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Scritto 12

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Yves Bergeret impiega l’espressione “poème calligraphié” per indicare le sue opere manoscritte e dipinte su carta; non ci si faccia trarre in inganno dall’assonanza con l’eventuale vocabolo italiano “calligrafato” o simili: Yves stesso spiega di voler associare in un unico risultato (artistico e concettuale, storico e antropologico, aggiungo da parte mia) la scrittura in alfabeto latino e il gesto pittorico, ritmico, fluido e dinamico: è l’indicazione di una precisa postura etica e storica che vuole indicare una strada radicalmente altra rispetto alle compiaciute masturbazioni cui si abbandona la grande massa di scribacchini attualmente in attività. Scrivere è il gesto della mente che, immersa in un preciso contesto e di questo totalmente consapevole, si compie sotto forma di parola-segno e di parola-movimento.
Francesco Marotta traduce puntualmente Bergeret con una dedizione commovente e con una bravura e un coinvolgimento tali, per cui si ode chiara e originale la voce del poeta campano, se ne individuano con sicurezza le scelte stilistiche ed etiche (stile ed etica, nelle scritture che obbediscono a un progetto ben determinato e a una chiara consapevolezza artistica storica e politica, coincidono perfettamente). L’universo di Koyo, fattoci conoscere dal poeta francese, rappresenta quello che l’Occidente ha perduto (ma non in maniera del tutto irreparabile) e il tempo sospeso è quello della lettura e della scrittura, del gesto libertario della mente quando pensa e della mano quando disegna e scrive, tutto dimorando dentro non illuse e non vagheggianti (calli)grafie, ma invece agoniche e coscienti della violenza e del sopruso contro cui devono muoversi.

Scritto 8

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Nella bellissima casa di Yves Bergeret a Die è presente, a tutta parete, un’Opera eseguita da uno dei giovani pittori-poseurs de signes di Koyo qualche anno addietro; ho avuto l’onore e il piacere di sentire Yves stesso leggermi quell’Opera scritta non in forme alfabetiche, ma in figure che vanno, appunto e appropriatamente, lette seguendo un filo preciso che risulta essere una concatenazione perfetta di fatti e di simboli (e di memoria).

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Scritto 2

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Ma il gesto dello scrivere s’inoltra (s’inoltri) in direzione della parola.
Ch’essa sia chiara e antifascista, mi ricorda il carissimo Yves Bergeret.
Mi scrive che spesso la mercificazione di ogni aspetto dell’esistere svaluta e indebolisce la parola, vale a dire la persona. Aggiunge che continua a leggere testi di altissimo valore etico e intellettuale e che, tuttavia, ogni cosa, intorno, sembra disfarsi in un calderone nauseante e feudale.
Dalla Dimora del tempo sospeso nulla che riguardi la parola rimane intentato nel suo volere e dover essere avversione dichiarata al ritornante fascismo, al violento oscurantismo.

ho solo parole per dirti che nel cavo degli occhi
portavo scritta l’attesa del tuo nome
il profumo del tuo volto che vampa come una vela
pronta per salpare –
naufrago sulla tua lingua
abbagliato dai soli che fiorisci in pieno inverno (Francesco Marotta, da Hairesis).

Breve saggio sui solchi e sulle tracce (per un omaggio a Raoul Ubac)

Approdo all’arte di Raoul Ubac grazie a Yves Bergeret il quale, avendomi parlato più di una volta con ammirato affetto di André Frénaud, mi ha messo sulle tracce dei libri e della vicenda umana e artistica di quest’ultimo: è così che scopro il forte legame di Frénaud con Ubac e, di conseguenza, l’opera di Raoul Ubac stesso.
Solchi: da Yves a Frénaud a Ubac.
Solchi: nelle incisioni, nelle litografie, nelle sculture che Ubac realizza.
Solchi, appunto: linee parallele, tracciate secondo musicali variazioni, andanze del pensiero, emersione allo sguardo delle direzioni che la materia lavorata assume se il pensiero interviene e crea.

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Omaggio a Lorand Gaspar

Nei giorni scorsi è venuto a mancare, a Parigi, il grande poeta francofono Lorand Gaspar. Silenzio assoluto sulla stampaglia e la bloggaglia italiote, tutte intente a celebrare i loro eroi da avanspettacolo delle lettere, da sagra paesana del nulla in versi.
Ho chiesto a Yves Bergeret, che tra l’altro lo ha conosciuto e frequentato personalmente, di tracciarne il profilo per i lettori della Dimora. Il ritratto che ne emerge è quello di un uomo e di un poeta resistente, trasparente, umanissimo cantore della vita degli ultimi e dei senza storia. (fm)

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Samori Touré (2)

Romain Poncet

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Quanti anni ha vissuto Samori? Cosa dicono le foto del guerriero. Senza dubbio, sul grigio e bianco del Journal des Voyages, le rughe sottolineano il suo sguardo smarrito. E’ seduto per terra, dritto, con un volto enigmatico, sostenuto da un sorriso imbarazzato o penetrante – chi può dirlo?
Il pubblico applaude: che nemico! Che prestanza! La Francia trova il tempo di inorgoglirsi dopo diciotto anni di massacri: la vittoria permette di passare dall’esecrazione a uno stato d’animo più magnanimo.

Quest’uomo unico, quest’imperatore irrigidito nel suo abbattimento, poteva essere alla fine la persona alla quale la Repubblica una e indivisibile stava dando la caccia dappertutto in Africa occidentale: il frammento mancante nello specchio della sua potenza.

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Samori Touré (1)

[…] In questo periodo di imponenti migrazioni, contro le quali si levano i razzismi e i populismi europei più brutali, è necessario ripetere con Carena, dopo Carena, che i migranti del Sahel portano in sé e nella loro stessa parola, oltre a un’antropologia particolarmente ricca, un corpus popolare di personaggi reali che hanno spinto a ripensare profondamente il mondo e le relazioni tra le sue terre del sud e quelle del nord. Thomas Sankara, Kwamé N’Krumah, Franz Fanon, Patrice Lumumba, per esempio. Samori Touré è tra costoro, intorno al 1900. La loro forza simbolica, politica e popolare è ancora oggi, per una gran parte della gioventù africana, un elemento fondamentale della lingua-spazio di quei luoghi.

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Nell’esilio / Breve saggio sul “Tratto che nomina” di Yves Bergeret

Quasi un anno fa avevo spiegato il perché desiderassi intitolare questa specie di rubrica dalla cadenza irregolarissima “Nell’esilio” e vi pubblico oggi un “breve saggio” dedicato al Tratto che nomina / Le Trait qui nomme perché un’opera come questa perfettamente si costituisce quale punto di riferimento per la riflessione e l’acquisizione di ulteriore coscienza dentro una sensazione permanente di esilio dalla polis cui accennavo.
Sono la premessa di Francesco Marotta e lo straordinario saggio di Romain Poncet a fare senza dubbio alcuno scuola per me, ma provo a dipanare qualche mia riflessione in merito alla questione.

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Quaderni delle Officine (LXXXVII)

Quaderni delle Officine
LXXXVII. Agosto 2019

quaderno part_ b_n

Romain Poncet

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Pratica della poesia
(Su “Il tratto che nomina” di Yves Bergeret)

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