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La giostra della lingua il suolo d’algebra

Marina Pizzi

Marina Pizzi

“Bisogna saper lasciare”, diceva Derrida.

Tenendo conto di questo suggerimento Pizzi, in prima istanza, si lascia alle parole lasciandole al loro destino errabondo. In seconda istanza questo lasciare/lasciarsi, quasi paradossalmente, viaggia in simbiosi con un processo di appropriazione. Si potrebbe parlare di descotomizzazione, ovvero di un procedimento che permette all’autore non di eludere, nascondere e rimuovere cose, persone e situazioni che procurano disagio, rifiuto e dolore, bensì di svelarle in tutta la loro interezza e complessità.

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Fragilità del bene

Loredana Magazzeni

Loredana Magazzeni

[…] Sulla trinità di tempo/terra/bene si fonda la raccolta di Loredana Magazzeni, poeta nata a Pescara, ma radicata a Bologna dopo l’università, che proprio in questa città è diventata anima del Gruppo ’98, nonché curatrice, traduttrice e organizzatrice instancabile di altri e soprattutto di altre. In questa laboriosità generosa c’è senz’altro un elemento del carattere di Magazzeni, ma anche più significativamente un tratto della sua poetica che, nutrita dalla vitalità icastica della poesia anglosassone da una parte e dalla linea vibrante delle autrici italiane e russe dall’altra, può prendere il nome, nel senso scheleriano, di “simpatia”, principio di condivisione e intersoggettività, un essere-perennemente-con-altri.

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Volti dell’acqua (il libro)

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Anila Resuli

Una donna di 30 anni affronta a ritroso con il supporto di una memoria, sempre fallace, e di una lingua, non di origine, il viaggio compiuto 14 anni prima dall’Albania all’Italia. Un poeta dedito alla poesia corporale spezza un percorso che pareva immutabile e depone una spina in terra per poterla calpestare e sentire dolore, accettando di dire quel dolore. Un nuovo tema (il viaggio senza il corpo), una nuova lingua ancora (non più il verso libero e fecondo, ma l’endecasillabo ferreo e fecondo), un’opera organica (non più poesie sparse)… Perché? Immettere Volti dell’acqua nell’alveo della poesia della migrazione è quanto di più semplicistico ci possa essere. Del resto gli elementi ci sono tutti: un viaggio della speranza, un’autrice albanese che scrive in italiano, una nuova lingua per costruire così una nuova terra. Queste considerazioni aprioristiche, queste domande legittime perdono importanza leggendo i primi versi della prima poesia. Continua a leggere Volti dell’acqua (il libro)

Segmenti & Controfigure

Antonio Scavone

Antonio Scavone

Lavoro a nero in una ricevitoria del lotto, il principale mi ha messo le mani addosso, ci sono andata a letto, la moglie ci ha scoperti, sono stata licenziata. A casa non trovo di meglio, dopo il divorzio mia madre si è messa con uno scansafatiche, dice che è malato di cuore e non può lavorare, io dico che è un opportunista. Lei non lo ama, lo sopporta, le fa compagnia, le rispondo che “Il marito della parrucchiera” lo hanno già fatto ed era troppo sdolcinato, mi ribatte che non posso capire io che un uomo lo concepisco solo come uno che ti mantiene. Forse ha ragione, è che a ventinove anni suonati, quindi trenta, non ho ancora terra da camminare e cielo da vedere come si dice di solito. Non ho mai voluto fare qualcosa che mi piacesse davvero perché qualcosa che mi piacesse o che tuttora mi piaccia davvero non c’è mai stata. E se c’è stata era di poco conto. Continua a leggere Segmenti & Controfigure

Si minore (il libro)

Ercolani

Marco Ercolani

Da dove provengono le visioni che ci consegnano questi nuovi versi di Marco Ercolani? Esse sembrano venirci incontro un attimo prima del loro dissolvimento, colte nel loro passaggio segreto, in quella zona di confine – prossima e familiare insieme  – in cui poesia ed esistenza si sfiorano e poi si tramutano l’una nell’altra, per dileguarsi infine nell’ombra totale.

Con la sua scrittura punteggiata dal silenzio, Ercolani ci avvicina all’Altro che è in noi, senza tuttavia sminuirlo, anzi conservandone la dimensione più propria e perturbante, l’enigma profondo che l’accompagna, in uno sguardo lucido e frontale. Ciò che ci sorprende è una visione netta e al contempo lieve, perché reca in sé la perentorietà del sogno, la sua illuminazione improvvisa ma anche la sua ineluttabile ombra.

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