Posts contrassegnato dai tag ‘rosa pierno’

Ritratti in nero

aprile 12, 2014

Franco Fanelli, Malacarne, 2003-2009

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Corpi soli

febbraio 28, 2014

Egon Schiele, Wally with a red blouse, 1913

Rosa Pierno

CORPI SOLI
 
 
Le ginocchia serrate e i seni aperti. La linea è spigolosa e il colore è acceso, più rosso sulle gambe come se fosse stata a lungo inginocchiata sul pavimento freddo. Verdastra la pelle del ventre, tesa inverosimilmente, quasi incavata. Soltanto i capelli esplodono. Arancio, in accordo al resto.

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“Esilio di voce” nella lettura di Rosa Pierno

ottobre 14, 2013

Esilio di voce

Rosa Pierno

Nell’ultimo libro di Francesco Marotta “Esilio di voce”, Smasher 2011, risalta, immediato, il forte motivo della scrittura ingaggiante con la realtà una lotta per l’egemonia, poiché si direbbe che il senso appartenga soltanto alla scrittura, a una realtà artificiata, dunque. Innanzitutto è una scrittura che s’accampa su qualsiasi superficie: pelle, occhi, carne e si appropria di vocaboli che appartengono alla natura: argine, margine, sentiero, pietra, acqua, cielo. Ma soglie, ombra, specchio in qualche modo ne fanno echeggiare come un falsetto la nuda sostanza, pura inconsistenza, denunciandone la falsa legittimità ad accamparsi in vece del reale. Già in difficoltà, il linguaggio viene aggredito dal poeta che ne mostra con grande tensione le lacune, le fallacie, gli scarti dal senso comune in agguato. Torsioni imposte al linguaggio non ottengono che di mettere in nuce fatiche, eccedenze, discordanze e, forse, un’offerta di silenzio. Ma anche il silenzio, come pausa in ovattata neve, pur se “accordo muto”, non è che misero traguardo. La guerra non vede una sola battaglia, ma molteplici vittorie e sconfitte. (more…)

Artificio

giugno 4, 2012

Giorgio Bonacini
Rosa Pierno

Note su Artificio di Rosa Pierno.

1.

Scrivere l’amore, per Rosa Pierno, non significa scrivere d’amore o sull’amore o descrivere l’amore, ma più precisamente e con grande consapevolezza della materia, far sì che le parole, con un atto veramente costruttivo, riescano a disporre il linguaggio e a inserirlo, facendolo aderire, dentro il soggetto del suo dire: il fatto d’amore. E con questo nuovo libro l’autrice prova, e secondo noi riesce, nel tentativo, per lei necessario di dare immagine e intelletto al disporsi di un amore.

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Manganelli, ascoltatore maniacale

settembre 8, 2011

Rosa Pierno

Nel delizioso libretto, “Giorgio Manganelli, ascoltatore maniacale“, pubblicato dalla casa editrice Sellerio (2001), Paolo Terni raccoglie i testi di quattro trasmissioni radiofoniche, ideate insieme a Manganelli, e ci consente di entrare nel vivo dell’esperienza di ascolto di uno fra i più originali scrittori del Novecento italiano. La musica, nella cultura italiana già di per sé patente, soffre in maggior misura e le parole di Paolo Terni denunciano, inoltre, il confinamento della disciplina in ambiti chiusi e inaccessibili: vi è “la reale incapacità di far ascoltare, direttamente, il linguaggio della musica, il suo dire di per sé” anche da parte degli stessi “operatori culturali”. La volontà di abbattere questo muro creatosi intorno alla musica conduce Terni all’ideazione di un ciclo di trasmissioni radiofoniche in cui uomini di cultura vengono invitati a parlare del loro rapporto con l’ascolto musicale.

