Archivi categoria: scritture

“Il castello di Apice” di Giancarla Frare

Il “mio” primo labirinto è stato il Castello dell’Ettore, ad Apice, nel Sannio, dove ho vissuto gli anni della mia infanzia, a seguito della mia famiglia. Un microcosmo, un hortus conclusus da cui raramente mi allontanavo perché tutto vi era compreso: l’asilo, la scuola elementare, le carceri, il ricovero dei cavalli, l’abitazione del nobile proprietario. Alcune botteghe artigiane e le due case di chi vi abitava. Una era la mia. Il castello, in parte distrutto dal terremoto del Sannio e recentemente restaurato, è stato oggetto di mie ripetute riprese fotografiche e filmiche, che, come il racconto, hanno individuato i nodi fondamentali di memoria del luogo, creando una rete di relazioni che, come rami di un albero, sovrappone i piani di lettura di un vissuto. Come Dedalo ho costruito il mio labirinto, fatto di molte variabili. Tentando poi di trovarne una, di uscita, come Teseo. E di liberarmene.

(Giancarla Frare, qui Il catalogo della mostra;
qui notizie sulla mostra.)

Nell’esilio / Ilaria Seclì: L’Impero che si Tace

Non si legga L’impero che si tace (Borgomanero, Giuliano Ladolfi Editore, 2019) come un libro di poesia o, peggio ancora, di prose poetiche.

Lo si legga, invece, come una rincorsa del respiro e con una rincorsa del respiro, con la certezza che il linguaggio è capace d’inventare mondi e che la bruttezza violenta del cosiddetto reale s’inceppa ed è in affanno e si rivela ancora più (pericolosamente) stupida e ingiusta se si frange contro un libro come questo.

Lo si percorra camminando sulle mani e con i piedi che hanno il cielo come abisso (ricordate Paul Celan e il discorso di Darmstadt?), entrandovi come in un gazebo oblungo (ricordate l’invito che Antonio Leonardo Verri rivolgeva ai poeti?), sentendo nella carne l’esilio e i suoi privilegi.

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Scritto 12

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Yves Bergeret impiega l’espressione “poème calligraphié” per indicare le sue opere manoscritte e dipinte su carta; non ci si faccia trarre in inganno dall’assonanza con l’eventuale vocabolo italiano “calligrafato” o simili: Yves stesso spiega di voler associare in un unico risultato (artistico e concettuale, storico e antropologico, aggiungo da parte mia) la scrittura in alfabeto latino e il gesto pittorico, ritmico, fluido e dinamico: è l’indicazione di una precisa postura etica e storica che vuole indicare una strada radicalmente altra rispetto alle compiaciute masturbazioni cui si abbandona la grande massa di scribacchini attualmente in attività. Scrivere è il gesto della mente che, immersa in un preciso contesto e di questo totalmente consapevole, si compie sotto forma di parola-segno e di parola-movimento.
Francesco Marotta traduce puntualmente Bergeret con una dedizione commovente e con una bravura e un coinvolgimento tali, per cui si ode chiara e originale la voce del poeta campano, se ne individuano con sicurezza le scelte stilistiche ed etiche (stile ed etica, nelle scritture che obbediscono a un progetto ben determinato e a una chiara consapevolezza artistica storica e politica, coincidono perfettamente). L’universo di Koyo, fattoci conoscere dal poeta francese, rappresenta quello che l’Occidente ha perduto (ma non in maniera del tutto irreparabile) e il tempo sospeso è quello della lettura e della scrittura, del gesto libertario della mente quando pensa e della mano quando disegna e scrive, tutto dimorando dentro non illuse e non vagheggianti (calli)grafie, ma invece agoniche e coscienti della violenza e del sopruso contro cui devono muoversi.

Scritto 11

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

 

Il mio professore di greco e di latino mi indicava la forza attrattiva e fattuale del verbo, la sua complessa coniugazione, il suo transitare per fasi temporali e modali.
Con sottili, velatissime allusioni mi metteva in guardia dal vizio trasmesso e insufflato dal verbo alla mente: la violenza o tracotanza in agguato nel fare, del voler dominare con la propria azione l’azione altrui.

Ridare, allora, presenza al sostantivo: tavolo (accoglimento), seggiola (per il lavoro della mente), giaciglio (per il riposo), finestra (soglia sull’aperto), porta (varco tra me e te, tra te e me), libro. Penna. Pensiero.

Scritto 10

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Scrivere: tracciare filari di una vigna; piantumarla.
Affidare all’andirivieni dello scrivere il ritmo dei pieni e dei vuoti, del detto e del taciuto.

Fotografie di Mario Giacomelli (l’arata campagna marchigiana).

