Archivi categoria: scritture

Ogni giorno è oggi (I)

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Per versi polimorfi / Il Belzebù bambino di Davide Cortese

 

di Lorenzo Mari

Una poesia che procede per versi polimorfi accenna, per la verità fugacemente, alla mimesi della celebre definizione freudiana di una specifica fase dell’infanzia nello sviluppo psicosociale dell’individuo, per poi darne una rappresentazione che oscilla tra la burla e il grottesco; in questo modo, inoltre, si evita di ricadere nella più banale reiterazione – sempre più destituita, ormai, delle sue motivazioni originali – del fanciullino di pascoliana memoria. L’infanzia (che viene in questo modo, e per paradosso, ad esser considerata assai seriamente) si rivela così essere un repertorio altro, non di rado straniante, al quale sembra avere attinto Davide Cortese per il suo libro più recente, Zebù bambino (Terra d’Ulivi, 2021). Continua a leggere Per versi polimorfi / Il Belzebù bambino di Davide Cortese

La presenza di Orione nell’opera di Char (2)

E ora se tu avessi il potere di dire l’erba aromatica del tuo mondo profondo, ricorderesti l’artemisia. L’appello al segno vale la sfida. Ti distenderesti sulla tua pagina, ai bordi di un ruscello, come l’ambra grigia sulle alghe arenate; poi, a notte alta, ti allontaneresti dagli abitanti insoddisfatti, per un oblio che serve da stella. Non sentiresti più gemere le tue scarpe sfondate.

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Poesia come trasgressione

Pietro Civitareale

     Diciamo subito che la ricerca poetica di Giannino di Lieto (da Poesie, 1969, a Indecifrabile perché, 1970; da Punto di inquieto arancione, 1972, a Nascita della serra, 1975; da Racconto delle figurine & Croce di Cambio, 1980, a L’abbonato impassibile / Racconto della Costa di Amalfi, 1983, fino a Le cose che sono, 2000) si è sviluppata in una direzione eccentrica rispetto alle linee del Novecentismo italiano. Convinto che il tratto distintivo di un popolo sia la lingua, Giannino di Lieto (1930-2006) ha operato proprio su di essa, conferendole un’impronta personalissima che non possiede né paternità né paternalismi, ma nasce e matura in se stessa; e lo fa in senso antagonistico nei confronti di ogni potere in grado di fagocitarla e ridurla all’impotenza. La sua poesia perciò si offre come una implicita forma di trasgressione, ma anche come un atto di resistenza e al limite di rivolta, nel senso che tende a opporsi, più o meno consapevolmente, alle ragioni della forza o all’usura dei suoi strumenti linguistici ed espressivi attraverso un ribaltamento dei significati usuali delle parole.

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La presenza di Orione nell’opera di Char (1)

«Salendo sulla collina che si vede in lontananza, proprio sullo sfondo del quadro, e già toccata dai raggi del sole nascente, il sentiero che Orione sta seguendo riaffiora come una linea sottile, chiara e tortuosa. Sembra, però, che il gigante non debba mai giungere fin là, poiché man mano che il sole si alza nel cielo le stelle impallidiscono, svaniscono, e la gigantesca sagoma immobile dai grandi passi si affievolisce poco a poco, scomparendo nel cielo pallido […]»

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Edmond Jabès – I due libri

Edmond Jabès

I due libri, seguito da
Aquila e civetta

I due libri

I

… pensare che l’ultima ora non è necessariamente l’ultima ma, forse, quella dell’ultima parola.

Il rigetto della lingua – oh deserto. Il rifiuto di parlare, di scrivere – oh fallimento del libro.

Strappare la pagina bianca per non essere più preda del suo biancore.

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Conversazione a Roca Vecchia (da “Iuncturae”)

È un buon luogo, questo, per ritrovarsi a conversare: il mare invernale, lasciato finalmente solo, si dà in tutta la sua austera significanza ed è parca, commovente la sua bellezza priva dei facili trionfi dell’estate.

«Ho sempre amato questi luoghi del passaggio, questi approdi momentanei da cui ripartire».

Accosta il pollice, l’indice e il medio (tra i quali è accesa una sigaretta) alla tempia destra e con l’anulare dell’altra mano percorre più volte l’orlo del bicchiere.

«Sì, capisco e qui il passaggio tra una sponda e l’altra è stretto, i nomi si richiamano tra una riva e l’altra e pure gli dèi (e i demoni) non sono stranieri gli uni agli altri».

