Archivi categoria: poesia

Chant de l’encrier-plumier

Yves Bergeret

Questo è il canto del calamaio-portapenne da viaggio che Linette Guéron El Houssine mi mostra (di lei si legga “Violino-nascita”). Un pregevole oggetto in cuoio, venti centimetri di lunghezza, antico, almeno del XIX secolo. Un tempo nella sua famiglia ebrea, a Karaağaç, un sobborgo di Adrianopoli, alla frontiera tra la Turchia, la Bulgaria e la Grecia, lo si tramandava di generazione in generazione; Linette pensa che provenga invece dal ramo materno della sua famiglia, espulsa dalla Spagna alla fine del XV secolo, che si chiamava Cordova.

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Même étant arrivés nous sommes toujours loin

Dire tutto alle case
Interno poesia, 2021
Traduzione e cura di Mia Lecomte


Nel giugno scorso è uscito, edito da Interno Poesia, “Dire tutto alle case”, raccolta antologica dell’alto mestiere poetico di Thierry Metz. Traduzione e cura di Mia Lecomte, di cui qui pubblico la bella prefazione al volume e le traduzioni di 11 poesie di Metz.


In 76 clochards célestes ou presque (1) Thomas Vinau assembla una galleria di mini-ritratti di scrittori, poeti, artisti, musicisti décalés – Charles Bukowski, Billy Holiday, Blaise Cendrars, Albert Cossery, Nicolas Bouvier, Francis Bacon… – esistenze “estranee” e marginali, spesso di malattia e sofferenza, dotati del potere taumaturgico di guarire il mondo con i loro distillati di bellezza. Avventurieri “del minuscolo” (2), “feriti fedeli alle proprie ferite” (3), “inconsolati che consolano” (4) della cui famiglia fa parte anche Thierry Metz: “La sofferenza ha escluso Thierry Metz dalla vita. Non era uno debole. Prima di tutto era poeta. No, manovale. No, poeta. No, manovale. Prima di tutto era poeta e manovale. Scriveva con il piccone. Una volta evaporato il sudore, l’inchiostro diceva la pietra. E la mano. E il respiro. L’inchiostro diceva il niente. La bottiglia e la fatica. Il tempo che scava i lombi. Il collega. Il capo. Il muro. In altre parole, l’inchiostro diceva il tutto. Tutto di una vita piena. Il suo piccolo cielo. L’acqua e il cemento. Ad altezza d’uomo. E poi la tragedia ha fatto il suo lavoro. Una tragedia famigliare, come si suole dire. La peggiore”. (5)

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Declinazioni 1 / Antonio Bux

Declinazioni è una rubrica libera e aperta a chiunque senta la necessità, la voglia o la curiosità di andare a spiare, stanare e donare gli angoli nascosti della propria scrittura


L’ipnosimetro. Esegesi di una esalogia
di Antonio Bux


Colgo l’invito di Massimiliano Damaggio per raccontare qui la genesi di una mia personale esalogia poetica, originariamente intitolata “L’ipnosimetro” per la sua vocazione all’asfissisa meta-letteraria generante una chiara ossessione ipnotica, tanto nello scrivente quanto nell’ipotetico lettore. In origine si trattava di un’unica opera gigante, ma a livello editoriale difficilmente collocabile, data la mole di oltre cinquecentocinquanta pagine. Ed è così che ho deciso di dividere le sei parti del libro in altrettanti volumi a sé stanti. Cercherò di parlare brevemente di ognuno portando come esempio un singolo testo che fungerà da “spiegazione” circa la mia poetica e il mio procedere creativo.

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L’attesa tra le macerie. Sui libri di Glauco Piccione e Isabella Bignozzi

    di    Lorenzo Mari

Navigando nel sito di Transeuropa Edizioni, ci si accorge rapidamente del fatto che “Nuova poetica 3.0” è una collana di poesia che ormai ha tanti anni di esperienza alle spalle, avendo acquisito, di conseguenza, dimensioni oceaniche. Da questo, potrebbe scaturire l’impressione che una tale prolificità confermi e al tempo stesso tradisca la caratterizzazione scelta, ossia che si inglobi la nebulosità tipica dell’esperimento 3.0, ma all’interno di una materia necessariamente esondante, magari non sempre all’altezza della “novità” che si intende promuovere. Continua a leggere L’attesa tra le macerie. Sui libri di Glauco Piccione e Isabella Bignozzi

Jimmy Santiago Baca (USA,1952)

When life

Is cut close, blades and bones,
And the stench of sewers is everywhere,
Blood-sloshed floors,
And guards count the dead
With the blink of an eyelid, then hurry home
To supper and love, what saves us
From going mad is to carry a vacant stare
And a quiet half-dead dream.

*

Quando la vita

si fa stretta, lama e ossa,
puzza di fogna dappertutto,
sangue per terra,
e i guardiani contano i morti
con un battito di ciglia, allora corri a casa
al cibo e all’amore, ciò che ci salva
dall’impazzire è quello spazio vuoto lasciato per uno sguardo
e un sogno silenzioso appena vivo.

