Archivi categoria: prosa

Tre dei quattro soli (I, 1)

Verso la fine dell’anno scorso, grazie a una casuale e felicissima coincidenza, sono riuscito a recuperare un po’ di materiali (alcuni libri, qualche disco, una decina di quaderni) che credevo perduti per sempre. I quaderni, di quelli a righe con la copertina nera in uso nella scuola di un tempo, risalgono agli anni Ottanta e contengono testi di varia natura scritti nel corso di quel decennio. Parecchie pagine sono praticamente illeggibili o quasi (scoloritura dell’inchiostro, umidità, polvere, macchie più o meno estese di muffa), ma con molto impegno e tanta pazienza sto riuscendo lentamente a ricopiare alcune scritture. Continua a leggere Tre dei quattro soli (I, 1)

Io sono la letteratura

Stefanie Golisch

Io sono la letteratura

Non amo la letteratura, sono la letteratura, aveva risposto Kafka alla sua fidanzata Felice Bauer, donna pratica che aveva cercato invano di comprendere la natura misteriosa di questo uomo che lei amava, ma non poteva conoscere.
Parliamo di una situazione kafkiana quando ci troviamo in circostanze paradossali, quando ci sfugge il senso di un incontro, un avvenimento, quando non siamo più in grado di orientarci secondo le solide regole che strutturano la nostra vita quotidiana. Entrare nel mondo di Kafka significa lasciare alle spalle tutto quello che crediamo di essere e che il mondo sia. Il messaggio di Kafka è il dubbio: E se tutto quello che vediamo, viviamo, crediamo fosse solo una illusione? Continua a leggere Io sono la letteratura

Prosa di marzo

Pierre Tal Coat: Dans les champs, acquerello, 1959.

Ora, in questo virare dell’equinozio, la casa del poeta sarà ancora più loquace: guscio di pensiero.
È un guscio d’antichissima pietra, vertiginosa una scala conduce dal piano stradale alle camere superiori.
Ma la casa di un poeta non si lascia descrivere, entra invece nella scrittura con la finestrella che guarda la montagna, con la finestra della camera che scavalca il vicolo, con la terza finestra che guarda la strada lastricata: s’impadronisce della scrittura.
La grande parete sulla quale, posati i segni della sua sapienza, il giovane venuto da Koyo seppe far dono con l’eleganza semplice e naturale dell’amicizia, con la nobiltà d’antichissima civiltà, con lo slancio di chi porta la parola del vento dentro di sé, sbaraglia ogni parigina raffinatezza: e apre una fessura nella sicumera europea. Continua a leggere Prosa di marzo

Pietre

Rito dogon Toro nomu, Mali, 2007

Sulla macina dormiente, la donna di Koyo fa rotolare la pietra, che chiamano rotella, che chiamano anche trituratrice. Così produce lentamente la farina. Annerita dal seme, annerita dalla mano, annerita è la pietra. La pietra macina bene solo se la donna, con voce lieve, intona per lei il “canto della mola”. Cibo è parola nella farina, farina nella parola. “Ti faccio dono in segreto di questa pietra misteriosa che vive da mille anni. E’ stata posta e ancora ripetutamente posta, per perpetuare la vita, sotto la base di case di pietra e di terra che le tempeste abbattono. Metti questa pietra-parola sotto la tua dimora, mai vi entrerà la fame.”

Cima dell’Estrop, valle dell’Ubaye, 1990

Lenta ascesa verso la cima di arenaria, una lunga lastra sommitale inclinata, frammentata: è la pagina che il vento del prossimo millennio girerà, prima che finisca di scriversi assumendo l’aspetto dei fossili. Ho preso in prestito questo triangolo che il fondo dell’oceano amava prima di ogni comunità umana. Scendendo a valle il terzo giorno, mi sono reso conto che lo zaino, la pietra e la memoria universale erano troppo pesanti per la mia sola schiena.

Yves Bergeret, Des Pierres,
Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta.