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Ninfe

settembre 8, 2011

Rosa Pierno

Nella complessa ricognizione effettuata da Giorgio Agamben nel suo breve quanto intenso saggio “Ninfe”, il punto focale dell’indagine riguarda non il mito, ma l’immagine e le modalità in cui l’immagine può raccontare una storia. Agamben analizza il video di Bill Viola “Passion” in cui i personaggi apparentemente immobili, compiono invece impercettibili movimenti e, muovendosi, si caricano di tempo. I video di Viola “non inseriscono le immagini nel tempo, ma il tempo nelle immagini” e questo determina la possibilità della loro trasformazione nel tempo. Esse vivono in noi e assumono nuovi significati. Ma vi è un particolare modo in cui esse si caricano di senso: trascorrendo in un stato interstiziale: passaggio fra due istanti precisi. Agamben richiama un testo di Domenico, coreografo e maestro di danza alla corte degli Sforza di Milano e a quella dei Gonzaga a Ferrara, poiché nel suo testo è presente una particolare definizione di fantasma: “un arresto improvviso fra due movimenti, tale da contrarre virtualmente nella propria tensione interna la misura e la memoria dell’intera serie coreografica”. Memoria ed energia dinamica insieme.

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Il libro di Vaan

luglio 22, 2011

Tonino Vaan
(Antonio Vasselli)

La realtà, mercificata, ridotta a una corrente di onde, flussi informativi ridondanti, sembra trasmettere un unico concetto. Stranamente questo concetto riguarda il corpo, sia in quanto oggetto del messaggio, sia in quanto ricettore dello stesso. All’interno di queste forbici si aprono innumerevoli diramazioni, in cui il corpo è ora passivo, ora attivo, ora produttore, ora fruitore. Nel paesaggio virtuale disegnato da codeste correnti traverse, s’instaura, eppure, un dialogo con varie voci, provenienti dai quotidiani o dai libri di poesia, le quali, innestandosi in tale immateriale tessuto, fungono da depistatori, da antidoti al rumore prodotto dalla comunicazione massificata. Sarà proprio questo tessuto sfrangiato a distendersi sui dati esistenziali, sui non-eventi “una gomma masticata alla finestra. / nell’uso smodato della sera”. Proprio durante un non-evento può capitare di sentirsi soli e, dunque, forse vi è la possibilità che queste voci, tutte, finalmente, si spengano, che il corpo assurga a unico soggetto legiferante, che le sue reali necessità si impongano. (more…)

Molteplicità e identità

giugno 20, 2011

Rosa Pierno

MOLTEPLICITA’ E IDENTITA’

Lo si afferra di colpo. Si comprende senza passi logici, senza sapere come ci si è giunti, da quale giro sul tabellone dell’oca, per quale colpo di dadi. Tuttavia comprendere, qui, non è legato allo scopo da raggiungere, alla strategia da attuare. Si comprende di colpo e di colpo si perde. A causa della medesima natura dell’amore.

 

E’ l’amore stesso. Senza stare a cercare nessuna esterna spiegazione. Perché si è arrivati a questo punto e mai più si ritornerà a come si era prima: un solo respiro, un moto similare, un gemito all’unisono.

 

Mi pare di comprendere e allo stesso tempo di non comprendere come l’amore possa piegarsi al non amore. Come il non amore non estingua l’amore. Osservo che una costante oscillazione tra me e te attraversa i concetti di difesa e dignità, di crudeltà e pietà. Ribellarsi e accettare condividono il medesimo ondeggiare e mi viene il mal di mare.

