Classi di resistenza

 

“ricomincio a fare graffi come prima cosa
prima sul viso perché non basta l’essersi liberati dalle cicatrici
dalle bianche lesioni dei rami rimaste nel midollo
i fusti da cui non proviene alcun suono”

Daniele Bellomi

 

Scritture

 

esoforie

recito piano la riga dov’è squarciata pensando alla carta
che si rompe se gira, e gira, e gira, e gira ancora, se strizzando,
se le mani degli altri non ci fanno caso, se capita un altro
problema agli occhi, se vedi che strizzando la voce si perde
contatto, tramite col mondo, con gli occhi riposti e chiusi,
con il testo che non si è fatto ancora vedere, con chi ascolta
che è ancora lì, mentre circola la noia, non è chiaro l’intreccio
che fa a pugni con l’esterno, e se così, parlando, si allude
a qualcos’altro, a un paradosso, magari, se stiamo parlando
puoi vedere come tutto gira, se gira ancora, e gira, ci costringe
ad indossare occhiali, a lasciarli fluttuare su sfondi più chiari,
se la vista gira e vuole convergenza, se dicendo piano la riga
o il verso appena ricomposto, con la vista che rigira le cose,
se gira e gira e finisco ad aver paura dei gesti con cui rovescio
sempre tutto, del mio non saper mettere insieme ciò che prima
ho trovato capovolto, con la testa sott’acqua, il testo annegato
e il suono come di corpi che risalgono in superficie, se strozzando
l’accesso della voce farei del vizio una cosa che non si redime,
che se può gira assieme alla visione, oltre il corpo imbevuto, gira
ancora e si rompe, guarda verso il centro dello sbrego, mentre
il detto si attacca sulle palpebre e se gira non può cominciare

 

cessazione

resta chiaro nelle voglie attese io adesso non più tramite
di schizzi e ibernazioni impatti o lastre deformate io il minimo
richiesto dalla veglia la filtrazione dei modi di dire presa
dai rimasti appesi agli scaffali io ricompone rotture vasi
aperti mancando di saliva sempre troppa quella per bocche
e bocche aperte richiuse avvertendo il pianeta andarsene
da un’altra parte muovendosi da lingue opposte provate
sempre dalle correzioni stanche e adesso esposte
a un solo attacco assiderate nel coagulo freddo i luoghi
io io non c’è se non per l’esistenza dice io se qualcuno
non si volta eppure prova a rimanere io che lascia
una fortuna per un tipo di contagio io che non teme
l’insicurezza la porta aperta il gas lo lascia ad esalare
il comando di io è perfetto e inderogabile non fare niente
di quanto detto non più decidere soltanto per qualcuno
che io salta tirando via tutto diserta una riunione o l’esercito
lascia il banco vuoto attende una risposta e chi ancora io
mantiene l’ordine chiede di andare non timbra il cartellino
io provoca l’ammutinamento prende la mira o il manganello
inscena una rissa o sparatorie lascia fare aspetta io si vede
io che non si vuole arresta io per poi voltarsi non sparare

 

ripartizione della volta

adesso devi andare allora osserva il bianco di lesione in cicatrice
per la notte estesa altrove fino al campo ottuso dello specchio
andata avanti sui chilometri senza ritorno per distanze appena
appresa dalla luce e pensa a ciò che non succede se non guardi
assorto verso il punto che non circola degli astri o per le sorti
di una delle mille attenzioni verso il moto nell’idea che prima
o poi dovrai porre rimedio all’anomia della visione e suturare
ogni passaggio assiduo per colpi e colpe andando a vuoto
ad iniziare dalla retina mancando agganci a corpi erranti
appesi sulla volta e pure avendo scorte proprio al centro
della via a terminare l’esistente per se stesso o per te solo
osservi un’altra via di sorta in cui rimane tutto per cosciente
remissione o inalterabile dai moti ai modi opposti e stabiliti
dentro mondi di persone assorte e sillabate in questo niente
in questo breve tempo che non risente di attrazioni e desideri
cosa fare del consulto della divisione in brani e tracce disperse
per gli anni di distanza per quello che non viene mai da solo
e solo allora interpretare per predire nella pietra per qualcosa
che non potrà accadere se non in altro caso di effetti sentiti
o attraversati e notazioni spinte fuori per inerzia pur sapendo
cosa fare e se non implicarsi in opposti e rotazioni mascherate
dagli sbarramenti adesso devi andare e indaga il fegato e oramai
il poi non è più il dopo smarrito che grida nell’abito che smetti
o appena smesso fermato dopo lunga osservazione delle stelle
grida ancora in cerca del reciproco per malattie degli occhi
o le ferite e il mare gonfio di aria estratta e soluzioni dentro
al vuoto in cui vederti solo a far barriera da percosse e fenditure
rese adesso feritoie aperte e imposte nelle viscere senza temere
che gridando dietro non si veda senza luce e poi soltanto
invano o il vano come nuovo punto da cui parta un fuoco
atteso per bruciare arreso al ricevente della parte giusta
in sfregio al posto non più possibile ma così immobile conta
mai davvero realizzata credendo in tutto ciò che potevamo

