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Un altro Salento: su “Io sono la bestia” di Andrea Donaera

Non discuterò qui né della trama né della caratterizzazione dei personaggi, ma del linguaggio e dello stile dell’opera di Andrea Donaera Io sono la bestia (NN editore, Milano 2019): è mia convinzione che il libro s’imponga non solo in ragione di un racconto avvincente e originale, ma, ancor più, proprio in forza del suo impianto linguistico e del montaggio narrativo – penso sia facile lasciarsi coinvolgere profondamente dal racconto (a me è successo di averlo letto in poche ore senza sapermene staccare), ma perpetrerei un’ingiustizia nei confronti dell’autore se mi fermassi qui, poiché, a una riflessione più ponderata e lucida, sono proprio le virtù dello stile e del linguaggio a costituire il valore decisivo dell’opera perché linguaggio e stile ne portano alla luce i significati profondi. Continua a leggere Un altro Salento: su “Io sono la bestia” di Andrea Donaera

Breve saggio sulle terrazze salentine

Ernst Haeckel: lichenes.

Penso alle terrazze dei centri storici salentini, a quel mosaico di chianche, rialzi, muretti e parapetti, tettoie avventizie (dette suppinne), comignoli, fili tesi per stendervi il bucato, vasi di terracotta, pile e pileddhe di pietra escavata, bidoni e bidoncini per raccogliere l’acqua piovana o per farvi crescere erbe aromatiche e geranei, scalini di tufo o scale a pioli di legno, mucchi di sarmenti d’ulivo o di vite.

Le chianche sono le lastre di pietra calcarea che costituiscono la copertura esterna del tetto (lu chiamentu), dunque il pavimento della terrazza e che sono bordate da strisce di materiale impermeabilizzante che le salda insieme e impedisce all’acqua piovana d’infiltrarsi nelle intermessure – talvolta la terrazza ha al centro una lieve elevazione che corrisponde al punto più alto del soffitto a volta sottostante.
Le pile (o pileddhe, “piccole pile”) sono blocchi di pietra scavati per potervi lavare i panni o altro. Continua a leggere Breve saggio sulle terrazze salentine