(Pittorici idiomi) “Amoreggiamento serale” di Fritz Syberg

Fritz Syberg, “Amoreggiamento serale”, 1889 – 1891, olio su tela, Nationalmuseum, Stoccolma.

 

di   Marco Furia

 

Syberg, 1889 – 1991

Tra il 1889 e il 1891, Fritz Syberg dipinse “Amoreggiamento serale”.
Lungo una sinuosa strada di cui non conosciamo inizio e fine, una coppia è ferma, in piedi, un poco discosta da un gruppo di persone in cammino.
L’uomo, che indossa un abito scuro e un cappello chiaro, regge un piccolo mazzo di fiori, mentre la donna lo ascolta in silenzio.
La campagna è coltivata e due alberi, dai sottili tronchi, segnano in lontananza il confine tra terra e cielo.

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Il silenzio di Andrea Emo

Antonio Devicienti

Medito sulla vicenda esistenziale e intellettuale di Andrea Emo Capodilista: ecco un luminoso punto di riferimento, un silenzio appartato e fecondo, pochissime ma salde amicizie nutrite di letture comuni, d’intenso dialogo intellettuale. La scrittura a fecondare i giorni. Pagine e pagine di quaderno non a fissare o congelare il tempo dei giorni, ma a seguirlo nel suo trans-currere traverso e oltre le chiuse della mente; corrispondenze per affinità elettive (le uniche che contino) con autori del passato e della contemporaneità.
Quello scrivere a mano, paziente e ordinato (pochissime le cancellature, indizio di lunga e concentratissima meditazione); quell’accumulare i quaderni l’uno accanto all’altro, segno visibile del farsi del pensiero; quel rifuggire l’estetizzazione del pensiero, dal momento che lo studio e la riflessione hanno sempre al loro centro la consapevolezza (dolorosa eppure stimolante) che la meta della riflessione e dello studio sfugge ininterrottamente.
Eppure studiare, meditare, scrivere.
Ma se è vero che si scrive sempre troppo, sempre poco è quello che si realizza nel passaggio dal pensiero alla scrittura e la sfida da parte del mondo si enuclea proprio dentro tutto quello che si perde o non si raggiunge o non si scorge nel passaggio da pensiero a scrittura, in quell’alone d’ombra che ci resta accanto, consapevolezza di una tale mancanza o sottrazione o spazio vuoto che, proprio per questo, parla, ci provoca e scandalizza e possiede la sua forte presenza e le sue irrinunciabili rivendicazioni.
I fragili fogli di carta, i tratti a penna o a matita su di essi tracciati sono una biblioteca interiore che, traccia del silenzio, risplende per chi voglia ascoltare.

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(Tratto da: Tacere il proprio silenzio,
di prossima pubblicazione in
“Quaderni delle Officine”, XCI, novembre 2019)

Su “Galassie parallele” di Marco Ercolani

Raffaella Terribile

Nota di lettura a:
Marco Ercolani
Galassie parallele. Storie di artisti fuori norma
Genova, Il Canneto Editore, 2019

“L’artista vive la sua identità mentre la perde. E, perdendola, la configura in forme tanto cristalline e pertinenti quanto sfuggente e inafferrabile è il sentimento di sé. Al contrario, il folle rifiuta qualsiasi forma di lutto, chiuso nella fragile fortezza di un delirio che nega, con un atto di onnipotenza infantile, la mortalità delle cose e dell’uomo”. Così l’autore, psichiatra di professione, riassume in maniera tanto icastica quanto efficace una questione fondamentale che attraversa i secoli della storia dell’arte: il rapporto tra genio e follia. Prescindendo da esempi fin troppo celebri, come F. Bacon e L. Freud, la scrittura di Marco Ercolani accompagna il lettore nelle vite e nelle opere di artisti, soprattutto italiani, “fuori norma”, dal Novecento a oggi, quasi a disegnare su una mappa ideale i contorni e l’orografia di quei regni dell’Irreale dai confini incerti. Continua a leggere Su “Galassie parallele” di Marco Ercolani