Una cadenza come di opifici (fotografie di Gabriele Basilico) fervidi in giorni e giorni pur faticosi o ingiusti.

Scrivere: Wanderung durch die Landschaften des Alltags; Kadenz des Gehens.
E allontanarsi (finalmente!) da sé stessi: dimenticarsi.

Scritto 9

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

I mastelli, gli alambicchi, i bacili, i crogiuoli collegati tra di loro (affratellati, congiunti) da più o meno lunghe aste o archi in metallo e le reazioni chimiche che vi avvengono, i cloruri e i solfati, oppure le stelle, i giavellotti, le canoe, le luci di Wood e i suoni, i sibili, i fruscii provenienti dai microfoni e anche i muri, i passaggi, le nicchie e le volte degli ambienti creano la peculiare scrittura di Gilberto Zorio –

 

– scrittura che si rende visibile nel suo stesso farsi, nella sua ampia gestualità e spazialità, nel suo attraversare da parte a parte lo spazio, mobilissima e inesausta, reattiva e archetipica.

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Scritto 8

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Nella bellissima casa di Yves Bergeret a Die è presente, a tutta parete, un’Opera eseguita da uno dei giovani pittori-poseurs de signes di Koyo qualche anno addietro; ho avuto l’onore e il piacere di sentire Yves stesso leggermi quell’Opera scritta non in forme alfabetiche, ma in figure che vanno, appunto e appropriatamente, lette seguendo un filo preciso che risulta essere una concatenazione perfetta di fatti e di simboli (e di memoria).

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Scritto 7

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Nella scrittura procedere per frammenti, per instabili punti d’arrivo che diventano, subito, nuovi punti di partenza.
In tal modo riemerge, tra l’altro, la nostra origine nomade: i due punti appaiono come il segno più invitante e appropriato: dover spingere lo sguardo oltre, riprendere brevemente fiato, ma per continuare ad andare.

(Pittorici idiomi) “Amoreggiamento serale” di Fritz Syberg

Fritz Syberg, “Amoreggiamento serale”, 1889 – 1891, olio su tela, Nationalmuseum, Stoccolma.

 

di   Marco Furia

 

Syberg, 1889 – 1991

Tra il 1889 e il 1891, Fritz Syberg dipinse “Amoreggiamento serale”.
Lungo una sinuosa strada di cui non conosciamo inizio e fine, una coppia è ferma, in piedi, un poco discosta da un gruppo di persone in cammino.
L’uomo, che indossa un abito scuro e un cappello chiaro, regge un piccolo mazzo di fiori, mentre la donna lo ascolta in silenzio.
La campagna è coltivata e due alberi, dai sottili tronchi, segnano in lontananza il confine tra terra e cielo.

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Scritto 6

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Luigi Mainolfi concepisce per l’edizione einaudiana dell’Iliade (Collana I Millenni, 2012) lastre in terracotta che, fotografate, vanno a illustrare il volume e anche (sempre in terracotta) le armi di Ettore; due anni prima aveva illustrato l’Odissea per la medesima Collana; e Mainolfi è lo stesso artista che ha inventato i Silontes, fantastici animali che pascolano, benigni e beneauguranti, dentro spazi ospitali colmi di memoria e di presente e che ha realizzato, a matita, paesaggi urbani che assumono anche forme animali in una transizione fiabesca e illuminante: perché non si potrà mai stare dentro la propria contemporaneità se non si avrà ferma coscienza delle proprie radici (biologiche, storiche, culturali) e anche dello slancio fantasticante che permettono il respiro del pensiero. Perché c’è un’irrinunciabile modernità dell’arcaico (inteso come ἀρχή : origine, cominciamento) riconoscibile nelle narrazioni da cui origina la nostra cultura (Iliade e Odissea) e nella materia più malleabile eppur duratura (l’argilla trasformata anche in terracotta o ceramica: e, alle spalle dei poemi omerici, ci sono le tavolette d’argilla su cui furono incisi l’Enūma eliš e l’epopea di Gilgameš). Perché la scrittura, pur accampandosi su fragili supporti (l’argilla, appunto, il papiro, la carta, lo schermo stesso di un computer o, per meglio dire, nel cosiddetto hard disk o “sul” cloud, questi ultimi a loro volta supporti o archivi ben più fragili di quanto si possa supporre), lega noi alla nostra origine, si oppone alla sciagurata spinta a recidere i legami con il nostro passato.

