Archivi categoria: scritture

La scimmia all’aperto

Roberto Bolaño

LA SCIMMIA ALL’APERTO
(EL MONO EXTERIOR)

          Tratto da I cani romantici
          (Los perros romaánticos)

Hai presente il Trionfo di Alessandro Magno, di Gustave Moreau?
La bellezza e il terrore, l’istante di cristallo in cui si spezza
il respiro. Ma tu non hai indugiato sotto quella cupola
nella penombra, sotto quella cupola illuminata dai feroci
raggi di armonia. E nemmeno ti si fermò il respiro.
Camminasti come una scimmia instancabile tra gli dèi
perché sapevi – o forse no – che il Trionfo dispiegava
le sue insegne nella caverna di Platone: immagini,
ombre senza consistenza, sovranità del vuoto. Tu volevi
raggiungere l’albero e l’uccello, i resti
di una misera festa all’aperto, la terra deserta
innaffiata col sangue, la scena del delitto dove pascolano
le statue dei fotografi e degli sbirri, e la bellicosa vita
senza riparo. Ah, la bellicosa vita senza riparo.

Khadija

Massimo Rizzante

KHADIJA

23 giugno
Soltanto mia madre era in grado di consolarmi di non aver partorito un mostro. Nei villaggi s’impara dagli animali e, spesso, è l’unica lezione. Mostri, viaggiatori, puttane, orfani, moribondi, tutti coloro che hanno tagliato i ponti dietro di sé hanno in comune un vincolo terrestre oscuro, ineluttabile. La schiava ride o eiacula. Si vendica

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Shinto

Bernardo Bertolucci

Quando ci annichilisce la sfortuna,
in un momento ci salvano
le minime avventure
dell’attenzione o della memoria:
il sapore di un frutto, il sapore dell’acqua,
quel volto che un sogno ci riporta,
i primi gelsomini di novembre,
l’anelito infinito della bussola,
un libro che credevamo smarrito,
il ritmo di un esametro,
la piccola chiave che ci apre una casa,
l’odore di una biblioteca o del sandalo,
il nome antico di una strada,
i colori di una mappa,
una etimologia imprevista,
la levigatezza dell’unghia limata,
la data che cercavamo,
contare i dodici rintocchi oscuri,
un brusco dolore fisico.
Sono otto milioni le divinità dello Shinto
che viaggiano per la terra, segrete.
Queste semplici divinità ci toccano,
ci toccano e ci lasciano.

                          (Tratto da: In cerca del mistero, 1962)

John, 1910

Gwen John, “L’artista nella sua stanza a Parigi”, ca. 1910, olio su tela, Collezione privata

di  Marco Furia

Attorno al 1910, Gwen John dipinse “L’artista nella sua stanza a Parigi”.
Vediamo una donna – Gwen medesima – seduta, con aria malinconica, accanto al letto e, dietro le sue spalle, un’ampia finestra sotto la quale si scorge un piccolo tavolo.
La pittrice, che indossa sobrie vesti e tiene le mani unite in grembo, mostra un’espressione non allegra ma nemmeno drammatica: discreta con se stessa, ritrae le sue sembianze limitandosi a suggerire.
Quell’atteggiamento è momentaneo o abituale?
Quell’umore è occasionale o costante?

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Libera nos, Domine

René Char

              À Nicolas De Staël

Avvicinati alla rosa, trafitta,
la cui morte senza turbamento
ti propone una medesima sorte.
Gira intorno a lei, l’eletta;
tu la consideri ordinaria
anche se è figlia di un nobile roseto.
Il lino, il giunco, il cisto selvatico
rimangono i tuoi fiori preferiti,
quelli nei quali i tuoi occhi riconoscono
il fuggevole, l’abbandono.
Ma la rosa! Colpita proprio stanotte.
Il foro delle lusinghe si distingue appena
alla radice del suo corpo annodato.
Che muoia, la rosa!
Anche se la sua vera distruzione
si compirà con la scomparsa del sole.
Cercava l’aria umida della notte,
l’ascolto di un raro passante. Che arrivò.
Ora entrambi mostrate la stessa ferita.
La tua forma ha cessato di essere intatta
sotto il velame del giorno.
Per te nessuna remissione,
per lei nessuna discrezione.
Il colpo silenzioso vi ha raggiunti
nello stesso punto, un colpo d’ala
e di becco, simultaneamente.
O abissale sparviero!

