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L’opera-mondo di Yves Bergeret

“E’ un’opera che non ha eguali nel panorama della letteratura europea, non solo odierna, che abbatte generi e strutture retorico-stilistiche codificate, che mette in discussione, e supera, finanche le coordinate rassicuranti e razionalizzanti della stessa lingua in cui è scritta, proponendo un “corpo-segnico-vivente” che è, contemporaneamente, poesia, arte, creazione, prosa, racconto, pensiero, antropologia poetica, riflessione etnologica, senza mai risolversi in nessuna di queste categorie.” (fm)

Il libro può essere ordinato direttamente sul sito di Algra Editore.

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Benvenuto, straniero!

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Il tratto che nomina

Nei luoghi che videro spuntare la prima alba dell’uomo, le radici di una futura “civiltà della parola”: un mondo senza barriere, di legami fraterni, di uomini liberi dalle logiche dell’asservimento e del dominio, dal feticismo della merce e del possesso.

(Yves Bergeret, Il tratto che nomina,
di imminente pubblicazione presso Edizioni Algra di Alfio Grasso)

Visioni d’Europa: “Mouvements de terrain – Artaud avec Warburg” di Sylvain Tanquerel

mnemosyneMi raggiunge, grazie all’amichevole, sempre troppo generoso adoprarsi di Yves Bergeret, un libriccino stampato in proprio e rilegato in pochissime, preziose ed eleganti copie, dall’autore stesso: Mouvements de terrain – sottotitolo: Artaud avec Warburg – di Sylvain Tanquerel, autore e studioso, mi spiega Yves, di grande valore e uomo estremamente schivo.
Ne scrivo qui perché l’opera, breve e densa, merita d’essere conosciuta e appropriatamente entra a far parte di una biblioteca ideale che cerca di sottoporre a critica l’idea di una cultura eurocentrica e suprematista, mentre l’Europa dovrebbe avere la serietà etica di confrontarsi con il suo lungo passato colonialista e razzista.

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La natura del reale

Per gli abitanti di Koyo, il loro spazio è un organismo complesso sempre in funzione. In effetti il reale appartiene interamente alla parola. I pittori lo hanno spessissimo rappresentato con i loro segni. La pietra è della parola fossilizzata, mineralizzata e le rocce dalle forme più armoniose sono delle parole efficientissime. L’acqua è la parola in movimento e la forza fecondatrice che permette al reale di moltiplicarsi. Il cielo è l’embrione della parola, la nuvola è la promessa della parola e la pioggia il suo generoso rilascio, come un neonato che esce dal ventre di sua madre. La terra coltivabile (iso) rarissima sulla montagna di arenaria, prodotta dall’erosione o dalla frantumazione a mani nude, è della parola in attesa, il seme è una parola in progressiva fecondazione. La parola umana è l’atto di nominazione più fecondo del reale, la mano del contadino segue la parola.
Una nozione fondamentale di questo pensiero del reale come parola in atto è quella di bira: il lavoro, che va inteso nel significato di gestazione responsabile della parola. Quando il bira è efficace, nasce il sorriso, il raccolto arriva e il reale mostra il suo kenda nisi, il suo “cuore buono”, che è la coscienza armoniosa del compimento. La massima realizzazione della parola, il suo dispiegamento più nutritivo, il più degno, il più equilibrato, nella montagna e nella comunità, si chiama wurou, impropriamente tradotto con la parola “oro”. La parola è, in questo modo, sempre responsabile e fondatrice; non può né adulare né mentire. […]

(Yves Bergeret
Il tratto che nomina
di prossima pubblicazione presso
Algra Editore, Catania)

Infanzie

Yves Bergeret

Lei sente i suoi figli giocare nella sabbia del giardino,
i granelli cadono, la sabbia canta,
ogni granello è una collina del Caucaso,
ogni granello una montagna della sua infanzia,
un granello un ghiacciaio nero,
un granello un artiglio di tigre,
un granello una pagina di epopea,
lei ascolta i suoi figli ricucire la sua infanzia,
li ascolta liberare granello dopo granello
l’altro piede dell’arcobaleno
che aveva creato cominciando il suo viaggio.

(da qui)

La parola della pioggia

“Tu vuoi l’acqua. Hai gridato per la sete. Hai sognato il mare dolce e immenso di cui neppure conosci la forma e il sale. Supplichi per l’intero arco delle tue giornate. Passi le notti a frenare la lingua che si secca a furia di cantare le tue richieste sabbiose. Stai a cavallo sulla groppa del sogno convinto di guidarlo verso di me. Io amo che tu mi cerchi. Non amo che tu mi voglia. Anche vicino a te, vivo di distacchi. Ti disseto ma non vedrai mai il mio volto. Non mostro che le mie dita, anzi, mai tutte quante, le stringo e un mattino le punto verso di te quando ho deciso di amarti. Dico e rifiuto. Penetro, attraverso e ti lascio stremato al suolo che ho intriso più del tuo corpo. Ti ho nutrito. Ti nutro stamani di nuovo. Cresci con le mie nuove frasi, tu che le senti come delle grida e ti sforzi di trattenerne i frammenti e le fibre sottili che confondi con ciò che ti ha graffiato le gambe: era il vento della polvere, mio figlio, che corre giocando proprio davanti a me”.

( Yves Bergeret
Il tratto che nomina
di prossima pubblicazione presso
Algra Editore, Catania)