Archivi categoria: prosa

La mano che canta

«Voyez, allez, apprenez, c’est le chemin de la vie que vous devez mener, bâtir, terrasser, inventer. Moi, je broute ma vie autour de mon rocher. Mais c’est ma vie-empreinte que je veux vous donner, recevez ces pierres aussi vides que les étoiles, recevez».

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Universal soldier

Stefanie Golisch

Sto rileggendo in questi giorni I fratelli Karamazov e, come può succedere quando si riprende un libro legato a un certo periodo della propria vita, provo fastidio. È come se si incontrassero un io remoto e uno presente: fanno fatica a comprendersi. Il mio presunto minimalismo, che forse è soltanto una magra scusa per l’impazienza, mi fa percepire questo romanzo, con le sue conversazioni interminabili tra i protagonisti che – si sa – non porteranno da nessuna parte, come insopportabilmente ridondante.

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I mostri migrano con i piedi dritti

Cristiana Panella

 i mostri migrano con i piedi dritti

i Neanderthal di Eurasia si sedettero, e aspettarono. l’antro era un taglio controluce, la luce livida opalescente che annuncia il muro delle piogge. avevano lasciato il padre al centro del cielo aperto. un albero con le fruste scure dell’incendio a tenere l’unità nel giusto verso. durante la marcia padre si era fermato e si era sdraiato. il senso dell’ultimo giorno era un presentimento senza rito. l’albero aspettava frugale sferzato, al suo posto.

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Il danzatore Malige

Stefanie Golisch

Antique photo: Rope walker acrobat

Il danzatore Malige

Ho riletto in questi giorni un breve racconto del poeta Johannes Bobrowski (1917-1965) che si intitola Il danzatore Malige e che è ambientato nell’agosto del 1939. In una piccola città polacca un gruppo di soldati tedeschi attende. Non si sa – non sanno – che cosa. Ammazzano il tempo giocando a carte, dormendo, bevendo, condividendo barzellette. Tra di loro si trova il danzatore Malige, un artista di varietà, un outsider per natura.

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In morte di nonno Kolya

Dipinto di Evgeny Kravtsov

Andrea Ballabio


Krasniy Hutor. Sono andato a fare due passi fino a dove vivevo prima, penultima casa prima della foresta. L’ultima è quella di Sveta, la strega tartara. L’idea era di comprare un dolce e bermi un caffè da Alla, la mia ex vicina bielorussa. Ho voluto però accertarmi che fossero in casa, per poi fare un salto a prendere una torta al negozio vicino. Viene però alla porta la figlia di Alla, Yuliya, e mi dice di non entrare perché sono tutti contagiati. Mi rassicurano, stanno abbastanza bene, sta passando.

Tornando, diciamo, verso casa, mi viene in mente che non ho chiesto di nonno Kolya. Telefono subito. Mi dicono che il nonno è stato ricoverato a dicembre per polmonite ed è morto in ospedale. Avrebbe dovuto compiere 90 anni.

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Zepin

Dipinto di David Cook (Autoritratto)

Andrea Ballabio


Z morbida, non dura. Giuseppe Bellotti, al secolo. Se ne parlava stasera a cena col vecchio, che ti dice a che ora pisciò Giulio Cesare durante la battaglia di Alesia. E ho detto tutto.

Zepin, un metro e sessantacinque di violenza, capelli lunghi raccolti a coda di cavallo. Cuoco, uomo di osteria, padre di famiglia. Nell’ordine.

L’unica memoria che ho il dovere di tramandare riguardo a Zepin è il bagno nel laghetto ghiacciato il primo di gennaio, la mattina presto. Relata refero, io non c’ero.

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Ritorno a Krasniy Hutor

Dipinto di Evgeny Kravtsov

Andrea Ballabio


Nel tardo pomeriggio chiama Vika. Cosa fai? Niente, mi bevo un caffè ed esco a fare due passi. Perché non vai dove vivevamo prima? Saluti i vicini, saranno contenti di vederti. Perché non vado? Forse per la solita tendenza a lasciarmi il passato alle spalle, a viaggiare leggero, una specie di recondita paura della nostalgia e dei ricordi. Sono poche fermate di autobus, vado.

