Archivi categoria: poesia

“Carena” di Yves Bergeret Catania, Teatro Coppola, 8-9 dicembre 2017, h 21.00

“Carena”: dal buio alla luce.
Per la fondazione di un Nuovo Linguaggio.

Su Via Lepsius una riflessione di Antonio Devicienti
su Yves Bergeret, “Carena” (e molto “altro“).

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Derrida lettore di Celan

Giuseppe Zuccarino

Il primo libro di Jacques Derrida interamente dedicato a un poeta appare nel 1986 e concerne Paul Celan. Si tratta del testo di una conferenza pronunciata due anni prima a Seattle, nel corso di un convegno internazionale. Cominciamo con l’esplicitare il titolo del volumetto, Schibboleth. Esso riprende quello di una poesia celaniana, ma il vocabolo – come il filosofo non manca di ricordare – ha origini assai più remote, che risalgono all’Antico Testamento. In un passo del libro dei Giudici, si narra ciò che avvenne dopo una battaglia vinta dai Galaaditi contro gli Efraimiti: «E Galaad bloccò i guadi del Giordano agli Efraimiti, in modo che quando qualcuno dei fuggitivi di Efraim diceva: “Fatemi passare!” gli uomini di Galaad gli chiedevano: “Sei tu di Efrata?” ed egli rispondeva: “No!”. Però quelli insistevano: “Di’ Schibboleth”; l’altro invece rispondeva “Sibboleth!” poiché non riusciva a pronunciarlo bene. Allora lo afferravano e lo sgozzavano nei guadi del Giordano, tanto che in quel giorno caddero uccisi quarantaduemila Efraimiti». Ecco come una parola in apparenza innocua (schibboleth in ebraico significa «spiga» o «torrente») può assumere risonanze sinistre, dato che la sua pronuncia scorretta, in una particolare circostanza bellica, fu sufficiente a causare una morte immediata e cruenta. Più tardi, però, nella cultura europea, il senso del vocabolo è cambiato, venendo ad assumere l’accezione più ampia e neutra di «segno di riconoscimento», «parola d’ordine». Così, per limitarci a ricordare due autori ben noti a Derrida, Hegel può scrivere che «l’odio per la legge, per il diritto legalmente determinato, è lo schibboleth con cui si rivelano il fanatismo, l’imbecillità e l’ipocrisia», oppure Freud può indicare nella distinzione tra coscienza e inconscio il «primo schibboleth della psicoanalisi».

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Suggestioni chariane

Antonio Devicienti

Inseguire il tema dell’ustione per scaldarmi e bruciarmi al magistero di chi sa additare una via alla parola; mi affido così a René Char poeta-fabbro, poeta-maniscalco, poeta dal grembiule di cuoio – ed ecco la scintilla esplosa fuori dalle braci che brucia e incenerisce quel cuoio. Siamo nelle  Vicinanze di Van Gogh, ove appunto “una scintilla ha bruciato il mio grembiule di cuoio. Che potevo farci? Cuoio e cenere” perché in Char la poesiaconoscenza si manifesta con l’esplosione del lampo e l’ustione del fuoco, perché l’approssimarsi al senso è intermittente e nell’intermittenza devasta, costringendolo a dire, chi ne viene toccato – è Orione degli Aromi cacciatori “pigmentato d’infinito e di sete terrestre” quando sceglie di abitare la terra e ha i tratti anneriti dalla sua attività di cacciatore-e-fabbro che riprofilava la punta delle sue frecce nella fucina ardente – è Orione innamorato della Stella Polare e che sa che i figli della terra appartengono al fulmine (qui Char dice éclair, lampo che illumina, che porta e apporta la luce), umani “pietra del fulmine” – umani scintille dall’origine sconosciuta e destinati a bruciare un po’ più in là del presente e cioè nel proprio futuro, umani la cui sofferenza è capace di rompere l’immane silenzio che li avvolge e sovrasta. “Come m’è venuta incontro la scrittura? Come piumaggio d’uccello sul vetro, in inverno. D’un sùbito si è levata nel focolare una rissa di tizzoni che, ancora adesso, non ha fine” (da La biblioteca è in fiamme).

