Archivi categoria: poesia

Per il decennale di RebStein, 18

Giorgio Bonacini

 

 

POESIA DAI FRANTUMI

Una breccia incontrollabile
si è aperta, disgregata. Un serbatoio imbarazzante
di miopia – come a distinguere dal vero
l’ala forte che si porta nell’udito.

Vedi solo ciò che senti –
ti avvicino al suo fruscio, alla ruvidezza
di quel graffio e lo rifiuti. Irripetibile il disegno
di una mano mentre batte sul tamburo.

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Per il decennale di RebStein, 17

Daniela Pericone

*

Vi hanno detto
che non esiste il tempo
dovreste gioire alla notizia
niente inizio né fine
il tempo freccia è una bugia
come la barba di dio
tuttavia siete voi, esposti sul filo
a volere che sia, basta volgersi
a una qualsiasi direzione
e il tempo prodigiosamente appare
vostro proprio vostro solo vostro
– sembra che ogni visione sia vera
per sottrazione di dettagli –
suprema (dis)umana illusione
non ve l’hanno ancora detto?
non c’è nulla che resti mai
uguale a sé stesso, che resista
più d’un tempo sospeso
non la pietra ch’è un fitto
di polvere, non questo vibrato
di carne, questa luce scritta
su un suono nel solo
istante che viene.

(10 agosto 2017)

Dall’età della pietra

Massimo Rizzante

Dall’età della pietra

A Giuliano Mesa,
principe dei poeti

concittadino del popolo
principe dei poeti
o intoccabile in cima alle scale della fortuna
e tu achille dal calcagno d’oro

ora che anche i pesci azzurri del mare
allargano le branchie non per respirare
ma in segno di estremo saluto all’imperatore
prenditi gioco di qualcun altro

nell’età della pietra
dal grembo di una città assediata
Leopoli, Pristina, Berlino, Cracovia che importa?
in ogni caso ai corruttori di Roma in ogni caso in contumacia

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La Biblioteca di RebStein (LXVIII)

La Biblioteca di RebStein
LXVIII. Agosto 2017

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Yves Bergeret

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La parola che costruisce legami
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Colui che passa

Yves Bergeret

Celui qui passe

à Piazza Armerina, 7 août 2017

Il est arrivé en pleine nuit.
En feu les forêts d’eucalyptus
allaient avaler la pleine lune et la ville.

Il aurait pu être une feuille calcinée
portée par le vent de minuit.
Sa nervure centrale : sa liberté aiguë.

Il est le vent
qui rappelle qu’il faut choisir
et qu’on ne se réfugie pas dans la face cachée du vent.

Il parle un peu,
salue, pleure, plante sa rame et son chant
en plein nuage,
en plein visage du monstre,
salue, écoute et s’en va
en ayant rehaussé la colline des hommes.

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Per il decennale di RebStein, 15

Nino Iacovella

Polaroid
(Cronaca nera)

La notte devia il corso delle povere cose
rimaste abbandonate:
un cartello rotto, un tubo di ferro,
sono ora corpi contundenti
accanto a un volto sfigurato

Rimane l’ombra dell’ultima parola
nella slogatura della bocca,
mastica il dolore di quella terra nuda

Poi la prima luce del giorno mostra
:::::::::::::::::::::::::::::  un corpo duro e solo,
tutto quel rosso che ferisce gli occhi
::::::::::::::::::::::::::::::::::::     ::di chi guarda:
la fossa mai terminata, la faccia come
:::::::::::::::::::::::::::::::un disegno sbagliato,
le fiamme di un’Italia che brucia

2 novembre 1975
Idroscalo di Ostia

Per il decennale di RebStein, 14

Antonio Devicienti

L’ora contro: frammenti per un omaggio alla scrittura di Domenico Brancale

Percepisco la scrittura di Domenico Brancale quale presenza così potente per me e suggestionante e assoluta che non vorrò scrivere qui una nota di lettura, né un saggio critico, né porrò i testi del poeta lucano su di un tavolo operatorio per minuziosamente notomizzarli – ne scriverò, invece, in un andirivieni frammentato e frammentario (e, spero, commosso), perché ho qui accanto questi quattro libri (L’ossario del sole, Controre, incerti umani, Per diverse ragioni[1]) ed essi s’aprono alla mente che li cerca come sassi dentro cui si celano universi. Per chi proviene dal Sud d’Italia e da terre petrose il sasso, la pietra, la roccia effusiva o calcarea, la gravina e il calanco sono parti d’un paesaggio interiore ineludibile – e anche il linguaggio, forse, liberatosi dall’enfasi barocca cui lo indurrebbe un altro elemento (l’architettura di chiese e di palazzi delle città e dei paesi del Sud), anche il linguaggio si dispone in laconiche e densissime frasi, in violazioni del dire comune, si pone in cammino verso il senso e l’origine e attraversa per intero il rischio del fallimento o del non-approdo.

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Cominciava così…

[Cominciava così, con la traduzione in tedesco, ad opera di Stefanie Golisch (Vom Haus der ausgesetzten Zeit), della prima parte del poemetto di Francesco MarottaDalla dimora del tempo sospeso. Lettera al figlio“. Ripubblichiamo il testo integrale, leggibile ora anche in “Hairesis“, Edizioni Terra d’Ulivi, 2016.]