Traduzione di Stefanie Golisch
Il quadro è di Aubrey Levinthal

Il faut être absolument voyant

Elisabetta Brizio

Tra il 1870 e il 1878 si consumò, per mano di Rimbaud, in quella sua mente giovane e ardente, corrotta e oscuramente virginea, una avventura creativa destinata – per quanto enfatizzata, deformata o strumentalizzata dalle rifrangenze della leggenda e del mito – a improntare e a pervadere di sé tanta parte della modernità poetica. Forse, solo come la vicenda per molti versi analoga di Campana, anch’egli insofferente bohémien, inquieto «uomo dalle suole di vento», «visivo e veggente» (Bigongiari diceva) nelle trasmutazioni verbali dei suoi vagabondaggi. Fu del resto proprio Rimbaud a proclamare che «il faut être absolument moderne», che ci si debba misurare senza schermi e senza infingimenti con la complessità inesauribile, scontornante e incoerente, dei segni della contemporaneità, con l’eclissi del mito e con la sua paradossale ma fatale e necessaria rivisitazione e trasfigurazione in nuove vesti e in nuove chiavi, malgrado ciò possa procurare «souffrances énormes». Talora si tende a vedere Rimbaud il maudit per eccellenza, il poeta ribelle e senza regole («Je ne me sentis plus guidé par les haleurs», Le bateau ivre), quando il suo dérèglement de tous les sens sarà sí pervasivo, ma insieme raisonné, sottoposto a un programma e a un dettame di arte. […]

Tratto da: Elisabetta Brizio, IL FAUT ÊTRE ABSOLUMENT VOYANT
(RIMBAUD TRA INFANZIA SAPIENTE E SOPHISMES DE LA FOLIE),
in “Quaderni delle Officine”, CXII, novembre 2021.

Il mio primo corpo

“Il cielo è la mia pelle più estesa; il soffio del vento è l’annuncio della parola che mi accingo a dire, che sto per ascoltare. La terra s’inarca e si rigira su se stessa come in un sonno agitato; il suo spessore genera la mia corporatura e il mio scheletro, le mie ossa sono le dure rocce e le creste. Attraverso le mie vene l’acqua corre dal cielo alla terra e dalla cavità della roccia alle nuvole del cielo. Il cielo e la terra sono il mio primo corpo.”

NEL DESERTO DEL MALI

Carlo Bordini, Σκόνη

questa traduzione di Polvere fu da me pubblicata nel 2012 sul blog greco Poiein. è l’unica cosa di Carlo in lingua greca. contiene degli errori. avrei dovuto rivederla. Carlo era un maniaco perfezionista delle virgole. (il suo essere a volte “imperfetto” e “sconnesso”, come diceva, in fondo era voluto.) ho deciso di non farlo perché quell’attimo imperfetto, che è l’unica cosa che rende vivibile l’esistenza, rimanga, perduri. come atto d’amore, appunto imperfetto. ma, almeno, tentato


Quaderni di traduzioni LXIX

Carlo Bordini
Massimiliano Damaggio
Σκόνη / Polvere


Arnaut Tripodo

Antonio, nel bellissimo SCRITTO 67, mi ha di poco preceduto in un del tutto accidentale intento di pubblicare una traduzione di Tripodo, e in qualche modo di parlare della traduzione

per me, credo sia proprio adatta la parola che inventai molti anni fa a proposito di chi trasporta parole da una lingua all’altra: tradittore

intendiamoci: non nel senso di “mettere in bocca” all’autore sensi e significati che non intendeva. nel senso di “mettere nella penna” una chiave per l’altra lingua. intatti sensi e significati, mutati, spesso, i suoni e le forme

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La perdita e il perdono di Roberto R. Corsi


Roberto R. Corsi
La perdita e il perdono
Edizioni Pietre Vive, 2020


Jeux de vagues

Accetta un consiglio: vai in spiaggia
fuori stagione, un pomeriggio di mare mosso.
Avrai in mente, mentre giungi, il classico distendersi
dell’onda, come lingua; il suo morire,
quel placato lasciarsi assorbire
dalla battigia.

E’ questo il diagramma della vita, per i più.
Ma, se farai attenzione, ti sorprenderai
a fissare altre onde, affluenti,
deboli per scavare un canale di risacca
e trovar pace; ugualmente chiamate
all’indietro, a scontrarsi a sfilare di lato
alla normalità delle novelle che accorrono.

Un gioco, solo un grumo di attimi,
zampilli e schianti.
L’esistenza: l’offesa.
Al mondo, distratto come te poco fa, resterà
il passo trionfante delle frangenti; nulla
del vano bramare agnizione, eufonia
con ciò che, onnipotente in giovinezza,

                                                                              già mi scavalca.

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Il mio primo incontro con Carlo

Quando ho conosciuto Carlo, a Roma faceva freddo. Ricordo che presi una stanza non ricordo dove. Lontana però dalla casa di Carlo.

La casa di Carlo aveva un odore di cose cui non si richiede un odore specifico. Nel senso che ci sono mobili e mobili. Alcuni non hanno odore. Sembra quasi che assolvano le loro funzioni basilari e poi scompaiano, o si rifugino da qualche parte, fuori della scena, pronti a ricomparire quando ci dobbiamo sedere per mangiare o dobbiamo andare a dormire.

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Robert Lax, “So bird, so spirit…”


Qualche tempo fa su “Vengo dal mare” è stato pubblicato uno fra i più sentiti, vissuti, partecipati omaggi a un poeta, Robert Lax nella fattispecie. Le poche parole, giustamente essenziali, che accompagnano le poesie rivelano lo stupore che questa eccezionale lettrice, Marina, ha saputo concentrare nella parola “vastità”. La ringrazio per “come” ha letto, come ha “raccolto” e come, infine, ha “donato”. E’ da pochi. C’è bisogno di chi sa leggere, oltre di chi sgomita per farsi leggere.

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the
earth

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in
all

its
seasons

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