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Derrida legge Baudelaire

Ho l’onore e il piacere di proporre un nuovo saggio di Giuseppe Zuccarino. Lo studioso indaga i sempre stimolanti e originali contributi di Jacques Derrida questa volta relativi a Charles Baudelaire; Zuccarino continua così le proprie ricerche intorno alla luminosa e feconda presenza del pensiero francese del XX Secolo. [A. D.]

I paradossi del dono e della confessione in Baudelaire.

     All’origine del primo volume di Donner le temps di Jacques Derrida, c’è un seminario tenuto all’École normale supérieure di Parigi nel 1977-78. In seguito, una parte delle sedute del seminario è stata trasformata in una serie di conferenze esposte all’Università di Chicago nel 1991: sono queste a costituire la base del libro. Alla problematica del dono il filosofo aveva già accennato in vari volumi anteriori, ma in questo caso essa assume un ruolo centrale.     

Che l’idea di dono sia sempre inscindibile da una qualche forma di paradosso viene suggerito da Derrida fin dall’inizio. Egli infatti esordisce commentando una frase di Madame de Maintenon, sposa morganatica di Luigi XIV, che in una lettera a un’amica scriveva: «Il re prende tutto il mio tempo; io dono il resto a Saint-Cyr, a cui vorrei donarlo tutto». Ricordiamo per inciso che il verbo donner, oltre che con «donare», si può rendere in italiano in altri modi, come ad esempio «dare» o «concedere». Quanto a SaintCyr, è il nome di un’istituzione voluta dalla stessa Madame de Maintenon e destinata all’«educazione delle fanciulle povere e di buona famiglia. La sua fondatrice vi si ritirò e poté senza dubbio dedicarle tutto il suo tempo, secondo l’auspicio da lei dichiarato, alla morte del re, nel 1715». Benché la frase epistolare sia facilmente comprensibile, resta però bizzarra, e in apparenza illogica nel modo in cui è formulata: infatti, se tutto il tempo della dama di corte viene preso e occupato dal re, come può lei riservarsene un resto per donarlo a Saint-Cyr? Inoltre, a rigore, non il tempo in quanto tale può appartenere a qualcuno, ma soltanto ed eventualmente la scelta sul modo di impiegarlo. […]

Leggi il saggio completo di Giuseppe Zuccarino in
“Quaderni delle Officine”, CXXII, dicembre 2022.

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Opus tessellatum / 2 (da “Iuncturae”)

LA REGINA DI SABA (Parla il  Re Salomone che, nel mosaico otrantino, le siede di fronte, ma in un altro medaglione)

«Signora del viaggio, mente che avida contempla la mia città, ti sono grato del dono che porgi a me pur non-sapiente – ma sapienza (sappilo) è cercare sapienza. Il tuo viaggio t’ha edotta, tu già sul sentiero per la sapienza nel momento in cui decidesti e apparecchiasti la partenza.

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La lavanderia (di Rocco Brindisi)

Scendo in lavanderia con un bustone di panni. Mi porto le “Lettere di Don Milani” per ingannare l’attesa e perché questo libro è una delle letture più avvincenti di questi ultimi mesi: la bellezza dolorosa della lingua, l’ostinazione, fraterna, a ragionare sulle parole, sui fatti. Don Milani è malato, costretto a letto, è lì che scrive, credo usi un quaderno, immagino grande, e una biro. Il suo amore, testardo, per i poveri, per i dannati della terra.
 
La lavanderia è aperta, come ogni giorno, fino alle 10 di sera. Prima ancora di entrare, noto due persone, moglie marito, alle prese con un paio di macchine: lavaggio e asciugatura. La donna, cinquantenne, su una sedia a rotelle. Bionda, una benda sull’occhio sinistro. Una bella faccia. Si dà da fare con una catasta di panni, nessuna malinconia nelle mani, gesti decisi e un alone di allegria che viene da lontano. Il frastuono delle vasche. L’uomo le sta accanto, fa la sua parte; un signore piccolo, una faccia rotonda, lo sguardo buono, che trasforma questo rito in una sorta di gioco amoroso. Che ci sia un testimone fa risplendere il loro pudore. Penso che la benda sia qualcosa di temporaneo. Voglio sperarlo. Esco a fumare sulla soglia, l’uomo è vicino a me e, improvvisamente ride, parla da solo e ride. Sta imitando un attore che conosco, la sua voce. Gli dico che è bravo e ne sembra felice. La moglie, intanto, tira fuori un lenzuolo dall’asciugatrice, lo piega; nel piegarlo cade dalla sedia e sbatte con la testa su una delle macchine. Non si lamenta; io e il marito corriamo a soccorrerla, la rimettiamo seduta. Di solito, in una situazione come questa, il primo gesto di una donna è quello, misterioso, di riavviarsi i capelli. Lei non lo fa, né sembra mortificata dall’incidente. Forse lo é, teneramente. Riprende altri panni. Io e il marito torniamo sulla porta. E lui, tranquillo, mi racconta di altre imitazioni, mi fa sentire altre voci, sorride, dice di aver fatto cabaret, un cabaret amatoriale per un decina di anni.  [Rocco Brindisi]
 