 

(Continua a leggere)

Daniele Bellomi – Scritture

 

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Daniele Bellomi è nato il 31 dicembre 1988 a Monza, dove vive. È iscritto al corso di laurea magistrale in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano. Nel periodo 2010-2011 ha seguito il Corso di Poesia Integrata sotto la direzione di Biagio Cepollaro. È co-fondatore del blog e progetto plan de clivage, incentrato su poesia, scritture non-narrative in prosa e asemic writing: è inoltre autore di asemic-net e fa parte del blog di ricerca eexxiitt. Nel 2011 pubblica gli e-book Per forza di cose (prose non-narrative) su «GAMMM» e La testa (poesie) per plan de clivage, auto-prodotto. Ha inoltre curato la riduzione a testo del DVD Reading-Lezione all’Accademia di Brera di Biagio Cepollaro. Suoi testi sono apparsi altrove online su «Poesia da fare», «Niederngasse», «Nazione Indiana», «Lettere Grosse» e «Poetarum Silva».
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12 pensieri riguardo “Classi di resistenza”

  1. Da bravo lettore non commentate, con un mucchio d’alterigia (davvero troppa) mi faccio avanti solo per certificare la contentezza di leggere questi testi anche qua e – soprattutto, finalmente! – in una forma che non gli fa torto, non li frammenta più del necessario frammentabile, anzi.

    Tolto l’inutile e prolisso preambolo, oltre ad ammirare la scrittura (invidiarla anche un po’ temo) azzardo dire che l’insieme mi restituisce l’idea di una scrittura “miope”: dove il termine non deve essere inteso negativamente, ma, in senso metaforico, come preambolo a una ricostruzione, punto di soglia a metà strada tra la volontà di tornare a una mantica, una conoscenza del corso delle cose (una fede nella lggibilità del mondo, soprattutto; per quanto non se ne ignori poi la violenza: la riduzione del reale a un reale sillabato) e dall’altro lato, la speranza (“fede” temo sia esagerato…) in una luce che al contrario trasfiguri tutto il reale in una forma suprema del visibile pronta a prescindere dal logorio della sua lettura, un “accecamento” rovesciato

    In quest’ultimo senso (e non so come precisare, ma la lettura mi suggestiona che con questo “tu” ripetuto\altro, come un martirio di Santa Lucia, non esclusa la confusione paraetimologica, ma anzi!), sotto la suggestione di tali immagini mi sembra che la scelta di “freddezza” (ma poi relativa) compositiva del testo, con il valore affermativo e vuoto (perlopiù) degli enunciati presi singolarmente e la loro accumulazione che li supera, insieme all’aspetto\l’impatto visivo della scrittura che ne precede la lettura, proceda in direzione precisamente inversa rispetto a molti testi surrealisti dove il metamorfismo costante di immagini decisamente visive conduce al fondo invisibile dello sguardo: mentre qui è in gioco la volontà (pure se titubante…) opposta di tornare ad aprire gli occhi, tornare forse a un “immediato” che senza dimenticare le sue origini non se ne faccia però trascinare al fondo, non si areni fra le troppe morti per acqua perennemente riemergenti.

    Con un’immagine conclusiva, penso che il mondo che costruiscono questi testi possa essere quello che la protagonista (?) di Un chien andalou torna a vedere dopo (e nonostante) lo sfregio che inaugura la sarabanda, il procedere fiume del film;

    Sperando d’essere stato almeno un poco comprensibile nella lettura di una metaforica che permeando il testo per me (per il mio modo di leggerlo) ne è la chiave di volta e sperando, altrettanto, di non sovrappormi troppo ad esso (non fargli violenza), saluto replicando la contentezza di vedere i testi qui ben raccolti in pdf.

