Archivi categoria: poesia

Tenebrae

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La visita al convalescente

Roberto Bolaño

LA VISITA AL CONVALESCENTE

E’ il 1976 e la Rivoluzione è stata sconfitta
ma noi ancora non lo sappiamo.
Abbiamo 22, 23 anni.
Io e Mario Santiago camminiamo lungo una strada in bianco e nero.
Alla fine della strada, in un palazzo che sembra uscito da un film
degli anni Cinquanta
c’è la casa dei genitori di Darío Galicia.
E’ il 1976 e Darío Galicia è stato operato al cervello.
E’ vivo, la Rivoluzione è stata sconfitta, è una bella giornata
nonostante le nuvole nere che avanzano lentamente dal nord attraverso la valle.
Darío ci riceve sdraiato su un divano.
Prima però parliamo con i suoi genitori, due persone ormai anziane,
il signor e la signora Scoiattolo, che osservano l’incendio
del bosco da un ramo verde sospeso nel sogno. Continua a leggere La visita al convalescente

Distacco del vitreo

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Roberto Cescon
Distacco del vitreo
Mestre (VE), Amos Edizioni, 2018

La poesia di Roberto Cescon, in questa raccolta, esiste come forma rappresentativa di una natura circostante: piantagione in piena luce, sotto qualcosa che da lassù turba, una luna dentro il suo percorso. Il significato è anzitutto condizione primaria, niente può scavalcarlo né essere sottratto alla volontà predominante dell’autore: chi può negare la concretezza di questi corpi, viventi ancora prima di parlare? La biologia che gira dentro le poesie assicura e difende un mondo, e non viene mai meno alla propria essenza. Biologia capace di visioni, si aggira fra materie minerali con qualche timore, adombra gli abissi circostanti e consegna a sé stessa un interesse esclusivo: la verifica della realtà. O meglio, dell’unica realtà percepita dai nostri sensi principali. Uno di questi appartiene all’occhio. Continua a leggere Distacco del vitreo

Infanzie

Yves Bergeret

Lei sente i suoi figli giocare nella sabbia del giardino,
i granelli cadono, la sabbia canta,
ogni granello è una collina del Caucaso,
ogni granello una montagna della sua infanzia,
un granello un ghiacciaio nero,
un granello un artiglio di tigre,
un granello una pagina di epopea,
lei ascolta i suoi figli ricucire la sua infanzia,
li ascolta liberare granello dopo granello
l’altro piede dell’arcobaleno
che aveva creato cominciando il suo viaggio.

(da qui)

In trentatré frammenti

René Char

Eccoci di nuovo soli in un testa a testa, o Poesia. Il tuo ritorno significa che devo ancora una volta misurarmi con te, con la tua giovanile ostilità, con la tua tranquilla sete di spazio, e tenermi accanto per la tua gioia questo sconosciuto equilibratore di cui dispongo.

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La parola della pioggia

“Tu vuoi l’acqua. Hai gridato per la sete. Hai sognato il mare dolce e immenso di cui neppure conosci la forma e il sale. Supplichi per l’intero arco delle tue giornate. Passi le notti a frenare la lingua che si secca a furia di cantare le tue richieste sabbiose. Stai a cavallo sulla groppa del sogno convinto di guidarlo verso di me. Io amo che tu mi cerchi. Non amo che tu mi voglia. Anche vicino a te, vivo di distacchi. Ti disseto ma non vedrai mai il mio volto. Non mostro che le mie dita, anzi, mai tutte quante, le stringo e un mattino le punto verso di te quando ho deciso di amarti. Dico e rifiuto. Penetro, attraverso e ti lascio stremato al suolo che ho intriso più del tuo corpo. Ti ho nutrito. Ti nutro stamani di nuovo. Cresci con le mie nuove frasi, tu che le senti come delle grida e ti sforzi di trattenerne i frammenti e le fibre sottili che confondi con ciò che ti ha graffiato le gambe: era il vento della polvere, mio figlio, che corre giocando proprio davanti a me”.

( Yves Bergeret
Il tratto che nomina
di prossima pubblicazione presso
Algra Editore, Catania)

La parola della polvere

“Sei sicura di capire da dove derivo, chiede la polvere alla donna? Mi conosci da seimila anni. Mi spandi sotto i tuoi fianchi quando dormi sdraiata per terra. Quando canti frantumando nella macina i grani di miglio e le tue mani, le tue reni, il tuo canto nutrono e salvano il villaggio, tu trascini anche me, e io m’impenno e m’inarco e mi disperdo moltiplicata tra le note del tuo canto. Mi fai nascere allora nella soave assenza di forma che mi proietta nella luce dove scoppio a ridere. Ma in fondo alla tettoia, dove durante il tornado tu vieni a distenderti per impregnare col mio biancore le tue spalle e i seni e i piedi, riesci a percepire pienamente che io sono lo sgretolarsi dell’arenaria mescolato all’eterna balbuzie dei morti, che gli antenati dei tuoi antenati hanno rinchiuso nella parte più remota della mia ombra? Io t’imbelletto e tu mi doni la tua pelle, nell’abbandono del sonno, affinché io entri in una forma da dove possa finalmente nascere la parola. Ti ringrazio”.

( Yves Bergeret
Il tratto che nomina
di prossima pubblicazione presso
Algra Editore, Catania)

Se la guardi controluce

Fabia Ghenzovich

La Catanegài

’na zatarìna, ’na candela
impissàda per ogni morto
negà, per ogni putèlo
desmentegà drento el pantàn
del fondo, tra le rive

del sile, la restìa, la catanegài
i la ciama, i vivi e i morti smarìi
soto aqua, dove la zàtara
la se ferma, de novo catài
dal scuro fin a la luse

de un nome pronunzià – la luse
la tanta luse dei oci
de le mame.