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Per il decennale di RebStein, 10

Maurizio Manzo

La resilienza della sagoma

imperdibile a volte decapitata
la sagoma fa una densa danza
e rotola dove finisce la luce
la rivedi al mattino
quando persino il destino
sogna una propria sorte meno decisiva

se riparte da un punto
perde l’orientamento
per ogni discussione
si ritira in sé stessa
non spera in comprensione
lei, la sagoma, non sa cosa sia speranza

non rispetta le regole
formule sconosciute
rifiuta il cibo
e per questo pare ribelle
anche se ci provano
il seme non attecchisce e spesso rimbalza

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Per il decennale di RebStein, 8

Paolo Fichera

Vivant
di August Picard
(traduzione di Paolo Fichera)

*

Comme souffles blancs trempés des ténèbres
apparaissent les amants, schismes enterrés,
vampires insouciants des chaque lumière
remontent à la surface, pour petites gorgées d’air,
à mourir intacts dans leur propre sang

come respiri bianchi imbevuti di buio
appaiono gli amanti, scismi sepolti,
vampiri incuranti d’ogni luce
emergono, per un sorso d’aria,
a morire interi nel loro sangue

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Per il decennale di RebStein, 7

Annamaria Ferramosca

 

 

tu che solo-con-le-parole

entriamo nel giardino senza recinti senza cancelli
nella navata senza velarci il capo
non sovrastano altari non piedistalli
d’improvviso non hanno senso

resta la nostra marcia

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Per il decennale di RebStein, 6

Lucetta Frisa

Ballata degli annegati

Le nostre armi spezzate sul fondo marino
insieme al nome, alle navi e le mercanzie
qualcuno è venuto a prenderle per il museo.
Noi no, noi siamo solo mare ormai, acqua
azzurra, tranquilla, dopo i naufragi, traversata
dai branchi dei pesci che non guardano…
Qui nessuno ha occhi se non quelli senz’orbite
che più non sanno distinguere perdite e conquiste
ora che si è spenta per sempre
quella stranissima sete.
Il porto franco sotto l’orizzonte non è l’aldilà.
Un alto velo ondoso su di noi ci separa
da chi va eretto sulla riva e in questo letto
liquido solo alla notte entra
per lacerare al mattino i sogni e indossare
la solida maschera dei vivi.

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Per il decennale di RebStein, 3

Angela Greco

 

per il decennale de
La dimora del tempo sospeso – RebStein

Dieci anni sono tanti, ma gli affanni non si sentono, ben celati dietro la home page, lì, tra tastiera e tempo sospeso nell’accezione più ampia possibile. Da blogger a blogger conosco bene quelle sottrazioni ad altro ed altri per l’ostinazione – e trascorso un certo numero di anni e consumati i primi entusiasmi, davvero si può parlare di testardaggine all’ennesima potenza – di divulgare quanto crediamo possa aggiungere valore ad un presente malato terminale d’egoismi e protagonismi, attaccato alla flebo della celebrazione dell’individualismo. Un presente, che bracca senza sosta la gratuità e la generosità, mordendo alla gola, mettendo all’angolo tutto un meccanismo virtuoso che potrebbe davvero farci riscoprire Persone. Continua a leggere Per il decennale di RebStein, 3

Per il decennale di RebStein, 1

Marina Pizzi

Bivacchi e sodalizi il mio imbrunire
Bugiardo brevetto costumanza carbonica
Sotto i sottopassi luridi e blasfemi
Senza nemmeno un mito di racconto.
Qui resta la lumaca divelta…
Povera casa schiacciata dal passo
Senza timore passeggiare contro
Le ambivalenze del destino.
Qui è stato rotto chiunque io fossi
Sotto rotaie sanguigne e frettolose
Tradenti arrivi e partenze.
Voglio morire con la morte dolcissima
Vecchi ormai di sillabari vuoti
Grammatiche nefaste le leccornie di ieri.
Nessun funerale è ammasso alla mia morte
Solo un bidone della spazzatura
Dopo il falò. I pali delle luci debbono
Stare spenti sopra le biglie di giochi tradenti.
Menziona di me la perla nerissima
L’acclusa sbornia dell’ultima cena
Quando quaggiù fanno ancora i ragazzi.
Permettimi di volare prima sfortuna
Sfarzo di mareggiate più che potenti
I trilli di fantasmi che mi attendono.

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Il santo del mese

Un’icona rarissima e miracolosa di San Mario da Lotasso, patrono e protettore della Dimora del Tempo Sospeso. Tutti possono godere dei suoi benefici effetti: puntando il mouse sul fumo della pipa, vi sentirete avvolti da una fresca brezza che vi libererà dall’AFA per tutto il mese; cliccando sulla mano che scrive, sarete liberi per sempre dalla N.O.I.A. e dalle sue risorgenti, ecolaliche epifanie.

Che cos’è Carène / Carena

“Sto parlando di stranieri dal cuore tenace e grande
che usciti dal mare verdeggiante di annegati
scalano il pendio
nella direzione opposta al possesso”.

[Presentiamo la parte iniziale del saggio di Antonio Devicienti su “Carène” di Yves Bergeret. Il lavoro sarà pubblicato domani in “Quaderni delle Officine”. Ve ne consigliamo vivamente la lettura. gem-rebstein]

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