Dante nella poesia di Osip Mandel’štam

Francesca Vennarucci

“Il pane che si porta in carcere”.
Dante nella poesia di
Osip Mandel’štam

Come accade che un ebreo polacco, stretto nella morsa della Russia staliniana, sviluppi una autentica passione per Dante, inizi a studiare l’italiano per leggerlo in lingua originale e, anch’egli poeta, lo elegga a sua guida, a suo nutrimento? Perché? Cosa rappresenta Dante per Osip Mandel’stam? Attraverso il dialogo con Dante, Mandel’stam intesse una fitto colloquio con altri grandi poeti europei che nella vita e nell’opera dell’esule fiorentino cercarono una chiave per comprendere se stessi e i drammatici eventi storici novecenteschi: Eliot e Pound, ma anche Montale e Seamus Heaney. Sappiamo che Mandel’stam, quando iniziò a temere di venire arrestato, portava sempre con sé un’edizione tascabile della Commedia: non poteva tollerare l’idea del carcere senza Dante… e sappiamo anche che la sua ultima raccolta poetica ci è giunta perché la moglie Nadezda aveva imparato a memoria tutti i testi. L’esilio, il pane altrui che sa di sale, le scale da scendere e salire per chiedere aiuto e protezione, ma anche la sublime libertà del cielo, di uno sguardo che oltrepassa il visibile… È la storia di una amicizia, di un intimo colloquio, che, come tutti i veri profondi legami, aiuta a conoscersi e a trovare il proprio posto nel mondo. […]

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“Interscambi” di Giuseppe Zuccarino

Esce, presso Mimesis Edizioni, Interscambi di Giuseppe Zuccarino.
Con il rigore metodologico e argomentativo che lo contraddistingue, con la sua scrittura limpida e articolata, con la copiosa e precisa documentazione, questo libro si aggiunge agli altri di una lunga serie che fanno dello studioso ligure una presenza di altissimo profilo nella cultura europea dei nostri anni.
Giuseppe Zuccarino continua a scandagliare gli autori, i filosofi e gli artisti da lui più amati, prosegue nell’esplorare universi contigui e, spesso, intersecantisi, propone rotte di avvicinamento a filosofia, letteratura e pittura d’indiscutibile interesse e modernità, là dove per moderna intendo qui la scelta di superare i confini tra i diversi ambiti del sapere e dell’arte e, si badi, la forma del saggio accoglie un’attenzione nei confronti di libri e di opere davvero poetica, perché, al di là dell’oggettività scientifica dello studioso e con essa compresente, si avverte lo slancio del lettore e dello scrittore Zuccarino, dell’appassionato cultore di scritture e di opere capaci di nutrirsi a vicenda e di nutrire chi, leggendo e studiando, non può fare a meno di scriverne mettendo in atto una creatività niente affatto seconda a quella che dà vita a testi d’invenzione diciamo pura.

Il silenzio di Andrea Emo

Antonio Devicienti

Medito sulla vicenda esistenziale e intellettuale di Andrea Emo Capodilista: ecco un luminoso punto di riferimento, un silenzio appartato e fecondo, pochissime ma salde amicizie nutrite di letture comuni, d’intenso dialogo intellettuale. La scrittura a fecondare i giorni. Pagine e pagine di quaderno non a fissare o congelare il tempo dei giorni, ma a seguirlo nel suo trans-currere traverso e oltre le chiuse della mente; corrispondenze per affinità elettive (le uniche che contino) con autori del passato e della contemporaneità.
Quello scrivere a mano, paziente e ordinato (pochissime le cancellature, indizio di lunga e concentratissima meditazione); quell’accumulare i quaderni l’uno accanto all’altro, segno visibile del farsi del pensiero; quel rifuggire l’estetizzazione del pensiero, dal momento che lo studio e la riflessione hanno sempre al loro centro la consapevolezza (dolorosa eppure stimolante) che la meta della riflessione e dello studio sfugge ininterrottamente.
Eppure studiare, meditare, scrivere.
Ma se è vero che si scrive sempre troppo, sempre poco è quello che si realizza nel passaggio dal pensiero alla scrittura e la sfida da parte del mondo si enuclea proprio dentro tutto quello che si perde o non si raggiunge o non si scorge nel passaggio da pensiero a scrittura, in quell’alone d’ombra che ci resta accanto, consapevolezza di una tale mancanza o sottrazione o spazio vuoto che, proprio per questo, parla, ci provoca e scandalizza e possiede la sua forte presenza e le sue irrinunciabili rivendicazioni.
I fragili fogli di carta, i tratti a penna o a matita su di essi tracciati sono una biblioteca interiore che, traccia del silenzio, risplende per chi voglia ascoltare.

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(Tratto da: Tacere il proprio silenzio,
di prossima pubblicazione in
“Quaderni delle Officine”, XCI, novembre 2019)