Archivi categoria: scritture

La rivoluzione

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Mini -Era

due (si) scrivono, (si) leggono
(in) – due

allo sbando, al bando (banda come
un- coro) (un altro –
prosa, prosaica –
mente)

suonano dove
uno canta, sia pure, ricama
note, oppure, orchestra,
fisso così, al corrimano, al bacia-
mano

(finanche)

maschere afose sullo sfondo
dal quale (quale è il dove) mimano
modulano le (- loro) ombre, ombre
che sono (l)oro, notturno, annottato
– atterrito
di primo sole (soli)

luccicando, appena

(Tratto da:
Poesie inedite non ancora scritte,
2015-2016)

Postludium

“Questo poemetto vive coerentemente delle sue contraddizioni: se è ripartito in capitoli o in lasse, la cui prima riga attacca sempre con la maiuscola, sembra poi non fare troppo conto di queste peculiarità, non stabilendo collegamenti, continuità di senso fra le lasse medesime. Se trascura una conseguenza logica fra capitolo e capitolo, persegue una forma particolare di discorso, di consequenzialità affidandosi al proprio suono. Il lettore s’industria a scoprire il refe che unisce le tessere, il ponte su cui incolonnare la propria spinta di lettore. Ma perché? Perché non cedere semplicemente alla tensione fluida che passa di paragrafo in paragrafo, di pagina in pagina? Il testo non gli chiede di abdicare a qualunque logica di lettura (comprensibile), ma di accettare quella che gli presenta esso stesso in quanto testo.” (Giuliano Gramigna)

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L’inarrivabile mosaico

Scrivere un testo poetico a partire da una parola altra; prose­guire la scrittura come fonte di formazione e deformazione di un nuovo atto significante; addentrarsi nel libro primigenio e riportarne a sé la metamorfosi compiuta di una nuova sostanza. Sebbene la scrittura poetica non abbia luoghi privilegiati di na­scita, ma tutto e tutti, potenzialmente, possano realizzare – con elaborazioni, furti, svuotamenti, ricostruzioni e ogni altro para­digma selettivo – le potenzialità illimitate di questo dire, non c’è dubbio che il gesto comporti una dose di azzardo non co­mune. Se poi l’autore di riferimento è uno scrittore così forte­mente aperto e interrogante come Edmond Jabès, che, a parti­re dalla parola, attraverso la lingua, costruisce il testo arrivando al libro, come conglomerato ampio e stringente dell’impresa umana più audace, allora non si può non restare piacevolmente meravigliati. Continua a leggere L’inarrivabile mosaico

Il geografo e il viaggiatore

“Fin da quando ero bambino e passeggiavo sul lungomare tenendo per mano mia nonna, ormai cieca, ho sempre avuto la sensazione di aver ereditato un segreto di cui ancor oggi non riesco a decifrare il codice. Chi è stato a suggerirmelo? Perché qualcuno mi ha consegnato un segreto senza offrirmene la chiave? Quale adulto avrebbe compiuto un atto così perverso nei confronti di un bambino? Forse può essere andata diversamente, forse il segreto mi è stato rivelato, ma troppo precocemente, per cui ne ho dimenticato il contenuto e il codice, conservando nella memoria solo la certezza della sua trasmissione. Forse il segreto è racchiuso in quelle passeggiate di un bambino curioso che porta a spasso una cieca e le indica tutto quello che vede.
Forse il segreto è nella cecità di mia nonna, un’anziana signora un po’ eccentrica, che aveva visto le stesse cose prima di me e che nonostante ciò desiderava vederle ancora attraverso i miei occhi. Perché? Non saprei. Ma da allora mi sento una strana specie di erede. Direi che sono un apprendista erede: qualcuno che non finisce mai di imparare che l’originalità, o il segreto di ogni individuo, non si rivela che nel dialogo e nell’imitazione degli altri, di coloro che l’hanno preceduto nel passato e di coloro che, ciechi, camminano con lui nelle brume del presente.”

Massimo Rizzante, Il geografo e il viaggiatore
Milano, Effigie Edizioni, 2017

Un coro infinito di voci

Abbiamo attraversato il deserto
per sentieri di sofferenza e speranza
dalla savana al mare. Il ricordo dei fratelli
che affidavamo ogni giorno
all’abbraccio materno delle sabbie
batteva il ritmo inarrestabile
dei nostri passi, ci indicava il cammino da seguire.
Ci insegnava a custodire la libertà
più grande, il dono estremo
di chi, morendo, depone nella terra
delle tue mani il suo frammento di sogno
affinché tu possa farlo fiorire
alla luce di occhi futuri. E allora quel mare
che non conoscevamo
non aveva più segreti per noi.
L’orizzonte lontano parlava la sua lingua
millenaria, era un’arca immensa
sospinta da un coro infinito di voci
mai udite, illuminava la vastità del cielo
col bagliore del primo seme dischiuso
nella stagione feconda delle piogge.