  2. Scrittura piena e potente, ma non compiuta o indirizzata esaustivamente verso un’univocità di senso. Anzi sembra che, in Bellomi, la tendenza sia quella di protendersi verso l’ “irrisolto”, non esclusivamente verso la serie dei “possibili” e il palinsesto degli “eventuali” ma, anche e soprattutto, verso ciò che è inquantificabile, e quindi declinabile.
    Una scrittura fiume, che segue il suo corso, si potrebbe definire: inarrestabile, per quanto dispensi ad ogni svolta, attraverso sospensioni e rinvii, la possibilità che il gesto primario si consegni all’inevitabilità delle virate di rotta e accetti, di buon grado, l’ “avvento” di ciò che egli stesso ha evocato: la moltiplicazione del senso e il valore aggiunto che qualsiasi avventore, dotato di gusto e criterio, non può esimersi di conferire/consegnare alla sua scrittura.

  3. Grazie per gli interventi.

    E’ un vero piacere constatare come la poesia di ricerca, nonostante omissioni, reticenze e ostracismi variamente interessati e assortiti, sia ancora viva e vitale in questo paese.

    Ed è un piacere ancora più grande, per quel che mi riguarda, sapere che esistono giovani autori che cercano, attraverso lo studio e la sperimentazione, il contatto e il confronto con esperienze imprescindibili del secondo Novecento (Costa, Vicinelli, Cacciatore, Villa, Rosselli, tanto per fare qualche nome), piuttosto che perdersi nell’avvilente pratica masturbatoria di incensare e canonizzare l’amichetto di turno che ha appena pubblicato una plaquette di una quindicina di cazzate.

    fm

  4. Sento questi testi molto vicini – e non mi capita spesso. In questa ricerca del verso è forse il senso del della scrittura.

  5. non mi riesce, in questi giorni, di trovare il tempo per articolare un commento critico sui testi di Bellomi, come altrove mi è capitato di fare. ciò nonostante, per quel che vale, giustappongo e riconfermo qui la mia ammirazione nei confronti di questa ‘macchina da scrittura’ umana o – come nota Campi, il cui commento mi trova in buona sostanza d’accordo – ‘scrittura fiume’ dall’alto potenziale conoscitivo e dalla travolgente, per restare nella metafora, capacità di metamorfosare o sterzare via via le proprie isotopie e i propri rimandi referenziali, evitando così ogni base di discorso affermativo e ogni ipostatizzazione dei propri contenuti.

    Complimenti a Daniele, dunque, non che ne abbia bisogno, viaggiando come fa a una velocità e una maturità impressionanti; e un caro saluto a Francesco, e a tutti,

    f.

  6. ringrazio tutti coloro che hanno voluto commentare questo post: da chi ha voluto ospitare i miei testi su questo (neanche a dirlo, molto bello) spazio web, fino a chi ha commentato le “scritture” in pdf con rimandi, riferimenti e annotazioni di cui sicuramente terrò conto.

    certo, quando si parla di maturità, di vicinanza del verso alla propria poetica e si riconosce a questi testi una sperimentazione analoga a quella di grandi autori del nostro secondo Novecento, non è semplice spiegare quanto questi commenti impongano riconoscenza e, al contempo, volontà di schermirsi da essi e di prenderne *quasi* le distanze.

    difficile dire da cosa dipenda: forse dalla voglia di continuare un lavoro che non si ritiene interrotto e dal fatto di non considerare mai l’inedito (dato che non solo questi testi, ma anche tutto ciò che ho scritto ad ora, per fortuna, lo è) come una merce di scambio, ma di mettere a disposizione ciò che si fa senza (credo) il narcisismo delle aspettative attese o disattese.

    allo stesso tempo, non è facile trattenere le risa leggendo la frase finale del post di Marotta, che ben identifica tutti i limiti del “fare gruppo” nel panorama della nostrana scrittura poetica contemporanea. penso però che, con i dovuti accorgimenti, prima o poi riusciremo a lasciarci alle spalle le canonizzazioni e i “do ut des” per tornare ad occuparci dell’unica cosa importante in poesia: i testi.

    ringrazio di nuovo e auguro a voi tutti un buon fine settimana.

    d.b.

  7. Grazie a te, Daniele, anche di questo intervento che ci restituisce l’immagine non solo di un “fare” ma anche della persona che ci sta dietro. Me li ero immaginati proprio così.

    Sappi che qui sarai sempre il benvenuto, insieme ai tuoi testi, ogni volta che ne avrai voglia.

    Un caro saluto.

    fm

  8. la macchina da scrittura c’è tutta, per citare il Teti, ed è invero ammirabile. però questo genere di poesia mi lascia invariabilmente la forte impressione d’una macchina lasciata a far ruggire il suo motore in garage, o a sgommare in un parcheggio, anziché lanciata, come meriterebbe, a sbranare la strada.

    o, per chi ci piace più aforistica:
    la mietitrebbia non è il raccolto.

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