                          René Char, Libera II
                          (Effilage du sac de jute, 1978-79)

Routine domestica

Stephen Dunn

The Routine Things Around the House

Traduzioni di Stefanie Golisch

When Mother died
I thought: now I’ll have a death poem.
That was unforgivable

yet I’ve since forgiven myself
as sons are able to do
who’ve been loved by their mothers.

I stared into the coffin
knowing how long she’d live,
how many lifetimes there are

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Quaderni di Traduzioni (LX)

Quaderni di Traduzioni
LX. Ottobre 2020

Yves Bergeret

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Losun Wu Pou, Vol. II (Poèmes 2019-2020)
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Quaderni di Traduzioni (LIX)

Quaderni di Traduzioni
LIX. Ottobre 2020

Yves Bergeret

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Losun Wu Pou, Vol. I (Poèmes 2018-2019)
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Aspasia tarocca (e altri versi)

Giorgio Stella

ASPASIA TAROCCA

L’ultima volta che vidi il cielo
era il raggio del cerchio
a reggere la notte [ ]
[con] l’uniforme della stagione
[con] la pistola della morte –
i diritti dell’uomo sono
diritti privati, tra l’occidente
e la terra che avviene
nelle chiese di Dio, a oriente
del [proprio] essere niente – Continua a leggere Aspasia tarocca (e altri versi)

The Myth of Innocence

Louise Glück

The Myth of Innocence

Traduzioni di Stefanie Golisch

One summer she goes into the field as usual
stopping for a bit at the pool where she often
looks at herself, to see
if she detects any changes. She sees
the same person, the horrible mantle
of daughterliness still clinging to her.

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Scritto 42

La “Maison des peintres” a Koyo era fatta di una materia solo un poco più pesante (e visibile) di quella di cui è fatta l’intera civiltà di Koyo: mattoni di terra seccati al sole e ricoperti, all’interno dell’edificio, di pitture – ché la materia di cui è costituita la civiltà di Koyo è il fiato di donne e di uomini che si trasmettono il sapere di generazione in generazione o che cantano (così perpetuandoli) gli accadimenti che toccano la comunità.
Le violente piogge delle ultime settimane hanno distrutto molti edifici del villaggio, tra cui la Casa dei Pittori che, all’interno della comunità (la quale a occhi superficiali può apparire come “povera” se non “indigente”), era il luogo sulle cui fragilissime pareti forme, colori, cadenze di segni non alfabetici si davano alla vista per essere letti e detti ad alta voce.
Non occorre sfarzo architettonico né dovizia di mezzi e di materiali per creare un luogo di altissimo significato di pensiero, l’immaterialità del sentire, del rimemorare, del saper vedere l’invisibile sa essere, a Koyo, una realtà ben più reale e presente degli oggetti usati nelle pratiche e nelle necessità della quotidianità.
Basta un cerchio di pietre e, dentro, un essere umano che elevi architetture di pensiero perché lì fiorisca una civiltà.
Nella “Maison des peintres” varie mani e varie menti avevano dipinto un sentire comune, affidando alla fragilità della terra seccata e dei colori stesi su di essa non la perpetuazione di quel sentire sotto forme illusoriamente fissate per sempre, ma la testimonianza di quel sentire, la sua traccia mai identica a sé stessa e mai irrigidita in una forma definitiva.
Perché la vera casa dei pittori sta nei corpi di chi ricorda e, dicendo e cantando, rende presente quello che non è più dato vedere. In attesa di ricostruire una “Maison des peintres” fatta, di nuovo, di laconici muri sulle cui superfici l’illimite del pensiero rende senza limite i rettangoli di quelle pareti.