Voi intanto ignari, gioiosi convitati
a una festa oscura, veleggiate al richiamo
di un dio senza occhi che vi guida
verso i sepolcri d’occidente, alle dimore
sbarrate dove la vita che vive
soltanto nel respiro della parola che unisce
subisce l’ingiuria del silenzio, è un fiore
privo di radici partorito da una terra
ormai senza più linfa, senza più domani.

(Tratto da qui…)

Ci sono andato più vicino

Dinamo Seligneri

Ci sono andato più vicino
(John Fante Festival edizione 2017, Torricella Peligna, Ch)

E così nemmeno quest’anno sono andato al John Fante festival!
Ogni anno è la stessa storia.. dico a tutti che ci vado, ci vado sicuro, cascasse il mondo ci vado… invece poi non ci vado.

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Brucia la cenere

Luca Cristiano

brucia gli avanzi e le decorazioni
disponiti all’oblio
brucia tutto quello che indossavi
tagliati le unghie
brucia anche quelle
magari anche la punta delle dita
e quando avrai finito di bruciare
tutto
brucia la cenere
le ciglia con cui hai guardato la fiamma
la terra che hai annerito
non è detto che funzioni
ma questo puoi fare
e nient’altro
perché la prossima volta
non ti sembri
di esserci
già
stato.

Luca Cristiano, Brucia la cenere
Prefazione di Marie Fabre
Postfazione di Carlotta Vacchelli
Prospero Editore, 2017

Edifici pericolanti

Madre

Non è corretto
e non è poesia
raccogliere un dolore
per scrivere parole

se te ne stai piegata in due dentro la stanza
al primo piano della casa abbandonata
mentre urli, verso il cane muto
che scappa, e cade per le scale, e si nasconde:
senza dimensioni, al buio ascolta
il latrare del tuo male
che sfonda il tetto.

Massimiliano Damaggio, Edifici pericolanti
Postfazione di Fabio Franzin
Nota di lettura di Nino Iacovella
Milano, DotCom.Press, 2017

Fragmenta, 3

La pietra conserva il sonno dei morti.

C’è sempre una crepa

invisibile

nella dimora oscura dei suoi cristalli.

Lì cresce il sole
la lenta consunzione del cielo.

L’onda di luce che cumula buio a buio.

*

Parliamo

perché qualcuno colga nel suono delle parole
la semina d’ombre che l’aria

smossa

ammassa nel nostro sguardo.

*

Anche l’albero ricorda.

Quando costruisce reti di foglie
e impiglia il vento

per strappargli il colore della sete

che lo attende.

*

La parola è il respiro della terra

nella carne.

Sperare è camminare

Mosaici
(Murano, Chiesa di Santa Maria e San Donato)

Mille anni fa i mosaicisti hanno creato con tasselli
grandi e solidi un’enorme scacchiera.
Vi si può leggere qua e là un racconto biblico.
Vi si ammira un tripudio di pianeti, astri, carte da gioco,
specchi oscuri, il cielo sfavillante, l’intensa polifonia
delle stelle e delle pietre, dei quadrati e dei cerchi:
nasce dalle loro mani il mondo astratto-concreto
che assemblano a terra sul mobile suolo fangoso.
I mosaicisti hanno avuto ragione a farci calpestare
l’immagine del mondo. Dicono: «Sperare è camminare».
Calpestare, far risalire dai talloni, su per le gambe
la lunga storia dei morti,
la linfa che fa di ogni pietra il colore
di una sillaba del nostro interminabile racconto.

(Tratto da: Sol sauvage, poème IV,
in Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta.)

Sopra mucchi di giunchi e di fango

Battesimo di Cristo
(Chiesa di San Pietro martire, Murano)

Sopra mucchi di giunchi e di fango
Tintoretto ha issato una tela alta cinque metri.
Ha dipinto la penombra dappertutto
tranne un triplice debole chiarore,
in alto dietro l’oscuro dio padre,
al centro dietro la colomba,
in basso dietro il robusto corpo nudo del dio figlio.
Dal cielo Tintoretto fa discendere dei panni
stinti per ricoprire la sua bianca pelle.
Giovanni il battista è più cupo di una carena rovesciata.
Il dio in forma di figlio da sacrificare
per modellare la persona umana
non è altro che la linea scura
delle sue spalle, delle sue anche, del suo corpo pesante,
il tratto che lo designa in controluce, per contrasto.
Dietro di lui, Tintoretto dipinge l’acqua fangosa,
dei giunchi neri, l’argilla che non parla.

(Tratto da: Sol sauvage, poème III,
in Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta.)

René Char in Cina

[L’anno prossimo sarà pubblicato in Cina Fureur et Mystère di René Char tradotto da Zhang Bo in collaborazione con Yves Bergeret. Ecco la Prefazione che Yves Bergeret ha scritto per questa importante edizione.]

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