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Andando per attimi

Rosario Bocchino

Appena fuori dalle vie usate
la strada ricorda un groviglio di passi lenti,
se fossero direzioni
ci si potrebbe dedicare un po’ di cammino.

Magari scambiando impronte
e non mattine scarti di qualche carreggiata,
ma il tempo è un vestito
che si arrocca nella poca grazia delle biciclette
mentre vanno.

A pochi passi da un caffè incerto
quando salutarsi
è aggiustare il cielo con un po’ di pioggia,
facendo finta di non rubare.

E finché tutto il peso
sceglie esattamente il vento di una curva,
andando per attimi da lasciare in mancia.

Più in là un ultimo nome esposto
battezza panchina ogni foglia,
ogni resa d’aria: esule ad imbrattare pose.
Come il sogno
di chi spesso si scorge nato.

(Tratto da: Il dentro che bussa
di prossima pubblicazione in
“Quaderni di RebStein”, LXIX, dicembre 2017)

L’uomo-spiga

L’uomo-spiga

Il vento fa girare la spiga in ogni direzione.
La allunga e la piega e la raddrizza.
Il vento fa girare in ogni direzione l’uomo-spiga
che ignora l’arroganza
e rinuncia a mettere le sue mani sul mondo.

Il vento trasporta il sale del mare
e il respiro di sollievo di chi migrò e non è annegato,
il vento trasporta la fame senza patria
e senza nome.

Il vento il vento,
il vento che oltrepassa senza vestimento
senza alberatura i confini del mare, il vento.

Il vento fa girare in ogni direzione la spiga. L’uomo-spiga
non lo immagina nemmeno ma prende dal seme
l’anima del grande racconto.

Una lettura di “Per diverse ragioni”

Tommaso di Dio

Ogni libro di poesia è uno scrigno. E certi scrigni – quelli che intendono nascondere i tesori più preziosi – si aprono soltanto se giriamo contemporaneamente due chiavi. Serve un doppio movimento, congiunto e contemporaneo, affinché la luce ritrovi lo spazio dove brillare. Fra le migliaia di parole possibili, ecco le due chiavi che ho trovato sepolte per entrare nel libro di Brancale.
La prima è un suo verso: «che tutto è infinito sul punto di finire». La seconda è una parola, che in questo libro torna spesso. Una parola che non è una parola, ma è un’azione, un verbo-parola, che richiama e rimanda all’origine stessa della poesia (che appunto è un fare, non una parola nel senso decrepito e tipografico moderno). La parola è respiro. Da qui, da questa duplice porta bisogna partire per entrare nel mondo della poesia di Brancale. Il respiro. Fermiamoci un momento per capire, cosa è il respiro. Esso è l’infinito mondo altrove altro da me, che mi nutre, nutre le mie cellule e mi attraversa; un infinito che però prende coscienza di sé soltanto nel respiro che finisce, che sfinisce, che bisogna sempre sfinire: non finire mai di finire. Soltanto chi finisce, chi ha il coraggio di sostare fra l’inspirazione e la espirazione, conosce il mistero dell’inizio. E questo alto insegnamento Brancale non lo dimentica.

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Postludium

“Questo poemetto vive coerentemente delle sue contraddizioni: se è ripartito in capitoli o in lasse, la cui prima riga attacca sempre con la maiuscola, sembra poi non fare troppo conto di queste peculiarità, non stabilendo collegamenti, continuità di senso fra le lasse medesime. Se trascura una conseguenza logica fra capitolo e capitolo, persegue una forma particolare di discorso, di consequenzialità affidandosi al proprio suono. Il lettore s’industria a scoprire il refe che unisce le tessere, il ponte su cui incolonnare la propria spinta di lettore. Ma perché? Perché non cedere semplicemente alla tensione fluida che passa di paragrafo in paragrafo, di pagina in pagina? Il testo non gli chiede di abdicare a qualunque logica di lettura (comprensibile), ma di accettare quella che gli presenta esso stesso in quanto testo.” (Giuliano Gramigna)

