Archivi categoria: scritture

Die leere Mitte, numero 14

Grazie a Federico Federici e a tutta la redazione di Die leere Mitte per l’ospitalità: die leere Mitte, issue 14

In this issue: Werner Preuß, Massimiliano Damaggio, Antonio DevicientiJohn M. Bennett, Jason Heroux, John Grey, Daniel Barbare, Mark Young, Joshua Martin, Steffen M. Diebold, Joseph Salvatore Aversano, Patrick Sweeney.

Giovenale, Sjöberg, il cotone

Mi proverò ad attraversare la scrittura dei testi contenuti nel manufatto poetico di Marco Giovenale Il Cotone (Zacinto Edizioni, Milano 2021) tramite un libro, di recentissima pubblicazione in Italia, cui sono giunto grazie alla segnalazione di Giovenale stesso su slowforward e cioè La fiorente materia del tutto. Sulla natura della poesia di Gustav Sjöberg (Neri Pozza Editore, Vicenza 2022, traduzione di Monica Ferrando, ma l’opera è apparsa in Germania già nel 2020 col titolo zu der blühenden allmaterie über die natur der poesie). Numerose sono le affinità (realizzate anche in ripetute collaborazioni) tra Giovenale e Sjöberg, coincidenti la concezione della scrittura e del suo rapporto sia con il reale che con la società e la politica, efficaci gli strumenti ermeneutici che il libro di Sjöberg offre per un’interpretazione non impressionistica di questo (e anche dei precedenti) libri di Marco Giovenale; desidero inoltre provarmi ad applicare subito (rispetto alla sua pubblicazione italiana che mi auguro non passerà né inosservata né sarà infeconda) e “sul campo” le suggestioni che scaturiscono dalla Fiorente materia del tutto – premetto che soltanto alcune delle (molte) argomentazioni e delle (numerose) prospettive dell’opera saranno qui chiamate in causa.  Continua a leggere su  VIA LEPSIUS.

L’avventura di Alice

Luigi Sasso

Dietro il nome:
l’avventura di Alice

[Tratto da Deleuze e la logica del nome,
di prossima pubblicazione in
“Quaderni delle Officine”, CXVIII,
giugno 2022.]

Nelle prime pagine di Logica del senso (1969), Deleuze affronta una questione in apparenza marginale, in realtà destinata a rivestire un ruolo di primaria importanza nello sviluppo della sua filosofia. A tale scopo si inoltra in una rilettura delle pagine dell’Alice di Lewis Carroll. Ma prima di procedere in tale direzione, Deleuze si sofferma su un fenomeno paradossale, che definisce come il fenomeno del puro divenire. La simultaneità del divenire – afferma – ha come propria peculiarità quella di schivare il presente. Ciò significa mettere in discussione le usuali categorie temporali, in quanto «il divenire non sopporta la separazione né la distinzione del prima e del dopo, del passato e del futuro»[1].

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Et le tout lointain, près

Elisabetta Brizio

Per un ritratto di Proust

«Per un ritratto di Proust», lo sappiamo, è il titolo di un saggio di Benjamin uscito a qualche anno dalla pubblicazione, postuma, degli ultimi volumi della Recherche du temps perdu. Tempestivo nel rilevare, nell’orizzonte proustiano, «l’universo dell’intreccio», il «tempo intrecciato» con lo spazio, tipicamente nel ricordo: è «il mondo nello stato dell’analogia» dove la memoria, quella spontanea, procura l’effetto «choc di ringiovanimento» nell’istante in cui, Benjamin scriveva, «ciò che è stato si rispecchia nel nuovo». E il tempo perduto è l’accorgersi tardivo del tempo vissuto inconsapevolmente. «Proust ha realizzato l’impresa inaudita di far invecchiare, nell’istante, tutto il mondo di un’intera vita umana. Ma proprio questa concentrazione in cui fulmineamente si consuma ciò che altrimenti soltanto appassisce e si spegne lentamente si chiama ringiovanimento. (…)

Elisabetta Brizio,
Et le tout lointain, près. Per un ritratto di Proust,
«Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche»,
53, no. 29, giugno 2022

Et le tout lointain, près.
Per un ritratto di Proust

Le cantine di Lisbona. Herisau

Un sentito grazie a Gaetano Altopiano che ospita due miei testi nello spazio Il cucchiaio nell’orecchio:

Herisau

Incongrua una macchina per cucire all’ombra delle betulle. Congruo il grido della civetta nella notte.

