Archivi categoria: scritture

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I semi della parola

“cosa sarebbero la vita, il mare, il cielo,
il campo e la roccia, la casa e il cortile
senza i semi della parola?”

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Il contratto

Jan Skácel

Smlouva

Nechci, aby mne obmýšlel kterýkoliv bůh.
Mám odedávna svého,
pro vlastní potřebu, i k svému narovnání.
A pro pokoru, které je mi třeba.

Někdy se přihodí, že lidská duše smrdí
jak namoklá psí srst.
Za to se nerouhám. Chci jenom, aby bolest
opravdu bolela a slza byla slza.

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La ballata di Villon

Ivan Pozzoni

LA BALLATA DI VILLON

[Tratto da: Farnetikanten
di imminente pubblicazione in
Quaderni di RebStein“]

La morte ha i tuoi occhi colorati d’estate
balla con l’impiccato e indossa teste decapitate,
racconta ai suicidi le sue storie d’inverno,
che la lacrima di un suicida riesca a spegnere l’inferno.

La morte raccoglie fiori dalle ossa consumate
dalla fuga dei cervelli e dalle orbite bucate,
pianta fiori di ninfea nello stomaco dell’annegato,
è mignotta, fragile, d’addio al celibato.

La morte si sposa col cadavere dell’ustionato
rimane unica forza fuori dalla logica di mercato,
abbraccia l’iper-capitalista, l’anarchico, l’indifferente,
senza mai accorgersi di non servire a niente.

Strilliamo la vita e aboliamo la morte
tentarono in tanti, col sostegno dell’arte,
distratti da ricchi omaggi e cotillón,
aboliamo la morte e cantiamo Villon.

Le voci di “Carena”

Questo pomeriggio a Catania, alle ore 18.00,
presso la Libreria Catania Libri di Piazza Giovanni Verga 2,
Yves Bergeret parlerà del suo libro “Carena“.
Presentazione dell’editore Alfio Grasso.
Introduzione di Antonio Devicienti.
Leggeranno in francese l’autore, in italiano Francesco Gennaro,
in altre lingue Elma Bandiera e qualche ospite.

Ruah

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Davide Zizza
Ruah
Roma, Edizioni Ensemble, 2016

Il ritiro della divinità per consentire all’universo di esistere, là dove ne parlano la Qabbalà e la mistica ebraica, era ricordato perfino da un poeta come Corrado Costa: la sua mistica privata incrociava Baudelaire e l’amico artista Baruchello come niente fosse, come fosse tranquillizzante rendere ai minimi termini tutta la poesia del Novecento per poi rimettere i frammenti in ordine diverso, in ordine diciamo poco cattolico e molto ebraico. Non sappiamo quanto questo metodo abbia avuto successo nella poetica del secolo scorso, al di fuori della sperimentazione, all’interno delle scuole schematiche di cui quasi tutti si sono avvalsi. Resta il fatto che, occhi chiusi o aperti che dir si voglia, alcuni ovuli hanno attraversato il varco temporale e oggi qualcuno si dischiude, non senza alimentare qualche sorpresa. Davide Zizza parte proprio da qui, da questa fondazione, nominando le cose all’interno dello spazio dove si ritrova cosciente di respirare qualcosa che prima non c’era. Il tempo, il soffio (Ruah), le vite presenti in vita nella storia, vanno messe nel luogo della visibilità postuma all’assenza. Continua a leggere Ruah

Il cesto dei libri sulle acque, 6

Livia Candiani

Quei gesti che prendono gli alberi
passi di danza fermata
inchini strappati al vento
urli mutati in rami.

Cammino tra esseri verdi
che sanno parlare con l’alto
spezzando nomi
come segnali di pane

a richiamo a richiamo.
Nascondetevi spine
nel palmo della mano
fino alla carne viva
della memoria senza volti.

Un gesto frana
voli nascosti nel cappotto,
fischia il silenzio
mi avverte,
del corpo.
In prestito,
in volo.

Livia Candiani
Bevendo il tè con i morti
Milano, Viennepierre, 2007

Coppie minime

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Giulia Martini
Coppie minime
Latiano (BR), Interno Poesia, 2018

La sonorità delle “coppie minime”, per quanto possa suggerire il significato in linguistica, rilancia costantemente il senso di versi solitari o adiacenti, costituisce una possibilità in più dello stato della poesia, proprio nell’istante in cui viene letta. Costringe un pensiero, nel lettore, affinché riconosca forze e intensità fino a quel momento sconosciute, o sfocate. Tutto il libro di Giulia Martini è una strada scoscesa, con pochi pianori dove riprendere fiato. Vi si trovano più problemi che abbandoni a certi ricorsi della poesia italiana, a quelle pagine assecondanti pigrizia o voluttà banali e mal assunte da chi disattende la lingua storica. Qui si osserva meglio e attentamente quel che l’ago della bussola indica apertamente o di soppiatto, seguendo ogni spostamento e vibrazione. Continua a leggere Coppie minime

