte è l’inferno?

Ma questa parola, la parola “inferno”, è un termine astratto.

Questa parola non esprime nulla.

Allora?

La morte del bambino è.

Il cadavere del bambino è.

La madre lo solletica, perché, se ride, il figlio respira.

Il bambino non ride, perché la morte gli ha gelato il cuore.

I poliziotti giocano con lo spray al peperoncino.

Il freddo, il gelo fedele della notte,

il sonno ombra, il sonno ammazzato come un cane,

il sonno torturato (i poliziotti polacchi fanno risuonare le sirene tutta la notte, drizzano il cazzo alle loro motociclette, felici come poliziotti felici).

La parola “notte” s’impiglia nel filo spinato senza cacciare un lamento.


Angela, Anna e le tane d’ombre (di Rocco Brindisi)

campigli_donna_in_bluQualcuno dovrebbe avere una foto di Dio bambino; non del bambino chiamato Cristo, ma un ritratto del Creatore del mondo, sorpreso nella sua infanzia, mentre guarda malinconicamente la propria eternità.  Mia madre non ha mai pensato di fissare un momento della mia vita, di  bloccarlo; non ha mai sognato  di conservare quell’istante, per ritrovarlo chissà quando. Non succhiava “ il volto, lo sguardo dei figli”. Si ritraeva, quando le mostravano una foto, quando un conoscente le chiedeva di cercarne una, dentro casa. Non l’ho mai vista guardare un ritratto, non l’ho mai sentita nominarne uno. È notte.  Continua a leggere Angela, Anna e le tane d’ombre (di Rocco Brindisi)

Breve saggio su “morte di un amico che guardava”

brindisi_messoriMorte di un amico che guardava di Rocco Brindisi e Nella città del pane e dei postini di Giorgio Messori (di quest’ultimo ho già scritto qui) andrebbero letti a incastro, non importa se prima l’uno o l’altro, meglio insieme (una, due, tre pagine dell’uno e una, due, tre dell’altro) – ovviamente non mi riferisco a un incastro tra le “trame” dei due libri, ma penso a un incastro d’idee e di atmosfere, di modi di porgere la parola narrativa (che spesso è anche poetica per ritmo e per pause), di corrispondenze sentimentali, memoriali, geografiche.  Continua a leggere Breve saggio su “morte di un amico che guardava”

Ho steso le mutandine alla fune (di Rocco Brindisi)

campigli_55Ho steso le mutandine alla fune: le mie e quelle di Angela. Dormiamo nel lettone. A volte (non sempre), quando devo scoreggiare, scendo nel bagno. Abbranco l’asta che arriva al soffitto e faccio le scale, un passo dopo l’altro, lentamente. Dovessi inciampare, finirei contro i radiatori, e l’urto potrebbe risultare letale. Nel bagno mi libero, sorridendo, quando lo sfiato è devastante. Torno a letto. Il volto di Angela, che intravvedo nella penombra, è quello dei suoi dodici anni, evito di fissarlo perché mi stringe il cuore questa magia che ha qualcosa di crudele. In questi giorni mi passa le pillole, le compresse, gli sciroppi, le vitamine; servono per portare il virus alla consunzione. Mi appaiono, d’improvviso, le sue piccole mani, il palmo spalancato; mi porge un bicchiere di carta pieno di un liquido bluastro. Al citofono, le amiche buddiste di Angela; lasciano i sacchetti sulIe sedie, al secondo piano. Il vicino di casa, Gianluca, ci ha fatto un paio di volte la spesa; mi piaceva starmene con lui sul ballatoio: gli dicevo di accostarsi, mi divertiva vincere la sua timidezza; lo invitavo a sedersi, gli chiedevo di arrotolarmi un po’ di tabacco. Sono ancora capace di avventurarmi nel mistero dell’altro, e non lo faccio per diradare il respiro avariato della solitudine. Una sera  se n’è venuto con due bicchieri di vino: l’amicizia tra un vecchio signore, che ama Tetsuro O Hara,  musa di Ozu, e un giovane che insegna Economia al Politecnico. Ieri mi sono affacciato sulla porta, con una coperta di lana che mi copriva la testa, le spalle. Mi ha guardato con la compassione, la fiducia di un ragazzo che sognava lunghe conversazioni, nella luce, o più o meno notturne, con  l’uomo incatarrato, che gli aveva nominato Grushenka dei Fratelli Karamazov. Angela parla al telefono con un amico lontano: vorrei attraversare la città, una di queste notti; salire al secondo piano, in via Barbaroux, al numero 16 e, ancora prima di bloccarmi davanti alla porta, sentirla ridere con qualcuno, un uomo felice di vederla ridere; un uomo che scoppia a piangere davanti alla maestà, inerme, di questa  meravigliosa amica dei giorni. Ricorderei, a un tratto, di essere morto, non cercherò la chiave nelle tasche, mi siederò ad ascoltare.

Tre piccoli sguardi autunnali (di Rocco Brindisi)

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         In strada. Una coppia di sessantenni. Tengono per mano un ragazzo. Passeggiano. Non può essere che il figlio. Il ragazzo non fiata. Si lascia guidare senza opporre resistenza. Ai due lati, il padre e la madre conversano. Il ragazzo è robusto, nel suo volto nessuna traccia di gioia, sembra tranquillo. Il suo sguardo è una tenebra senza respiro, senza età. I genitori parlano di lui in maniera sommessa. Nelle loro voci, in quello che si dicono, una straziante allegria delle parole; la scoperta che le parole servono a raccontare, che la loro fedeltà resta, per sempre, una magia indolore. Parlano di lui, di qualcosa che ha fatto quella mattina. Si raccontano alcuni gesti del figlio, accennano a quando ha preso la tazza del latte e se l’è accostata. Uno dei due informa l’altro, senza dirlo, del segreto di amarlo. Il racconto di quel gesto è un vestito d’oro.

 

          La donna che urla, davanti alla chiesa della Sindone. Il suo strillare infelice non spaventa il sole. Gli astri invisibili mormorano: “La nostra bellezza non tramonterà”. Le urla della donna non somigliano a nulla; non c’è cosa al mondo che vorrebbe imparentarsi alle sue urla. I libri della sua infanzia la corteggiano senza speranza. La stessa donna vide, bambina, la donna che urlava frasi sconnesse sul sagrato della Sindone. La donna gridava, vestita e nuda, a due passi dal Cristo morto impresso su una tela. L’infanzia della donna è un’ombra assassinata. Il suo sguardo, perduto, invidierebbe quello di un cane cieco. Il Cristo del lenzuolo, nel frattempo, è tornato a essere Dio, e non ricorda come impastare terra e sputo per passarglielo sugli occhi. Niente è più triste di una donna che si veste, ogni mattina, della propria nudità infelice. L’amante che morde il suo collo è la follia. Un amante sdentato, che pure non fatica a morderla. Un amante mille volte più esangue della morte. Il cielo è di un azzurro orrendo e senza scrupoli.

 

          L’uomo che suona il sassofono, la schiena poggiata al muro. E’ stanco. Ha messo una ciotola per terra. Gli ho parlato, qualche giorno fa, durante una pausa del suo assolo. Mi ha confessato, sorridendo, di amare John Coltrane. Sorrideva di quell’amore che non lo avrebbe mai tradito.  [Rocco Brindisi]