Poi comprende che i lembi del paesaggio, del testo, della mente, vanno cuciti mosaico dell’esistere e del pensare (sono vulcani nascosti nella luna del giorno). [Continua a leggere qui]

*

Le cantine di Lisbona

Roberto Bolaño lavora come custode in un campeggio: deve coprire i turni di notte e durante le veglie forzate scrive i suoi romanzi.
Franz Kafka lavora come impiegato per una compagnia d’assicurazioni: il silenzio notturno della casa e della città gli permettono di scrivere i suoi romanzi.
Di notte scendo nella cantina del fabbricato in cui abito [Continua a leggere qui]

Il sonno di Angela (di Rocco Brindisi)

Angela dorme. Si è addormentata. Uno dei suoi sogni: addormentarsi. Uno dei miei sogni: sentire il suo sonno nell’aria. Così dolci, le sue palpebre abbassate. Batte, il cuore del sonno. La sua sagoma, avvolta dal lenzuolo, oro della notte. C’è un altro gioco possibile, in questo letto, tra padre e figlia? Sento fiorire i rami del sonno nella sua schiena. Il sonno di Angela perdona settanta volte sette.
Emily Dickinson. Un suo ritratto da bambina. Bianca allucinazione dei suoi versi. Bianco su bianco, bianco nel bianco. Non era necessario credere al corpo di Gesù nell’ostia. Quello che sconvolge e placa il cuore del tempo, è il dono. Il dono del suo corpo agli amici. Emily amava i bambini. Solo ai bambini era permesso di entrare nella sua stanza. Se la morte non diventa bambina, non entrerà nel regno, più terrestre del morso a una mela, dei cieli.
A Nina Simone che muore, in una campagna francese, dove si è ritirata perché la sua malattia, invece di trastullarsi, le spezzi il cuore, compare, ai piedi del letto, una bambina che le sussurra di non aver paura: “Non avere paura”. La bambina le chiede: “Grattami”; le prende la mano, se la porta dietro la schiena. Nina comincia grattare, la bambina le sposta la mano, la supplica di continuare a grattare, finché non trova il punto giusto. “Qui, qui!”. La bambina getta un grido di felicità. Ride.
Un ritratto di Amy Winehouse: una bambina di dieci anni. Pensierosa. Una tale, arcana bellezza, un tale dolore, negli occhi, che Dio si mangia le mani, per non averlo mai provato, neanche in sogno. [Rocco Brindisi]

La neve a Berlino

(una microfinzione di Antonio Devicienti)

ma se le vedevo sorbire una tazza di caffè (la circondava con le mani e la portava lenta alla bocca) capivo: era la naturalezza di dita che sanno avere cura e attenzione.
la neve a Berlino si prende il biancore da Est (dall' Asia immane pianura) e la sua luce da Nord (Baltico giuntura e snodo).
portavano derrate e carbone i camion grigi della prosa.
poi la guardavo disegnare:  matita, carboncino e ogni tanto  il polpastrrello bagnato di saliva per le sfumature grigio chiare movevano rapidi sul foglio come in obliquo cadere di fitto nevischio.
al mercato dei fiori a Prenzlauer Berg la neve teneva lontani molti avventori, ma lei aveva sempre qualche Pfennig per un mazzetto d'intirizziti fiori inspiegabilmente balzati dal fondo  musicale dell'inverno.

(era Käthe Kollwitz e la neve a Berlino).

Werner Herzog e io (di Rocco Brindisi)

Ho ricordato a Werner Herzog, dopo la proiezione del suo ultimo film: “La regina del deserto”, il viaggio che fece, a piedi, da Monaco di Baviera a Parigi, per vedere un’amica che stava morendo. Si era messo in cammino nella speranza, che per lui diventava sempre più una certezza, che, finché durava quel viaggio, l’amica non sarebbe morta. Sapevo di raccontargli quello che già sapeva; e lui, che stava a qualche metro da me, mi fissava con una espressione di sorpresa e di gratitudine. Non aveva dimenticato quell’avventura, ma certo, ascoltandomi, la stava rivivendo. Non pensava che un vecchio signore del sud potesse conoscere quella storia. Mi ha risposto, con il suo tedesco, e la voce della traduttrice che gli stava accanto, di trovare la mia memoria di quel fatto una cosa “gentile”. Ho aggiunto, poi,  che avevo fatto vedere alcune sequenze del suo “Nel paese del silenzio e dell’oscurità”, ai miei scolari di dieci anni, quando insegnavo. Herzog continuava a fissarmi e, quando ha preso di nuovo la parola, mi ha confessato, come gli si fosse illuminato il cuore in quel momento, che il film che gli avevo nominato era quello che amava di più, il più “profondo”. Mentre esce dal cinema, lo avvicino e, un po’ confusamente, gli chiedo se gli sia mai capitato di rivedere, in tutti quegli anni, la signora Fini, la donna sordocieca (meravigliosa protagonista del suo film). Mi risponde in inglese, sommerso da una decina di ragazzi; in quello che dice capisco soltanto che è felice, spiazzato dal mistero che uno sconosciuto gli ricordasse quel nome. Prima di sparire, aggiunge: ”Grazie” [Rocco Brindisi]

