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Il dolore tra le dita

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Un disegno di John Berger contenuto in Bento’s Sketchbook (p. 133 dell’edizione tascabile, editrice Verso, 2015).

Alle pagine dalla 9 alla 11 dell’edizione tascabile in lingua inglese (Verso, London-New York 2015) di Bento’s Sketchbook John Berger racconta del suo incontro intorno al Natale 2007 con il Subcomandante Marcos.

Berger aveva donato alla Helen Bamber Foundation un proprio ritratto del Subcomandante affinché fosse messo all’asta e gl’introiti fossero destinati alle attività della Fondazione: è da qui che prendono avvio i ricordi:

«He, I, two Zapatista comandantes and two children are taking it easy in a log cabin on the outskirts of the town of San Cristobal de Las Casas», scrive John Berger. Tutto il brano è abitato da calma e serenità: è la prima volta che i due uomini s’incontrano di persona, benché da lungo tempo ci fosse tra i due una corrispondenza privata e più volte fossero intervenuti insieme anche a dibattiti pubblici tramite piattaforme multimediali.  Continua a leggere Il dolore tra le dita

Andanze (brevi studi per Pierre Tal Coat /2)

Pierre Tal Coat: Vol d’oiseaux I (litografia, 1959).

 

Il silenzio dei licheni è grido acuminato che trafigge
le pagine della notte.
Siete stati nell’atelier del pittore, ne sapeste udire la voce
ma talvolta non i silenzi – ne portate negli occhi i colori
ma non sempre le intermessure tra pennellata e pennellata.

I voli degli uccelli, ornitomanzia senza metafisica e senza teologia,
penetravano le pagine del giorno.
La sua mente è stata quelle pagine disegnate o colorate o incise,
il ritmo della sua mente è stato quei voli folgoranti, vertiginosi,
………………………………………………………………………………velocissimi:

i campi arati un marrone solcato di nero (è nera la Terra, come sapevano gli umani dei primordi).

Un lessico per Irma Blank

ASCESI: si scrive, si dipinge, si canta, si danza con tutto il corpo che è corpomente – quando Irma Blank traccia pagine e pagine di segni, quando ruota, tenendoli stretti nelle mani, due mazzi di penne a sfera ricoprendo fittamente un’intera superficie (dal corpo in allontanamento le mani verso il margine del foglio per ritornare al corpo e sempre circolarmente, in una sorta di trance scrittoria e danzante), quando, partendo dal centro, spinge il pennello (senza mai sollevarlo) verso il margine sinistro del foglio, poi verso quello destro e ripete il gesto rigo dopo rigo, dall’alto verso il basso, lo fa con ascetica dedizione, con paziente, pazientissima andanza del corpo e della mente. Continua a leggere Un lessico per Irma Blank

(Pittorici idiomi) “Panorama da Lejre” di Vilhelm Hammershøi

Vilhelm Hammershøi, “Panorama da Lejre”, 1905, olio su tela, Nationalmuseum, Stoccolma

di  Marco  Furia

Vilhelm Hammershøi, 1905

Nel 1905, Vilhelm Hammershøi dipinse “Panorama da Lejre”.
Si tratta di una tela occupata per circa due terzi della sua superficie da un cielo in cui sono presenti candide nuvolette e, per la restante parte, da un manto erboso coronato da tre gruppi di alberi.
La sequenza delle nubi sembra quasi costituire un alto pentagramma sul quale è tracciata una non udibile musica celeste. Continua a leggere (Pittorici idiomi) “Panorama da Lejre” di Vilhelm Hammershøi

Breve saggio su di una bottiglia blu (per un omaggio ad Avigdor Arikha)

Osservando i dipinti e i disegni di Avigdor Arikha si affacciano alla mente la parola preservare e l’espressione avere cura: prima ancora che analitico (o realista) lo sguardo dell’artista è pietoso e amorevole.

Nello studio dell’appartamento parigino di Samuel Beckett (Boulevard Saint Jacques, 38) una bottiglia blu piena di acqua minerale, oppure di pigmento blu, oppure semplicemente vuota o di piccole dimensioni e colma d’inchiostro stilografico non sarebbe stata incongrua: Beckett e Arikha che conversano, Beckett che osserva, concentratissimo, i disegni dell’amico, Arikha che gli parla di Velázquez.