Tiwa tiégu ling

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Scritto 41

Irma Blank: Orizzonte, 2005 (penna a sfera su poliestere)

Visioni di Delft… oppure “breve saggio sulla suggestione del nome” – dal momento che, letteralmente smarrendo sé stessi, nel contemplare la Veduta di Vermeer ci si avventura traverso luoghi della mente guidati dalla forza quasi magica del nome (Delft / Vermeer) che, eccedendo il mero dato storico e geografico, diventa città del pensiero e il pensiero si esercita nel giuoco dei rimandi e delle concatenazioni. Continua a leggere Scritto 41

I passi di Parra

Roberto Bolaño

Los pasos de Parra

Tratto da:
Los perros románticos
(I cani romantici)

Ahora Parra camina
ahora Parra camina por Las Cruces
Marcial y yo estamos quietos y oímos sus pisadas
Chile es un pasillo largo y estrecho
sin salida aparente
El Flandes indiano que se quema allá a los lejos
un incendio rodeado de huellas Continua a leggere I passi di Parra

Scritto 40

Irma Blank: Orizzonte, 2005 (penna a sfera su poliestere).

Scrive Bill Evans proprio all’inizio delle sue note di copertina a Kind of blue: There is a Japanese visual art in which the artist is forced to be spontaneous. He must paint on a thin stretched parchment with a special brush and black water paint in such a way that an unnatural or interrupted stroke will destroy the line or break through the parchment. Erasures or changes are impossible. These artists must practice a particular discipline, that of allowing the idea to express itself in communication with their hands in such a direct way that deliberation cannot interfere. Il grandissimo pianista si riferisce, ovviamente, al sumi-e: spiega così lo stato di grazia nel quale il gruppo ha improvvisato su poche, sintetiche tracce fornite da Miles Davis (e pensate poche ore prima dell’incisione) le parti che costituiscono Kind of blue, sottolineando (non a torto) quanto la riuscita improvvisazione sia ancora più ardua allorché è un gruppo e non un singolo artista ad agire. Sono almeno due gli elementi fondanti dell’improvvisazione stessa: l’estrema concentrazione mentale necessaria e la stratificazione di pensiero e di conoscenze che deve precedere e sostenere concentrazione e improvvisazione. Molto a proposito Bill Evans scrive che the artist is forced to be spontaneous, esprimendo tramite un bell’ossimoro il paradosso del gesto che improvvisa: l’artista è obbligato a essere spontaneo, in un connubio delicatissimo e fragilissimo tra gesto creatore e sapienza creatrice: basta un’incertezza, una distrazione, un errore di postura e tutto fallisce. Questo è il motivo per cui la ferrea padronanza del mezzo espressivo, il pressoché ascetico, quotidiano esercizio dell’arte, l’estrema libertà che sola può derivare da un imperativo interiore, da uno spazio limitatissimo, da materiali di laconica essenzialità, concorrono a generare un atto capace di cogliere l’estremamente transeunte e l’eternante traccia (per tutto il brevissimo tempo, almeno, di durata della storia umana).

Un uomo di cattivo tono

Punto reale di partenza di questo libro sono I quaderni del dottor Čechov. Appunti di vita e letteratura 1891-1904, pubblicati a Mosca nel 1950 e apparsi per le Edizioni Feltrinelli nel 1957 nella traduzione di Pietro Zveteremich. Scopo di questa mia reinvenzione apocrifa non è frugare da biografo nell’intimità del celebre scrittore ma evidenziare, nella scia delle sue parole, scritte sopratutto nella parte finale della sua vita, il paradigma di una scrittura antisentimentale, crudele, aforistica – pronta a ri-esistere nel nostro tempo come cantiere inattuale e scandaloso di libertà, se per libertà si intende l’inflessibile audacia di pensiero e di cuore che il dottor Čechov ha sempre mostrato, il suo “cattivo tono” che non ammette consolazioni ma solo illusioni.

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Un lessico per Irma Blank

ASCESI: si scrive, si dipinge, si canta, si danza con tutto il corpo che è corpomente – quando Irma Blank traccia pagine e pagine di segni, quando ruota, tenendoli stretti nelle mani, due mazzi di penne a sfera ricoprendo fittamente un’intera superficie (dal corpo in allontanamento le mani verso il margine del foglio per ritornare al corpo e sempre circolarmente, in una sorta di trance scrittoria e danzante), quando, partendo dal centro, spinge il pennello (senza mai sollevarlo) verso il margine sinistro del foglio, poi verso quello destro e ripete il gesto rigo dopo rigo, dall’alto verso il basso, lo fa con ascetica dedizione, con paziente, pazientissima andanza del corpo e della mente. Continua a leggere Un lessico per Irma Blank