Universal soldier

Stefanie Golisch

Sto rileggendo in questi giorni I fratelli Karamazov e, come può succedere quando si riprende un libro legato a un certo periodo della propria vita, provo fastidio. È come se si incontrassero un io remoto e uno presente: fanno fatica a comprendersi. Il mio presunto minimalismo, che forse è soltanto una magra scusa per l’impazienza, mi fa percepire questo romanzo, con le sue conversazioni interminabili tra i protagonisti che – si sa – non porteranno da nessuna parte, come insopportabilmente ridondante.

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Una foto di Dio bambino (di Rocco Brindisi)

Qualcuno dovrebbe avere una foto di Dio bambino; non del bambino chiamato Cristo, ma un ritratto del Creatore del mondo, sorpreso nella sua infanzia, mentre guarda malinconicamente la propria eternità.  Mia madre, non l’ho mai vista guardare un ritratto, non l’ho mai sentita nominarne uno. Ho appena letto a Angela, che aveva pianto, alcune pagine del libro di Anne Tyler: “La ragazza nel giardino”. Ho proseguito, nonostante la bocca impastata. Durante una pausa, ha riaperto gli occhi due secondi per dirmi che era ancora sveglia e ho visto la dolcezza di una bambina felice di addormentarsi nella voce del padre. Ho ripreso a leggere, e quando si è addormentata, ho annusato l’aria per sentire l’odore del sonno. Alzandomi, ho sbattuto la testa contro il soffitto, ho poggiato il libro sul ripiano del guardaroba; scendo gli scalini con la solita cautela, di traverso, pensando che un giorno o l’altro potrei mettere un piede in  fallo e sfracellarmi sui radiatori. Mi viene da ridere. Esco a fumare sul ballatoio, rientro, per uscire di nuovo, infagottato dalla testa ai piedi. [Rocco Brindisi]

I mostri migrano con i piedi dritti

Cristiana Panella

 i mostri migrano con i piedi dritti

i Neanderthal di Eurasia si sedettero, e aspettarono. l’antro era un taglio controluce, la luce livida opalescente che annuncia il muro delle piogge. avevano lasciato il padre al centro del cielo aperto. un albero con le fruste scure dell’incendio a tenere l’unità nel giusto verso. durante la marcia padre si era fermato e si era sdraiato. il senso dell’ultimo giorno era un presentimento senza rito. l’albero aspettava frugale sferzato, al suo posto.

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Raccontami qualcosa, come facevi una volta (di Rocco Brindisi)

Ascolto  “Hona” di Boubacar Traore.  Mi sono svegliato con una malinconia che mi spezza le ossa. Elena portava un fazzoletto in testa; quando si affaccendava in cucina. Lo pretendeva mio fratello Totore. Mia sorella schiaccerebbe questa malinconia come un pidocchio tra i capelli. Sulla scrivania, una decina di segnalibri colorati, dipinti  dai miei scolari. Ce n’è uno, grande, di cartone, dove l’autore ha scritto “Rocco sei troppo buffo”. Li ho amati senza ombre, e, non ho dubbi, li ho portati per mano nella loro gioia. Mi sarà perdonato molto, per questo. Raccontami qualcosa, come facevi una volta. [Rocco Brindisi]

Scritto 76

(per Stefano Raimondi)

La cisterna-prigione     – in fondo alla quale si fu gettàti a giacere –     si rovescia in spazio ascoltante, in silenzio significante, in soglia. 

Nulla di quello che filtra per gl’interstizi va perduto dall’orecchio di chi, giuseppe sepolto sotto i passi d’ignari transitanti, stringe nel suo rannicchiarsi in posizione fetale la chiave dell’aprire, la pietra focaia dell’illuminare, il pugno di farina figliato dal germogliare.

Forse c’è buio in fondo alla cisterna, ma certamente c’è la luce dell’ascoltare, del vedere i sogni altrui, del fantasticare.

Forse c’è la durezza del fondo di pietra impermeabile, ma certamente c’è la tenerezza di un giaciglio di parole, di musica, si sommesso sperare.

Ascoltare è l’etica del dire.