Poesia e consapevolezza. Sui libri di Fabrizio Miliucci e Antonio Francesco Perozzi

di Lorenzo Mari

Pochi giorni fa riflettevo con un amico poeta sull’aura di “consapevolezza” che viene spesso ricercata, tanto da chi scrive quanto da chi legge, nelle scritture poetiche degli “esordi”, o comunque in quelle di chi è nei propri venti, e ormai anche trent’anni – nella cosiddetta “poesia giovane”, per capirci. “Consapevolezza” è, ovviamente, un termine ingenuo e attinente più che altro al senso comune, ma non manca di avere precisi addentellati culturali e formali nella produzione poetica in oggetto, che non di rado si trova a oscillare, senz’alcuna soluzione di continuità, tra l’immediatezza apparentemente più viscerale e la sofisticazione più chiaramente sovrastrutturale. D’altronde, quest’ultimo dato – in mancanza di motivi non soltanto di innovazione, ma anche di complessità, nella poesia contemporanea più in generale – si offre come un’inevitabile chiave d’accesso a un certo capitale simbolico. (Un capitale che consente, peraltro, di scrollarsi progressivamente di dosso l’aggettivo “giovane”, che non è poco…). Continua a leggere Poesia e consapevolezza. Sui libri di Fabrizio Miliucci e Antonio Francesco Perozzi

Opus tessellatum / 1 (da “Iuncturae”)

(parla la creatura che regge sulla testa la scacchiera)

«Chi adesso scrivendo mi dà la parola lo ricordo bambino entrare in questo grande spazio figurato, camminare su questo tappeto di mosaico e, nella fascinazione del suo non capire, immergersi negli enigmi che mai gli si sarebbero dissolti, ma proprio per questo ancora restano luminosi e fascinanti.

Nell’animalità delle mie quattro zampe, nell’umanità del mio volto, nel sapiente trifoglio che, trino e germogliante, è figura della parola, reggo quest’enorme scacchiera e mostro così la geometria del vivere e del morire, dell’andare e del restare, squaderno la corrispondenza perfetta tra le speculazioni della mente e l’universo indagato e interrogato.

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Ancora notte (di Rocco Brindisi)

È ancora notte. 

Ho letto l’articolo di una donna. Parla, come nessuno mai, del “cinismo di noi cattolici”, di fronte alle violenze subite da bambini, ragazzi, da parte di preti e laici della Chiesa. Tra i preti, anche se la donna dell’articolo non lo nomina, il cinismo del Papa, il suo cinismo “buono”. Ma non esiste un cinismo che si possa coniugare con la bontà. Sarebbe una contraddizione, diabolica. È la prima volta che, qualcuno, in questo caso una donna, affronta l’ipocrisia, cattolica, come una sorta di maledizione della Chiesa. Si riferisce, nel caso specifico, al documento dei vescovi, incapaci di guardare in faccia l’atrocità del gesto che procura lo smarrimento, il dolore dell’infanzia sedotta, in nome di Dio (i sacerdoti che scorticano la fiducia di un bambino, di una bambina, fanno sempre il nome di Dio quando divorano il loro corpo). 
Le preoccupazioni dei cattolici, di coloro che dovrebbero svelare la verità, sono notarili. Essi: preti, psicologi di un Dio umiliante, tutori della gloria, delle speranze, dei soli indicibili dell’infanzia, dell’adolescenza, riportano le cause dell’orrore all’immaturità, alla mancanza di “formazione”; vorrebbero combattere la mostruosità con “percorsi educativi”; meno di niente, pur di conservare il potere. Poiché di questo si tratta: ribadire il vangelo del Potere. Osannato da cani e porci, il Papa non sa nulla della disperazione di un bambino straziato dai piaceri di un prete, dall’istinto famelico di chi fa scempio della sua inermità, dell’abbandono di un innocente ai sospiri, all’affanno di chi lo sta mangiando vivo. Se fosse cosciente di questo, il Papa si spoglierebbe in piazza gridando: “Il Vangelo non è un immondezzaio”. Quando viene a conoscenza di un dossier che raccoglie 301 mila casi di violenze da parte della Chiesa Francese, e di laici a essa legati, pensa, anche lui, che, comunque, la Chiesa rimanga il Corpo di Cristo. [Rocco Brindisi]