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Nell’esilio / Franck Venaille, René Daumal

Scrive Franck Venaille in C’est nous les Modernes (Flammarion, Paris 2010, pagg. 7 e 8): «Je suis de l’écriture. Dans l’écriture. C’est mon seul bien. Écrire m’a fait. Écrire m’accompagnera jusqu’à la fin. Écrire coordonne ma vie».

Le edizioni Prova d’Artista / Galerie Bordas di Venezia dirette da Domenico Brancale stampano proprio in questi giorni di Franck Venaille Tre fasi di uno stato di costrizione e di René Daumal La seta – entrambi i testi appaiono nella traduzione di Bruno di Biase.

Il passo e l’eco della scrittura mi accompagnano in queste settimane riverberando da due luoghi d’Europa eccelsi per memorie e capacità di creazione artistica (Venezia e Parigi), s’inarcano tra due rive linguistiche (due rive ci vogliono traduceva Vittorio Sereni un luogo di René Char), chiamano altre voci, altri passi, altri orizzonti.

Septentrion

René Char

SEPTENTRION

– Je me suis promenée au bord de la Folie. –

Aux questions de mon coeur,
s’il ne les posait point,
ma compagne cédait,
tant est inventive l’absence.
Et ses yeux en décrue comme le Nil violet
semblaient compter sans fin leurs gages s’allongeant
dessous les pierres fraîches.

La Folie se coiffait de longs roseaux coupants.
Quelque part ce ruisseau vivait sa double vie.
L’or cruel de son nom soudain envahisseur
venait livrer bataille à la fortune adverse.

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These

William Carlos Williams, 1921

William Carlos Williams

These

are the desolate, dark weeks
when nature in its barrenness
equals the stupidity of man.

The year plunges into night
and the heart plunges
lower than night

to an empty, windswept place
without sun, stars or moon
but a peculiar light as of thought

that spins a dark fire –
whirling upon itself until,
in the cold, it kindles

to make a man aware of nothing
that he knows, not loneliness
itself – Not a ghost but

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La spiaggia

Mario Giacomelli

Sono andati via tutti –
blaterava la voce dentro il ricevitore.
E poi, saputa: – Non torneranno più -.

Ma oggi
su questo tratto di spiaggia mai prima visitato
quelle toppe solari… Segnali
di loro che partiti non erano affatto?
E zitti quelli al tuo voltarti, come niente fosse.

I morti non è quel che di giorno
in giorno va sprecato, ma quelle
toppe d’inesistenza, calce o cenere
pronte a farsi movimento e luce.

                                            Non
dubitare – m’investe della sua forza il mare –
parleranno.

(Vittorio Sereni, Gli strumenti umani, 1965)