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Erich Fried: Al ritorno da Delphi

 

 

Heimweg von Delphi
 
Wie groß ich war
meine Kleinheit zu erkennen
Wie stark ich war
meine Schwäche zu gestehen
Wie klug ich bin
nun wieder schnell zu vergessen
wie klein und schwach
und dumm und vergesslich ich bin




Al ritorno da Delphi

Ero assai grande 
per riconoscere la mia pochezza
Ero assai forte
per ammettere la mia debolezza
Sono assai saggio 
per dimenticare subito
la mia pochezza, debolezza
stupidità, smemoratezza
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Such dream, such absolute. L’Irlanda di Mario Luzi

di Lorenzo Mari

A quasi vent’anni dalla morte, l’opera di Mario Luzi sembra oggi consegnata a un facile, ma anche rigido, processo di canonizzazione, e insieme di trascuratezza – un processo a tratti inevitabile, per un poeta la cui opera si colloca senza dubbio in uno spazio del ventesimo secolo letterario che è spesso precedente a ciò che oggi si associa alla categoria di “Novecento”. Pare, dunque, che ci sia poco interesse e poca ricerca, anche a livello universitario, su un autore ritenuto effettivamente buono per un prossimo, ennesimo, backlash conservatore delle accademie. Sono allora le iniziative di amici e sodali a tornare sui passi di Luzi, tentando al tempo stesso di prendere la rincorsa per un salto in avanti. Continua a leggere Such dream, such absolute. L’Irlanda di Mario Luzi

Stanno bombardando la città. Me ne sto qui a rivedere le poesie. (Conversazioni con scrittori ucraini.)

Traduzione italiana di Pina Piccolo dell’originale inglese “They Are Bombing the City I Am Editing Poems”, di Ilya Kaminsky e Katie Farris, apparso il 28 giugno in Los Angeles Review of Books. Per gentile concessione degli autori.

Tratto da La macchina sognante


Ihor Pavlyuk, Lviv (Leopoli)

Nelle strade delle città e dei villaggi ucraini bombardati, i corpi dei bambini morti giacciono con i numeri di telefono indicati sulla schiena scritti dalle madri in modo che possano essere identificati in caso di morte delle madri… Una cosa del genere va oltre la letteratura. Questo orrore è già al di là di Stephen King. Perciò guardo sempre più dentro di me in questi tempi escatologici, parlo a me stesso, a Dio (cioè prego), ai miei antenati e discendenti (i miei figli e nipoti), perché in questi giorni mi muovo molto meno. Non mi sembra di essere cambiato molto, tranne che prego di più e dormo di meno. A Lviv, Leopoli, c’è ora un silenzio teso, lacerato dalle voci apocalittiche delle sirene che ci chiamano nei rifugi antiaerei.

Il mio motto di vita “Sono pronto a vivere per sempre, sono pronto a morire in qualsiasi momento” ha ora acquisito una manifestazione più concentrata perché la morte di una persona e dei suoi cari (che è molto più terribile) può essere portata in qualsiasi momento da un missile, e questo, misteriosamente, mi fa apprezzare ogni momento dell’esistenza terrena e pensare all’eterno.

Tuttavia, questa tensione permanente drena da ogni persona sia l’energia fisiologica che quella creativa sottile (poetica), quindi ora come ora non posso scrivere un romanzo o un dramma, persino questa intervista richiede un grosso sforzo … Eppure, sono particolarmente produttivo in questi giorni ansiosi per quanto riguarda il mio diario spirituale, di cui ho intenzione di pubblicare due volumi entro la fine dell’anno — se sopravvivo, se sopravviviamo…

Il tempo è ormai un metallo spaziale liquido, insanguinato: pesante e veloce allo stesso tempo, come un ippopotamo infuriato o un carro armato. I giorni scorrono, le settimane passano e i mesi volano. Hai colto il succo della cosa.

Come persona, prego sempre di più nel modo che mi ha insegnato mia nonna. Come cittadino, faccio volontariato.

Come poeta… Non vorrei essere poeta adesso perché è particolarmente doloroso. Preferirei diventare un soldato.

Ma non puoi cambiare la tua natura, nel bene e nel male… Si consiglia di preparare un kit di emergenza con l’essenziale in caso di evacuazione urgente durante un raid aereo. E mi sono reso conto che il mio avere più prezioso era la mia chiavetta USB con i manoscritti non ancora pubblicati.

Leggi tutto l’articolo su La macchina sognante


Pina Piccolo è una traduttrice, scrittrice e promotrice culturale che per la sua storia personale di emigrazioni e di lunghi periodi trascorsi in California e in Italia scrive sia in inglese che in italiano. Suoi lavori sono presenti in entrambe le lingue sia in riviste digitali che cartacee e in antologie. La sua raccolta di poesie “I canti dell’Interregno” è stata pubblicata nel 2018 da Lebeg. È direttrice della rivista digitale transnazionale The Dreaming Machine e una delle co-fondatrici e redattrici de La Macchina Sognante, per la quale è la cosiddetta macchinista–madre con funzioni di coordinamento. Il suo blog personale è Pina Piccolo’s blog.

Copertina: Michael Kvium, Cup3Tint3

Harlem

HARLEM di Ingeborg Bachmann nella traduzione di Antonio Devicienti

Von allen Wolken lösen sich die Dauben,
der Regen wird durch jeden Schacht gesiebt,
der Regen springt von allen Feuerleitern
und klimpert auf dem Kasten voll Musik.

