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Passeggiata d’inverno

Il 25 dicembre 1956 Robert Walser muore di arresto cardiaco durante una solitaria passeggiata nella neve . Aveva 78 anni.

Stefanie Golisch

Si, ce ne sono ancora degli uomini che crescono senza riuscire a sbrigare la vita dentro e fuori con questa velocità terrificante come se gli uomini fossero soltanto dei panini che si producono in cinque minuti per essere venduti e consumati all’istante.

Robert Walser, Il brigante

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Due paginette del diario torinese (di Rocco Brindisi)

jodice_lecceVedo la casa ed è notte. La cucina è illuminata; un chiarore caldo, malinconico. A un lato della finestra,  la madre di Franco (sul terrazzino, tanti anni fa, Franco leggeva ad alta voce, un uomo, entusiasta, le mie deliranti poesie da Dolce Stil Novo). La madre vive al primo piano. Più in alto abita il secondogenito, anche lui da solo: un uomo invecchiato nei rimpianti: quando il nome dei figli, e quello di una donna che hai amato, chissà quando, ti batte alle tempie e cerchi i loro corpi in bocca e non li trovi, e guardi una finestra. La madre, seduta su una vecchia sedia ingiallita, guarda la notte. A due passi dalla casa, dalla mestizia orgogliosa della donna, c’è il vicolo VI Rosica, dove sono nato;  in questo momento è più lontano e disincarnato della luna. Sono qui, sospeso per aria, forse.  La madre di Franco ha una chioma bianca, quella di una signora di ottant’anni che ha cura dei propri capelli, ancora belli. Quando ero bambino, aveva messo sù una merceria, sotto  casa. Ci andavo a comprare una spoletta di cotone, una fettuccia, un ago, mi piaceva starle vicino, frugare con gli occhi nella vetrinetta del banco. C’era qualcosa di regale e remoto nel suo sguardo. Mi attirava la bontà delle sue mani. Ora che siamo invecchiati, Franco mi racconta sua madre;  Continua a leggere Due paginette del diario torinese (di Rocco Brindisi)

Storie, una nell’altra (di Rocco Brindisi)

Lorenzo Alessandri, Studio per un ritratto di Piera Oppezzo, 1953Non sento più il vento. Ieri siamo andati al cinema. Io e Angela. Sarebbe stato bello fosse venuta anche Anna. Ma in questi giorni, Angela respira meglio senza la sorella. Mi è negata la felicità di stare in mezzo a loro, e questo mi brucia. Ma guardo la grossa sciarpa di Angela, il piumino rosso. L’ho convinta a comprare un piumino rosso. Indossava sempre quelli neri. Il rosso le restituisce l’adolescenza.  Il film: “La notte più lunga dell’anno” è ambientato a Potenza, la città che abbiamo lasciato. Si svolge di notte, dall’inizio alla fine. Nessuna nostalgia, a guardare i luoghi che conosco. Nessuna patina di vecchiezza o di già visto. Come tutte le città del mondo è cieca e, sullo schermo, non appaiono segni della sua, della mia infanzia. Questa smemoratezza calma il mio sguardo, non mi opprime. Perdòno tutto. Non comparirà mia madre né il mio amore buono, che stanno nel dolce abisso dei morti. Sono quattro storie, una nell’altra. La donna che riscalda il tè per il padre e lo guarda con un amore notturno; l’uomo guarda la figlia con una quieta eternità negli occhi. L’uomo ha due tubicini infilati nel naso, racconta l’anima dei pesci; le finestre di quella casa sognano la neve. La figlia, sui quarant’anni, esce per andare al lavoro, fa la cubista in un locale notturno. Bella, immersa in un dolore di seta. La vediamo ballare in una sala affollata. Non sopporto le scene girate  in una discoteca, provo un senso di repulsione, sempre. Ma lei balla da regina del disamore che si dona. Il suo corpo lacera l’eternità che, finalmente, perde sangue. In un altro episodio, un uomo torna a casa, è ancora  e sempre notte, si toglie le scarpe nell’ingresso, con una malinconia aliena, come se tutti i gesti possibili, sulla terra, si fossero addormentati, per prendere pace, nella pietà di un bambino-fantasma che non sta, da tempo, al gioco disperato della disperazione del tempo e ne ha solo pietà. Sale il chiarore del giorno. Sono qui, a scrivere, benedetto dal sonno di Angela sulla mia testa. [Rocco Brindisi]

Piergiorgio Welby (di Rocco Brindisi)

