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Mareale

Alberto Burri, Bianco Plastica, 1966 Tiziano Salari
Silvano Martini

“Da sempre si è inteso, come un dato che s’impone, che il luogo proprio, naturale, della parola poetica è il silenzio. E così, la sua apparizione è un’ascensione dal silenzio in cui giace mai interamente inerte, il silenzio degli inferi dove si trova imprigionata come un “Essere” che chiede di manifestarsi al silenzio dall’alto, come è tipico della sua impari manifestazione, dove appare, spesso quasi asfissiata, l’ansia di prendere possesso della visibilità, il che implica l’ansia di assumere un corpo.”

(Maria Zambrano)

A volte il silenzio è una cavità rimbombante in cui le parole fanno gorgo e danno vita a un corpo in cui si mescolano stridori quasi a voler essere risonanza di un essere dissonante attraverso cui il reale ci assedia con tutte le sue implicazioni simultanee di tempi, di presenze, di rinvii in cui siamo gettati in un accumulo vertiginoso di casualità. Silvano Martini, in Mareale, sembra aver ceduto a una sonorità indistinta per cercare di attraversarla e ritrovare il senso perduto di quell’alterità rispetto a ciò che si dice, e cioè la cosa non detta o il silenzio nel quale, direbbe Lacan, “sentire se stesso” come eco o rinvio della parola poetica. Continua a leggere Mareale

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