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Aristotele di Stagira (o, anche, della scrittura e dell’osservazione)

L’uomo che, assorto, osserva la danza nuziale dei pesci nell’acqua incuriosisce la bimba – che gli si accosta.
L’uomo ha sulle ginocchia un foglio di papiro: disegna e scrive.
Sta in silenzio la bimba: osserva.
La luce sulla superficie dello stagno si fa tramatura del papiro e il nuoto dei pesci nell’acqua intersecarsi di linee d’inchiostro: mille occhi che guardano dalla trasparenza delle uova disseminate sul fondale sono mille curvature di vocali e consonanti che la bambina, lentamente, compita ritmando le parole dito contro dito.
L’uomo ha sospeso il respiro osservando dimentico di sé lo spalancarsi ritmico delle branchie, l’estroflessione armoniosa della pinna dorsale.
Prende un foglio lì accanto la bimba, lo porge all’uomo che ha appena vergato l’ultima parola e che solleva lo sguardo nella luce meridiana.
L’uomo annuisce, sorride, bisogna rifare la punta della cannuccia per scrivere, dice mordendo un pezzo di formaggio e intanto ne porge una intinta d’inchiostro alla bimba – ecco, dice, vieni: continuiamo insieme questo viaggio.

Scritto 9

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

I mastelli, gli alambicchi, i bacili, i crogiuoli collegati tra di loro (affratellati, congiunti) da più o meno lunghe aste o archi in metallo e le reazioni chimiche che vi avvengono, i cloruri e i solfati, oppure le stelle, i giavellotti, le canoe, le luci di Wood e i suoni, i sibili, i fruscii provenienti dai microfoni e anche i muri, i passaggi, le nicchie e le volte degli ambienti creano la peculiare scrittura di Gilberto Zorio –

 

– scrittura che si rende visibile nel suo stesso farsi, nella sua ampia gestualità e spazialità, nel suo attraversare da parte a parte lo spazio, mobilissima e inesausta, reattiva e archetipica.

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Scritto 7

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Nella scrittura procedere per frammenti, per instabili punti d’arrivo che diventano, subito, nuovi punti di partenza.
In tal modo riemerge, tra l’altro, la nostra origine nomade: i due punti appaiono come il segno più invitante e appropriato: dover spingere lo sguardo oltre, riprendere brevemente fiato, ma per continuare ad andare.

Memoria dell’oggi: Leonardo Sciascia (8. 1. 1921 – 20. 11. 1989)

Tempo fa ho dedicato uno scritto a Jorge Luis Borges, Ferdinando Scianna e Leonardo Sciascia; oggi, per ricordare lo scrittore di Racalmuto, ne ripropongo un estratto.

[…]

Può darsi che Jorge Luis Borges sia un riflesso della nostra immaginazione; noi lettori il riflesso della sua.
Ferdinando Scianna fotografa lo scrittore seduto dietro la vetrata (o ivi riflesso?) – lo accoglie Palermo, città visionaria. Borges è, in quel momento, un’invenzione della mente. E una sorta di nume tutelare per chiunque ami il piacere della divagazione e dell’immaginazione.

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Scritto 1

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

L’atto stesso dello scrivere, il gesto nel suo puro e semplice attuarsi, può essere capace di guidare la mente lungo un binario di gioia, motivata quest’ultima dal puro accadere dello scrivere.
In tal senso, che si tratti di comporre testi lineari o di scrittura asemica, non esiste differenza: qui celebro il disporsi della scrittura sul foglio (o sullo schermo), il moto delle dita che, premendo i diversi luoghi di una tastiera o reggendo una penna o una matita, fanno materializzare i segni scrittori.

Nell’esilio / Il ritmo dell’andare (dedicato a W. G. Sebald)

Il dispiegarsi dell’opera sebaldiana parte da due concetti fondanti: il valore (altissimo) della letteratura e la necessità etica di fare i conti con il passato – e con il presente in quanto figliato da quel passato.
La letteratura non è momento di svago o elegante ornamento della vita borghese o vituperata attività da intellettualoidi con tanto tempo da perdere, ma inflessibile interrogare il mondo e la storia, o, ribaltando la prospettiva ma senza che il nucleo fondante muti, sono il mondo e la storia a interrogare, traverso la letteratura, lo scrittore e il lettore.

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Breve saggio su Milano (un notturno)

Il centro di Milano va svuotandosi delle persone, chiudono gli ultimi locali di ristoro, quasi più nessuno nelle strade e nelle piazze, piccoli mezzi del servizio di nettezza urbana, i lampeggianti accesi, ronzano a ridosso di un marciapiedi o in un angolo.
Il centro di Milano senza vocio e quasi senza rumori, senza andirivieni e senza l’eccesso delle luci che esplode dai negozi in strada, cerco il centro di Milano restituito al silenzio e alla solitudine apparente dei suoi edifici.

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