Sul culto della personalità: Stalin e Charms

In un tempo in cui sorgono spontanei interrogativi su quali risorse abbia il linguaggio per smascherare la menzogna del potere – se esista una logica, una parola capace di scardinare l’assurdità della manipolazione dei fatti – diventa necessario più che mai ascoltare la voce di chi ha saputo decostruire il linguaggio del tiranno per tentare di demolirlo, al costo della propria vita.
Riporto in traduzione dal russo il recente articolo dello scrittore Vladimir J. Aleksandrov sul linguaggio di Daniil Charms. Il testo è tratto dal sito https://artifex.ru e si colloca all’interno di un’ampia serie di riflessioni dedicate alla patafisica(1).
Pur estrapolato dal contesto originario e privato dei rimandi ai testi che lo precedono, l’articolo mi è parso attuale anche per il lettore italiano. (Elena Corsino)

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Poema a due voci

Antonio Devicienti
Yves Bergeret

Del caffè di Châtillon-en-Diois
e di altri luoghi

Il barista ex-clown ex-trapezista
saprebbe raccontare centinaia di storie
se l’avventore, entrato per un caffè,
glielo chiedesse.

Chi guarda i muri foderati di sbiadito legno,
i tavoli degli Anni Cinquanta,
le fotografie in cornice da un circo
ormai dismesso
potrebbe intuire che quell’uomo sta, in realtà,
sulla soglia del poema.

S’intravede alle sue spalle,
tra la teca delle brioches e l’orologio a muro,
il tempo pendolare della scrittura.

C’è un torrente che irrompe
impetuoso da una gola rocciosa
come fa talvolta la scrittura
dopo lunghi tempi di secca e d’attesa
e il tempo si riapre in tempi
e i tempi fitti s’intrecciano,
vannerie della parola.

[…]

(Continua a leggere qui)

Il cesto dei libri sulle acque, 5

Cristina Annino

Casa d’Aquila

Vado verso la casa in una
miseria di caldo sopra di me, nella morta
estate senza onori.

Né telefono, fiori. Tento di capire che
dica l’uscio premendosi la bocca con le
mani. Che vuol
dirmi senza onori la casa? Non entro ma
guardo fuori l’oscillante lingua
dei piani.

Penso: non ci fossi più m’aprirebbero
con cerimonia, su fondo turchino e
le dita fari, leggendo quanto
ci misi a scalare
una casa vivendo. Sarebbe
la Verità, perch’avevo ragione
in tutto, e parlavo ai pesci del mare.

Alzo le mani senza resa, senza
voltarmi. Niente fiori, casa dolorosa; ti
peso sui due reni della bilancia. A chi
andrà
tutta questa ricchezza, lo spreco delle
forze, l’aquila dentro di me?

Cristina Annino
Magnificat
Poesie 1969-2009

Novi Ligure (AL), Puntoacapo Editrice, 2009

Bataille e la notte del non-sapere

Giuseppe Zuccarino

Bataille e la notte del non-sapere

Sono molte e significative le vicende, personali e culturali, attraversate da Georges Bataille nel corso degli anni Trenta. La più singolare è forse quella legata a una rivista da lui fondata, «Acéphale», e alla società segreta che recava lo stesso nome. L’intento del duplice progetto era, in un certo senso, di tipo religioso, ma di una religiosità che prendeva atto fin da subito della morte di Dio annunciata da Nietzsche. La setta, che riuniva attorno a Bataille un ristretto numero di adepti, svolgeva un’attività di riflessione sulle opere del filosofo tedesco, ma praticava anche dei rituali di tipo cerimoniale. L’esperienza è stata importante per lo scrittore, anche se è durata solo pochi anni e se alla fine egli è sembrato giudicarla, per molti aspetti, mancata. Ha ricordato infatti, in una nota autobiografica, quanto segue: «Avevo passato gli anni precedenti [al 1940] con una preoccupazione insostenibile: ero deciso, se non a fondare una religione, almeno a dirigermi in tal senso. […] Per quanto una simile ubbia possa sembrare stupefacente, io la presi sul serio. È l’epoca in cui feci apparire con degli amici la rivista “Acéphale”. […] Voglio solo precisare che l’inizio della guerra rese decisamente avvertibile l’insignificanza di questo tentativo».

(Continua a leggere su Philosophy Kitchen)

Il cesto dei libri sulle acque, 4

Andrea Raos

La favola delle api

[…]
«Sei il meglio che potesse capitarmi, e tu lo sai.
Eppure è di materia dolorosa
che stridono le nostre particelle.
Ripetiamocelo giorno dopo giorno
intanto che piangiamo ancora,
intenti a chiederci se mai capiterà.

Invece io di pomeriggio,
e sera e favo,
e sono già lontano
da ciò che come vento, come vena, come viene;
sognati in pieno inverno i fiori al primo tempestarsi
e schiudersi, che smeraldi, che rami;

è lì che ti ho vista aperta di striscio, di strazio.
Vita che non tiene,
che un amore contiene
e passa in sogno intanto che, volati via, noi polline
polvere ci dice: non conta niente il come,
conta soltanto starti accanto.»

Lei trema con lo stoma, tenta con le ali, poi risponde:
«Io sono arnia, amore, e sono arma.
Arma e arnia.
Arnia, arma.»

Si guardano volatili, amori
muti. Volati via.

Vibratili.

«Mio polline.»

«Molecola.»

Andrea Raos
Le api migratori
Salerno, Oèdipus Edizioni, 2007