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Taglio di mondo

aprile 20, 2011

Rosa Pierno
Gilberto Isella

Nota critica a Taglio di mondo
di Gilberto Isella

Avanziamo immediata un’ipotesi: che la Sfinge nominata da Gilberto Isella nel suo “Taglio di mondo” Manni, 2007, sia la poesia, la quale come ogni amore è fatto di cieca aderenza e di crudele consapevolezza: “Tiene in mani la sfinge / nel tempo dell’impostura / la carica talvolta come un orologio / ma lei sgòmita balza e non ha più misura / o s’innalza per scherzo al suo viso / lui sa di avere per ogni giorno schiusa / la casa dove ogni passione brucia / per troppa consonanza / con ciò che deve rimanere oscuro, / innominabile”. E come dirla la poesia, come dire che cos’è se non mostrandola? Lo sguardo del lettore corre sulle pagine facendo appello a tutte le proprie forze. (more…)

Vulnus

aprile 17, 2011

Rosa Pierno

si perde in sabbiose minuzie
in un vociare stento di clausura
che non basta la vita a definirne
il senso la grammatica visibile
dell’esistente eppure quanta anagrafica
purezza cova l’imperfezione
che rileggi materna lo sghembo
tenace ornamento che ricopre
a malapena la lesione del ventre
la cicatrice sepolta nel bianco
del foglio lo smorire dell’orma
l’inganno senza memoria della riva

“Scavare nella scrittura non può che restituirne i segni più superficiali. Non esiste un fondo della scrittura come pure della necessità di scrivere. Tutti i segni sono gettati sulla tavola, li si può scompigliare e con essi ricostruire un’altra conformazione…”

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Fra tenebre e lucori

marzo 11, 2011

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Take some of my water

febbraio 5, 2011

Ringrazio di cuore Rosa Pierno e Margherita Ealla che hanno voluto dedicare una nota di lettura a due miei vecchi lavori pubblicati in rete. Le loro parole sono doni tanto inaspettati quanto particolarmente preziosi e graditi.

La recensione di Rosa prende in considerazione Hairesis (qui il testo negli e-book di “Poesia Italiana” di Biagio Cepollaro); quella di Margherita riguarda Il dono di Eraclito (qui il testo nella sezione “Tracce pdf” della Dimora).

Un abbraccio ad entrambe.

Le architetture perdute di Inés Fontenla

gennaio 17, 2011

Rosa Pierno
Inés Fontenla

 

Ricostruire la geografia perduta delle terre sommerse dando fondo al blu oltremare, come se soltanto nella sua intestina profondità fosse possibile stornare il tempo e rendere il mito presente, fare slalom fra le rinvenute colonne, forse anche colpirle col mappamondo e frantumarle, per riportarle finalmente a più miti ordini, ove si possano recidere relazioni e porre distanze siderali, ove tutto l’universo appaia contratto, affinché in uno spazio così nitido divenga finalmente possibile udire il suono di metalliche sfere e si possa associare un unico referente: la nostra razionale mente.

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La piuma e l’artiglio

dicembre 11, 2010

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The pickled and the hatched

ottobre 21, 2010

Rosa Pierno
Daniela Edburg

 

 

 

 

 

L’attività culturale, in qualche modo sempre eccessiva, in relazione alle concrete necessità meramente esistenziali che dobbiamo esplicare nel corso della nostra vita, ha per Daniela Edburg una doppia valenza: poiché se la creatività richiede disciplina, l’eccesso di creatività può portare all’autodistruzione, la genialità può condurre alla malattia mentale e, dunque, la virtù può tramutarsi in vizio. “Cerebro” è, infatti, il titolo di una delle fotografie, in mostra presso la galleria “Spazio Nuovo”, dell’artista messicana Daniela Edburg, la cui opera è dirompente per una serie di motivi, sebbene appaia implausibile l’accostamento della parola “serie” con “dirompente”, ma vedremo che la contraddizione è uno degli strumenti su cui la Edburg basa il proprio lavoro: essa le appare come il mezzo più efficace per recuperare la totalità del senso, per non accettarne solo un’accezione canonica e parziale, la quale non renderebbe conto della irriducibile complessità del reale. Accogliere, dunque, la contraddizione vuol dire recuperare la cultura nella sua totalità e contemporaneamente interrogarsi sui mezzi con cui la si costruisce.

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