Die schwarze Stadt rollt ihre weißen Augen
und geht um jede Ecke aus der Welt.
Die Regenrhythmen unterwandert Schweigen.
Der Regenblues wird abgestellt.



Le doghe delle nubi si dissolvono,
setacciata la pioggia nei cavedi,
balza la pioggia dalle scale antincendio
e strimpella sul casermone colmo di musica.

La città nera rotola i suoi occhi bianchi
ed esce dal mondo a ogni angolo.
Nei ritmi della pioggia s’infiltra silenzio.
Il blues della pioggia s’interrompe.

Ai margini della cancellazione: su “Ciò è” di Franck Venaille

Saba-BolaffioContinua a essere assai meritorio il programma della Casa Editrice Ibis – FinisTerrae che pubblica la traduzione di autori d’indubbio livello affidandola ad altrettanto valenti traduttori (ne ho già scritto qui e qui).

È il caso del volume Ciò è che offre la traduzione, con testo francese a fronte e curata da Bruno Di Biase, di C’est à dire di Franck Venaille.

Pubblicato da Mercure de France nel 2012, C’est à dire conferma i caratteri peculiari e riconoscibili della poesia di Venaille, abitata dai paesaggi marini e sabbiosi delle Fiandre, dagli spazi dilatati della laguna veneziana, accesa dalle improvvise irruzioni di episodi violenti e barbari della guerra d’Algeria o, viceversa, da dolci e sensuali apparizioni di forme del corpo femminile, ritmata dal vento, dal moto di un ferry boat o di un tram, annodata a suggestioni derivate da Döblin, da Pound, da Saba, dai mistici fiamminghi, da Verhaeren. Continua a leggere Ai margini della cancellazione: su “Ciò è” di Franck Venaille

3 indicazioni di Wáng Wéi

Martin Pescatore o Alcione, fotografia di Jacopo Rigotti

Wang Wei (701-761) è il maggior “condensato” della poesia cinese. Distilla esperienza nei suoi elementi più essenziali: coscienza, paesaggio, vuoto. Molte delle sue migliori poesie sono incredibilmente concise, composte di sole venti parole, e spesso accendono le più scarne immagini: il grido di un uccello, una scheggia di luce sul muschio, il battito d’ali d’una garzetta. Poesie del genere hanno reso Wang Wei uno dei poeti più affascinanti e venerati della Cina, risultato d’altronde collegato anche alla sua riuscita come pittore.

Continua a leggere 3 indicazioni di Wáng Wéi

Tradurre Stefan George (quasi un diario)

blaetter_fuer_die_kunstOggi posso ben dire che l’impresa è giunta al suo termine: ho appena consegnato all’editore l’ultima versione interamente rivista del secondo volume che ospiterà la mia traduzione dell’opera poetica di Stefan George. 

È stato un impegno lungo (almeno due anni), nient’affatto facile, ma entusiasmante e fecondo.

Come scrivo nell’introduzione al volume, l’intera traduzione è a servizio del testo originale, serve, umile ma completa, a proporre (o a ri-proporre) al lettore italiano un’opera poetica importante e ineludibile per bellezza d’impianto (ogni libro di Stefan George è stato minuziosamente studiato e architettato dal suo autore), per soluzioni formali (la lingua tedesca viene onorata e fatta vibrare nelle sue più intime bellezze come accade nei testi di Goethe, di Hölderlin, di Heine per citare tre Grandi precedenti a George), per tensione speculativa.  Continua a leggere Tradurre Stefan George (quasi un diario)

Il diritto di tradurre

Nei Paesi Bassi la Casa editrice Meulenhoff affida alla poetessa e scrittrice Marieke Lucas Rijneveld (che accetta entusiasta) la traduzione di The Hill We Climb di Amanda Gorman; alcune voci di dissenso, tra cui, particolarmente marcata, quella dell’attivista Janice Deul, contestano la scelta perché “il lavoro e la vita di Gorman sono profondamente segnati dalla sua esperienza e dalla sua identità di donna di colore”; affidare la traduzione dei suoi versi a Marieke Lucas Rijneveld (di pelle bianca) sarebbe “un’occasione sprecata” e, quindi, quella traduzione dovrebbe essere eseguita da una persona di colore. In conseguenza delle accese polemiche Rijneveld rinuncia alla traduzione.
In Francia il traduttore e poeta André Markowicz, in un intervento dell’11 marzo su Le Monde, sostiene che le argomentazioni addotte contro l’eventualità di una traduzione da parte di Rijneveld è «l’assoluto contrario della traduzione, che è, innanzitutto, condivisione ed empatia, accoglienza dell’altro, di quello che è diverso da sé: quello che chiamo “riconoscimento”. Continua a leggere Il diritto di tradurre

Tacere

Pierre Tal Coat, Se rejoignant (incisione, acquatinta, 1980).

Se taire.
Faire silence pendant des heures. Non pour se taire mais pour qu’il y ait à nouveau une rencontre de mots, un apaisement du langage, la présence d’au moins quelqu’un en l’absence de tous. Il n’y a souvent que peu à dire. Car même si l’on connaît la maison, on ne sait pas où est allé l’habitant.

Tacere.
Fare silenzio per ore. Non per tacere, ma affinché nuovamente accada un incontro di parole, una pacificazione del linguaggio, la presenza di almeno qualcuno in assenza di tutti. Spesso non c’è che poco da dire. Perché anche se si conosce la casa non si sa dove sia andato l’abitante (traduzione mia, A. D.)

Thierry Metz, L’homme qui penche, Éditions Unes, Nice 2017.