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L’inarrivabile mosaico

Scrivere un testo poetico a partire da una parola altra; prose­guire la scrittura come fonte di formazione e deformazione di un nuovo atto significante; addentrarsi nel libro primigenio e riportarne a sé la metamorfosi compiuta di una nuova sostanza. Sebbene la scrittura poetica non abbia luoghi privilegiati di na­scita, ma tutto e tutti, potenzialmente, possano realizzare – con elaborazioni, furti, svuotamenti, ricostruzioni e ogni altro para­digma selettivo – le potenzialità illimitate di questo dire, non c’è dubbio che il gesto comporti una dose di azzardo non co­mune. Se poi l’autore di riferimento è uno scrittore così forte­mente aperto e interrogante come Edmond Jabès, che, a parti­re dalla parola, attraverso la lingua, costruisce il testo arrivando al libro, come conglomerato ampio e stringente dell’impresa umana più audace, allora non si può non restare piacevolmente meravigliati. Continua a leggere L’inarrivabile mosaico

Un coro infinito di voci

Abbiamo attraversato il deserto
per sentieri di sofferenza e speranza
dalla savana al mare. Il ricordo dei fratelli
che affidavamo ogni giorno
all’abbraccio materno delle sabbie
batteva il ritmo inarrestabile
dei nostri passi, ci indicava il cammino da seguire.
Ci insegnava a custodire la libertà
più grande, il dono estremo
di chi, morendo, depone nella terra
delle tue mani il suo frammento di sogno
affinché tu possa farlo fiorire
alla luce di occhi futuri. E allora quel mare
che non conoscevamo
non aveva più segreti per noi.
L’orizzonte lontano parlava la sua lingua
millenaria, era un’arca immensa
sospinta da un coro infinito di voci
mai udite, illuminava la vastità del cielo
col bagliore del primo seme dischiuso
nella stagione feconda delle piogge.

Voi intanto ignari, gioiosi convitati
a una festa oscura, veleggiate al richiamo
di un dio senza occhi che vi guida
verso i sepolcri d’occidente, alle dimore
sbarrate dove la vita che vive
soltanto nel respiro della parola che unisce
subisce l’ingiuria del silenzio, è un fiore
privo di radici partorito da una terra
ormai senza più linfa, senza più domani.

(Tratto da qui…)

Brucia la cenere

Luca Cristiano

brucia gli avanzi e le decorazioni
disponiti all’oblio
brucia tutto quello che indossavi
tagliati le unghie
brucia anche quelle
magari anche la punta delle dita
e quando avrai finito di bruciare
tutto
brucia la cenere
le ciglia con cui hai guardato la fiamma
la terra che hai annerito
non è detto che funzioni
ma questo puoi fare
e nient’altro
perché la prossima volta
non ti sembri
di esserci
già
stato.

Luca Cristiano, Brucia la cenere
Prefazione di Marie Fabre
Postfazione di Carlotta Vacchelli
Prospero Editore, 2017

Edifici pericolanti

Madre

Non è corretto
e non è poesia
raccogliere un dolore
per scrivere parole

se te ne stai piegata in due dentro la stanza
al primo piano della casa abbandonata
mentre urli, verso il cane muto
che scappa, e cade per le scale, e si nasconde:
senza dimensioni, al buio ascolta
il latrare del tuo male
che sfonda il tetto.

Massimiliano Damaggio, Edifici pericolanti
Postfazione di Fabio Franzin
Nota di lettura di Nino Iacovella
Milano, DotCom.Press, 2017

Fragmenta, 3

La pietra conserva il sonno dei morti.

C’è sempre una crepa

invisibile

nella dimora oscura dei suoi cristalli.

Lì cresce il sole
la lenta consunzione del cielo.

L’onda di luce che cumula buio a buio.

*

Parliamo

perché qualcuno colga nel suono delle parole
la semina d’ombre che l’aria

smossa

ammassa nel nostro sguardo.

*

Anche l’albero ricorda.

Quando costruisce reti di foglie
e impiglia il vento

per strappargli il colore della sete

che lo attende.

*

La parola è il respiro della terra

nella carne.