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“Carena” di Yves Bergeret Catania, Teatro Coppola, 8-9 dicembre 2017, h 21.00

“Carena”: dal buio alla luce.
Per la fondazione di un Nuovo Linguaggio.

Su Via Lepsius una riflessione di Antonio Devicienti
su Yves Bergeret, “Carena” (e molto “altro“).

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L’uomo-spiga

L’uomo-spiga

Il vento fa girare la spiga in ogni direzione.
La allunga e la piega e la raddrizza.
Il vento fa girare in ogni direzione l’uomo-spiga
che ignora l’arroganza
e rinuncia a mettere le sue mani sul mondo.

Il vento trasporta il sale del mare
e il respiro di sollievo di chi migrò e non è annegato,
il vento trasporta la fame senza patria
e senza nome.

Il vento il vento,
il vento che oltrepassa senza vestimento
senza alberatura i confini del mare, il vento.

Il vento fa girare in ogni direzione la spiga. L’uomo-spiga
non lo immagina nemmeno ma prende dal seme
l’anima del grande racconto.

Sperare è camminare

Mosaici
(Murano, Chiesa di Santa Maria e San Donato)

Mille anni fa i mosaicisti hanno creato con tasselli
grandi e solidi un’enorme scacchiera.
Vi si può leggere qua e là un racconto biblico.
Vi si ammira un tripudio di pianeti, astri, carte da gioco,
specchi oscuri, il cielo sfavillante, l’intensa polifonia
delle stelle e delle pietre, dei quadrati e dei cerchi:
nasce dalle loro mani il mondo astratto-concreto
che assemblano a terra sul mobile suolo fangoso.
I mosaicisti hanno avuto ragione a farci calpestare
l’immagine del mondo. Dicono: «Sperare è camminare».
Calpestare, far risalire dai talloni, su per le gambe
la lunga storia dei morti,
la linfa che fa di ogni pietra il colore
di una sillaba del nostro interminabile racconto.

(Tratto da: Sol sauvage, poème IV,
in Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta.)

Sopra mucchi di giunchi e di fango

Battesimo di Cristo
(Chiesa di San Pietro martire, Murano)

Sopra mucchi di giunchi e di fango
Tintoretto ha issato una tela alta cinque metri.
Ha dipinto la penombra dappertutto
tranne un triplice debole chiarore,
in alto dietro l’oscuro dio padre,
al centro dietro la colomba,
in basso dietro il robusto corpo nudo del dio figlio.
Dal cielo Tintoretto fa discendere dei panni
stinti per ricoprire la sua bianca pelle.
Giovanni il battista è più cupo di una carena rovesciata.
Il dio in forma di figlio da sacrificare
per modellare la persona umana
non è altro che la linea scura
delle sue spalle, delle sue anche, del suo corpo pesante,
il tratto che lo designa in controluce, per contrasto.
Dietro di lui, Tintoretto dipinge l’acqua fangosa,
dei giunchi neri, l’argilla che non parla.

(Tratto da: Sol sauvage, poème III,
in Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta.)

René Char in Cina

[L’anno prossimo sarà pubblicato in Cina Fureur et Mystère di René Char tradotto da Zhang Bo in collaborazione con Yves Bergeret. Ecco la Prefazione che Yves Bergeret ha scritto per questa importante edizione.]

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L’ospite

Oggi pomeriggio a Mestre, presso il Centro Culturale Candiani che ospita la seconda edizione di Congiunzioni – Festival di poesia, scrittura e videoarte, ci sarà anche lui, Soumaïla Goco, l’intagliatore di pietre dei destini, il griot maliano “ucciso, che non muore mai“. Se siete da quelle parti, andate ad ascoltarlo, parlerà con la voce e le parole di Yves Bergeret. In caso contrario, ovunque voi vi troviate, ponetevi in ascolto del vento – al quale un giorno fece dono delle sue corde vocali.

Parfois le vent se libère et remonte à toute allure
le temps, l’histoire, le fil du récit.
Parfois le vent fait tourner plus vite le jour et la nuit
et même la terre et le cycle perpétuel des images,
des mélodies et des mythes.
Parfois le vent. Parfois.
Lui se tient face au vent jambes écartées,
il donne ses cordes vocales au vent.

La force de migrer prend forme alors.

Quaderni di traduzioni (XXXIIII)

Quaderni di Traduzioni
XXXIII. Ottobre 2017

Yves Bergeret

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Poèmes et proses de Naples (2017)
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Per il decennale di RebStein, 21

Yves Bergeret

Poèmes
(écrits à Catane en août 2017)

1
Des vieux immeubles délabrés tout alentour de la place
ils sortent tôt le matin
pour aérer et laver les rides de l’île
et ce qu’en son ventre elle pardonne à demi.
Ils sont vieux, ils ont le cal de la bêche
dans l’âme, crient par-dessus les fruits des étals,
haussent les épaules
et retombent sur les chaises de plastique rouge
où le barman étranger leur apporte à boire.

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