[La Catanegài
una zatterina, una candela / accesa per ogni morto / annegato, per ogni bambino / dimenticato nel pantano / del fondo, tra le rive // del sile, la schiva, la catanegài / la chiamano, i vivi e i morti smarriti / sotto acqua, dove la zattera / sosta, di nuovo portati / dal buio fino alla luce // di un nome pronunciato – la luce / la tanta luce degli occhi / delle madri.]

__________________________
Fabia Ghenzovich
Se ti la vardi contro luse
Venezia, Supernova edizioni, 2018

Del fare spietato

Pasquale Vitagliano

Scrivo sempre la stessa poesia
Passo sempre dagli stessi luoghi
So contare fino a tre
Riesco quasi sempre a fermarmi in tempo
Cerco sempre le stesse persone
Dopo averle perse
Sarà il mio modo di indagare
Sulla legge segreta del tempo
La forma per adeguarmi al suo moto pendolare
Mi rassicura questo ticchettio
Che ti dice dove stai e con chi
Che è impossibile restare a lungo nel quadrante
Che ti ritrovi di nuovo ai margini
Consolato dal fatto che da soli
Si scrive e si muore

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Pasquale Vitagliano
Del fare spietato
Osimo (AN), Arcipelago Itaca, 2019

In principio erano le selve

Pier Franco Uliana

Gli occhi, abbandonali all’ombra, socchiusi fino alla linea dell’orizzonte interiore. Un limitare, tra ciglia e foglie. Da’ senso ai sensi. Fatti placenta di muschio, feto sotto lingua.

[VIII] Il potere pretende la radura. Senza limite. Una luce trasparente, cartesiana, empirea, a perpendicolo. Onnipotente. Datti alla macchia. A tasche ricolme di sementi, fa’ incursioni notturne. Semina e fuggi. Renditi opaco allo specchio ustore.
[XI] Appena dopo il varco, ecco i sentieri. Non seguire il più dritto, se non vuoi finire nel latrato del vento. Ma non è nel più tortuoso che troverai lo smarrimento.
[XIII] Poeti, filosofi, fuorilegge, ribelli, maquisards s’inselvano per redimere il disordine della radura. Scelgono il valore dell’ombra perché vogliono ristabilire la trasparenza dei valori. Il loro pensiero è dialettico e procede per metafore.
[XXVII] I rami lassù, profondi e immobili, e noi ad ascoltare il silenzio delle radici. Si fondono fiato e vento, le voci appena sussurrate. Tu mi apri una radura dentata di luce e sulle labbra cresci la verità ambigua del tempo.
[XXX 3] La radura tende al paesaggio unico, essa usa un eccesso di luce per nascondere agli occhi i propri errori. I miraggi però hanno lo stesso limite e la stessa imprecisione delle ombre, se non si rovescia l’albero dello sguardo.

(da qui)

Come un fiore che si stacca dal gambo

Lisa Sammarco

b. ha settantaquattro anni e gli occhi di un azzurro lattiginoso e spento come se dentro, di quel tempo, non ci fosse passato niente. Ha l’abitudine di dormire su di un fianco, voltando le spalle all’uomo, al vecchio che ogni sera le si distende accanto. Stanotte si è tirata ben bene la coperta rosa fin sulla testa. b. ci guarda attraverso e il buio terso si fa di un rosa rugginoso e marcio. b. torna a pensare spesso alla sua prima volta, quando si era aperta come un fiore all’uomo, ora vecchio. Che strano, non aveva sentito nessun dolore. È così per i fiori? Si aprono alla bellezza e di bellezza senza né sentire né sapere cosa o dove la bellezza sia? b. si scosta la coperta, scopre la testa e fa per girarsi verso l’uomo, il vecchio, come se da lui volesse una risposta, ma poi all’improvviso lo sente, è un dolore enorme, che si espande ovunque come fa soltanto il tempo, e quel dolore fiorisce, fino a riempire la stanza dal pavimento fino al soffitto, inutile come se fosse stato chiuso troppo a lungo e fosse diventato altro, e somigliava ad un tempo che non le era appartenuto, sottile e impalpabile come intonaco crepato. Resta ferma. Chiude gli occhi. È tardi adesso. Il buio come il tempo le cade addosso, lieve come un fiore che si stacca dal gambo, senza ricordi. Forse ora sogna.

(da qui)

Quinta vez

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Maria Pia Quintavalla
Quinta vez
Azzate (VA), Stampa 2009, 2018

China esiste nel tempo, o più probabilmente, possiede tutto il tempo del mondo. China madre, figura molteplice, forma biografica in continua evoluzione, secondo la propulsiva mente di Maria Pia Quintavalla, poetessa dall’atteggiamento robusto verso la vita privata e collettiva. Con lei si ha sempre l’impressione che la “comunità degli animi” (sì, proprio quella rivelata anni addietro da Cesare Viviani in un suo massimo libro) acquisti qualche grado in più per restare viva (e non vegeta) al mondo. China torna dopo otto anni dall’originaria comparsa (China, 2010), da una realtà sopra il cielo al nostro mondo interventista e crudo. Ha i colori che la determinano da sempre, solari e appartenenti all’aria, divulgati su strade e terreni riguardosi e commossi. Continua a leggere Quinta vez