3125927086_31d49f242dPiergiorgio Welby viveva in un letto da 17 anni. Non poteva muovere neanche un dito, del proprio corpo; riusciva a parlare solo attraverso la sua voce pensata: un artificio elettronico. Con la sua voce pensata,  diceva che la vita è una passeggiata notturna con un amico, il vento nei capelli, un amore che ti lascia…. Aveva chiesto più volte di poter morire, perché  il suo corpo era diventato cieco, non aveva più memoria di sé. La sua mente, invece, aveva una memoria struggente delle cose, delle persone che aveva sfiorato, toccato, chiamato per nome, con la sua voce, amato. Non trovava naturale essere prigioniero di un corpo insensibile, avere labbra ornamentali, che non servivano a baciare, a socchiudersi per un improvviso stupore, una meraviglia; non trovava naturale essere attraversato da tubi; non sopportava di non provare, da un tempo immemorabile, la piccola, fraterna felicità di comandare alla vescica di sgonfiarsi; rifiutava la tristezza di addormentarsi senza poter mai reclinare il capo da un lato; non era stato facile rassegnarsi all’assenza di odori, sapori; doveva rinunciare, per sempre, al gesto  tenero, involontario, di spettinare un amico, una donna. Aveva chiesto di morire, come, da assetati, si chiede un bicchiere d’acqua. “Avete letto dove è scritto Non voglio sacrificio ma misericordia!“, si grida nel Vangelo; ma i preti gridarono  allo scandalo per il suo rifiuto di patire. Quando un altro essere umano lo liberò dall’umiliazione di non morire, i preti non gli concessero i funerali religiosi, perché la Chiesa riteneva non si fosse trattato di suicidio, per il quale si presuppone sia venuta a mancare –  la piena avvertenza e il deliberato consenso –  Per la Chiesa, Welby aveva chiesto, coscientemente, di essere “ucciso”.  [Rocco Brindisi]

Se penso agli amici… (di Rocco Brindisi)

Lisa SammarcoSe penso agli amici che mi ha dispensato il destino mi sale un groppo di felicità in gola. E a volte piango. In aggiunta, se non credo in Dio, e non credere in Dio vuol dire, per me, non credere nella sua Innocenza, amo i bambini che pronunciano il suo nome con una voce mille volte più pura del silenzio degli astri. Amo il sonno dei miei amici, i loro risvegli, la pigrizia in amore dei loro mattini. Gigi guarda la donna che gli sta accanto, ama teneramente il lenzuolo che non la copre, il guanciale, il suo respiro impercettibile, la somma dei giorni. Giuliano pensa all’amico lontano, va alla finestra e sente il cuore di questo autunno spezzarsi senza un gemito.  Piero legge il Libro delle Ore, nell’albergo di Lisbona; stanotte ha sognato di impastare la lingua del figlio e, con la lingua, la sua voce; più tardi si recherà in ospedale con gli altri due figli, Luigi e Giovanni,  consolerà quella città con la sua preghiera danzante. Giorgio accenderà una delle sue sigarette nei viali dei morti. Carlo si ricorderà di amarmi e sorriderà di avere una porta da aprirmi, quando sarà. Anche lì, le lune si spegneranno come lampade su un libro che ci ha dato una gioia misteriosa. Angela dorme. Anna mi ha chiamato per dirmi che vuole parlarmi, ma io non ho nessuna voglia di parlare: desidero solo che le mie figlie si amino, passeggiando. Potrei dirle questo e nient’altro. [Rocco Brindisi]

Il mio primo corpo

“Il cielo è la mia pelle più estesa; il soffio del vento è l’annuncio della parola che mi accingo a dire, che sto per ascoltare. La terra s’inarca e si rigira su se stessa come in un sonno agitato; il suo spessore genera la mia corporatura e il mio scheletro, le mie ossa sono le dure rocce e le creste. Attraverso le mie vene l’acqua corre dal cielo alla terra e dalla cavità della roccia alle nuvole del cielo. Il cielo e la terra sono il mio primo corpo.”

