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Oracoli (1)

Tracce

Lasciare tracce di parole è allevare ricordi che cresceranno senza i nostri occhi. Strappare alla notte il canto di stelle inesistenti, e dietro il coro d’ombre andare incontro all’altro in attesa nelle radure del respiro, nell’assenza che prende corpo e voce a ogni passo. Seguire il destino della fiamma che si offre in schegge di chiarore all’abbraccio del buio che la assorbe. Cadere come cade un lume in trasparenze d’acqua, nell’acqua spegnersi, e dentro l’acqua scrivere il senso della nascita, le cifre del naufragio, i volti silenziosi dell’esilio. Fare di ogni sguardo strappato all’abbandono, agli specchi incrinati della resa, un’isola levigata da fioriture d’onda. Di ogni mano che si tende, la dimora materna dove la neve viene ad abitare, a riconoscersi nei rivoli di vita in cui si scioglie.

Breve saggio sui solchi e sulle tracce (per un omaggio a Raoul Ubac)

Approdo all’arte di Raoul Ubac grazie a Yves Bergeret il quale, avendomi parlato più di una volta con ammirato affetto di André Frénaud, mi ha messo sulle tracce dei libri e della vicenda umana e artistica di quest’ultimo: è così che scopro il forte legame di Frénaud con Ubac e, di conseguenza, l’opera di Raoul Ubac stesso.
Solchi: da Yves a Frénaud a Ubac.
Solchi: nelle incisioni, nelle litografie, nelle sculture che Ubac realizza.
Solchi, appunto: linee parallele, tracciate secondo musicali variazioni, andanze del pensiero, emersione allo sguardo delle direzioni che la materia lavorata assume se il pensiero interviene e crea.

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