NEL DESERTO DEL MALI

Angela, Anna e le tane d’ombre (di Rocco Brindisi)

campigli_donna_in_bluQualcuno dovrebbe avere una foto di Dio bambino; non del bambino chiamato Cristo, ma un ritratto del Creatore del mondo, sorpreso nella sua infanzia, mentre guarda malinconicamente la propria eternità.  Mia madre non ha mai pensato di fissare un momento della mia vita, di  bloccarlo; non ha mai sognato  di conservare quell’istante, per ritrovarlo chissà quando. Non succhiava “ il volto, lo sguardo dei figli”. Si ritraeva, quando le mostravano una foto, quando un conoscente le chiedeva di cercarne una, dentro casa. Non l’ho mai vista guardare un ritratto, non l’ho mai sentita nominarne uno. È notte.  Continua a leggere Angela, Anna e le tane d’ombre (di Rocco Brindisi)

Gort 6


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a M., che vive nel silenzio dell’esilio


Puntata numero 6 / Universi, pluriversi, astroversi

Chi scrive poesie, dicevo, sottintendevo (qui), dovrebbe avere una sorta di mentalità scientifica. Ma non è del tutto giusto.

Lo scienziato non crede nel dogma, non ha “idee” ma cerca la “realtà”. La “cosa”, quindi, in sé. Empiricamente. Con il metodo. Quando tutto torna, allora va bene. Sempre tenendo presente che questo va bene è un passo in più e non un punto d’arrivo.

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Breve saggio su “morte di un amico che guardava”

brindisi_messoriMorte di un amico che guardava di Rocco Brindisi e Nella città del pane e dei postini di Giorgio Messori (di quest’ultimo ho già scritto qui) andrebbero letti a incastro, non importa se prima l’uno o l’altro, meglio insieme (una, due, tre pagine dell’uno e una, due, tre dell’altro) – ovviamente non mi riferisco a un incastro tra le “trame” dei due libri, ma penso a un incastro d’idee e di atmosfere, di modi di porgere la parola narrativa (che spesso è anche poetica per ritmo e per pause), di corrispondenze sentimentali, memoriali, geografiche.  Continua a leggere Breve saggio su “morte di un amico che guardava”

Gort 5


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a M., che vive nel silenzio dell’esilio


Puntata numero 5 / Hai-chi?, un tentativo di poesia “ex” (*h₁eǵʰs, out) umana

Sono ormai convinto che lo haiku sia fra le forme più pure e ineguagliabili di espressione poetica che l’essere umano abbia mai prodotto. Perché fra tutti i tentativi poetici di avvicinarsi alla Natura è il più perfetto. E cercare di avvicinarsi alla Natura significa, per la poesia, ricercare l’universalità, il cosmo, la materia e l’antimateria: tutte cose che stanno fuori dell’uomo.

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Ho steso le mutandine alla fune (di Rocco Brindisi)

campigli_55Ho steso le mutandine alla fune: le mie e quelle di Angela. Dormiamo nel lettone. A volte (non sempre), quando devo scoreggiare, scendo nel bagno. Abbranco l’asta che arriva al soffitto e faccio le scale, un passo dopo l’altro, lentamente. Dovessi inciampare, finirei contro i radiatori, e l’urto potrebbe risultare letale. Nel bagno mi libero, sorridendo, quando lo sfiato è devastante. Torno a letto. Il volto di Angela, che intravvedo nella penombra, è quello dei suoi dodici anni, evito di fissarlo perché mi stringe il cuore questa magia che ha qualcosa di crudele. In questi giorni mi passa le pillole, le compresse, gli sciroppi, le vitamine; servono per portare il virus alla consunzione. Mi appaiono, d’improvviso, le sue piccole mani, il palmo spalancato; mi porge un bicchiere di carta pieno di un liquido bluastro. Al citofono, le amiche buddiste di Angela; lasciano i sacchetti sulIe sedie, al secondo piano. Il vicino di casa, Gianluca, ci ha fatto un paio di volte la spesa; mi piaceva starmene con lui sul ballatoio: gli dicevo di accostarsi, mi divertiva vincere la sua timidezza; lo invitavo a sedersi, gli chiedevo di arrotolarmi un po’ di tabacco. Sono ancora capace di avventurarmi nel mistero dell’altro, e non lo faccio per diradare il respiro avariato della solitudine. Una sera  se n’è venuto con due bicchieri di vino: l’amicizia tra un vecchio signore, che ama Tetsuro O Hara,  musa di Ozu, e un giovane che insegna Economia al Politecnico. Ieri mi sono affacciato sulla porta, con una coperta di lana che mi copriva la testa, le spalle. Mi ha guardato con la compassione, la fiducia di un ragazzo che sognava lunghe conversazioni, nella luce, o più o meno notturne, con  l’uomo incatarrato, che gli aveva nominato Grushenka dei Fratelli Karamazov. Angela parla al telefono con un amico lontano: vorrei attraversare la città, una di queste notti; salire al secondo piano, in via Barbaroux, al numero 16 e, ancora prima di bloccarmi davanti alla porta, sentirla ridere con qualcuno, un uomo felice di vederla ridere; un uomo che scoppia a piangere davanti alla maestà, inerme, di questa  meravigliosa amica dei giorni. Ricorderei, a un tratto, di essere morto, non cercherò la chiave nelle tasche, mi siederò ad ascoltare.

Gort 4


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a M., che vive nel silenzio dell’esilio


Puntata numero 4 / Taoemi

Secondo i maestri antichi, chi scrive poesie avrebbe le seguenti qualità, o capacità:

入林不動草
入水不立波

nel bosco non muove erba
nell’acqua non alza onda

Ma queste caratteristiche sono, ancora una volta, l’espressione di un’idea di poesia che è sentiero nel cammino delle cose. La parola non deforma le cose che vede, non le trascende, non ne fa allegorie e, soprattutto, non le spiega. La parola è la cosa. Solo così può non disturbare o non muovere l’erba. O può non provocare un’onda, un’increspatura nell’acqua. Perché la parola è erba ed è acqua.

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Tre piccoli sguardi autunnali (di Rocco Brindisi)

        saxophone

 

         In strada. Una coppia di sessantenni. Tengono per mano un ragazzo. Passeggiano. Non può essere che il figlio. Il ragazzo non fiata. Si lascia guidare senza opporre resistenza. Ai due lati, il padre e la madre conversano. Il ragazzo è robusto, nel suo volto nessuna traccia di gioia, sembra tranquillo. Il suo sguardo è una tenebra senza respiro, senza età. I genitori parlano di lui in maniera sommessa. Nelle loro voci, in quello che si dicono, una straziante allegria delle parole; la scoperta che le parole servono a raccontare, che la loro fedeltà resta, per sempre, una magia indolore. Parlano di lui, di qualcosa che ha fatto quella mattina. Si raccontano alcuni gesti del figlio, accennano a quando ha preso la tazza del latte e se l’è accostata. Uno dei due informa l’altro, senza dirlo, del segreto di amarlo. Il racconto di quel gesto è un vestito d’oro.

 

          La donna che urla, davanti alla chiesa della Sindone. Il suo strillare infelice non spaventa il sole. Gli astri invisibili mormorano: “La nostra bellezza non tramonterà”. Le urla della donna non somigliano a nulla; non c’è cosa al mondo che vorrebbe imparentarsi alle sue urla. I libri della sua infanzia la corteggiano senza speranza. La stessa donna vide, bambina, la donna che urlava frasi sconnesse sul sagrato della Sindone. La donna gridava, vestita e nuda, a due passi dal Cristo morto impresso su una tela. L’infanzia della donna è un’ombra assassinata. Il suo sguardo, perduto, invidierebbe quello di un cane cieco. Il Cristo del lenzuolo, nel frattempo, è tornato a essere Dio, e non ricorda come impastare terra e sputo per passarglielo sugli occhi. Niente è più triste di una donna che si veste, ogni mattina, della propria nudità infelice. L’amante che morde il suo collo è la follia. Un amante sdentato, che pure non fatica a morderla. Un amante mille volte più esangue della morte. Il cielo è di un azzurro orrendo e senza scrupoli.

 

          L’uomo che suona il sassofono, la schiena poggiata al muro. E’ stanco. Ha messo una ciotola per terra. Gli ho parlato, qualche giorno fa, durante una pausa del suo assolo. Mi ha confessato, sorridendo, di amare John Coltrane. Sorrideva di quell’amore che non lo avrebbe mai tradito.  [Rocco Brindisi]

Dalla vita di un fauno

Negli anni dal 1939 al 1944 l’impiegato Düring lavora per gli uffici del circondario di Fallingbostel, nella Brughiera di Luneburgo. Incatenato alla rupe di Prometeo delle sue mansioni, e costretto a dividere la propria vita tra le atmosfere naziste e una segreta rivolta dell’intelligenza, coltiva idee di fuga dalla famiglia – partecipe anch’essa dell’ipnosi collettiva – e dalla macchina dello Stato. Il «vedente» Düring, che deve suo malgrado «partecipare al gioco della mosca cieca», ottiene dal Landrat l’incarico di allestire un archivio storico per il circondario. È così che egli può tornare alla sua passione per i dati e le cifre, a cavallo di una bicicletta verso gli archivi di paesi e chiese, raggiungendo in questo modo la distanza apogea dal pianeta concentrazionario.

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