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Maksim

Dipinto di Boris Hecht

Andrea Ballabio


Conobbi Maksim alla fine del 2011. Ero da poco arrivato in Ucraina, a Lugansk, il capoluogo dell’omonima regione, la più orientale del Paese, al confine russo. Forse era la fine di novembre, ricordo che cerano già 15 gradi sottozero. Avevo affittato un monolocale in zona Chepaeva, senza sapere che quello era un quartiere ad alto tasso di criminalità e tossicodipendenza. Insomma, uno di quei posti dove se a fine serata non ti è successo niente comunque non ti sei annoiato. Ma Maksim ebbe meno fortuna.

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“Andanze” – Il libro

Antonio Devicienti,
Andanze,
Venezia, Prova d’Artista, 2021.

Che cos’è un’andanza?

Lo spazio dello sguardo condiviso, l’esigenza politica che si faccia comunità di pensieri e d’intenti e che bisogna accendere un fuoco, cuocervi il pane, vegliare l’operosità dei giorni.

L’andanza è l’acqua da condividere, la soglia d’alberi benigni, ancora andare perché l’andanza è nello sguardo comune.

L’andanza vorrebbe talvolta meditante solitudine, ma anche il chiamarsi delle voci dalla veranda della casa e dalle rotte erratiche della biblioteca.

E andando, sempre andando si fa casa, così come si fa giorno per rotazione naturale della terra attorno al suo perno di luce e l’esigenza culturale di stare insieme, scrivere, disegnare, aprire lo sguardo, gli sguardi.

Passeggiata d’inverno

Il 25 dicembre 1956 Robert Walser muore di arresto cardiaco durante una solitaria passeggiata nella neve . Aveva 78 anni.

Stefanie Golisch

Si, ce ne sono ancora degli uomini che crescono senza riuscire a sbrigare la vita dentro e fuori con questa velocità terrificante come se gli uomini fossero soltanto dei panini che si producono in cinque minuti per essere venduti e consumati all’istante.

Robert Walser, Il brigante

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Due paginette del diario torinese (di Rocco Brindisi)

jodice_lecceVedo la casa ed è notte. La cucina è illuminata; un chiarore caldo, malinconico. A un lato della finestra,  la madre di Franco (sul terrazzino, tanti anni fa, Franco leggeva ad alta voce, un uomo, entusiasta, le mie deliranti poesie da Dolce Stil Novo). La madre vive al primo piano. Più in alto abita il secondogenito, anche lui da solo: un uomo invecchiato nei rimpianti: quando il nome dei figli, e quello di una donna che hai amato, chissà quando, ti batte alle tempie e cerchi i loro corpi in bocca e non li trovi, e guardi una finestra. La madre, seduta su una vecchia sedia ingiallita, guarda la notte. A due passi dalla casa, dalla mestizia orgogliosa della donna, c’è il vicolo VI Rosica, dove sono nato;  in questo momento è più lontano e disincarnato della luna. Sono qui, sospeso per aria, forse.  La madre di Franco ha una chioma bianca, quella di una signora di ottant’anni che ha cura dei propri capelli, ancora belli. Quando ero bambino, aveva messo sù una merceria, sotto  casa. Ci andavo a comprare una spoletta di cotone, una fettuccia, un ago, mi piaceva starle vicino, frugare con gli occhi nella vetrinetta del banco. C’era qualcosa di regale e remoto nel suo sguardo. Mi attirava la bontà delle sue mani. Ora che siamo invecchiati, Franco mi racconta sua madre;  Continua a leggere Due paginette del diario torinese (di Rocco Brindisi)

Storie, una nell’altra (di Rocco Brindisi)

Lorenzo Alessandri, Studio per un ritratto di Piera Oppezzo, 1953Non sento più il vento. Ieri siamo andati al cinema. Io e Angela. Sarebbe stato bello fosse venuta anche Anna. Ma in questi giorni, Angela respira meglio senza la sorella. Mi è negata la felicità di stare in mezzo a loro, e questo mi brucia. Ma guardo la grossa sciarpa di Angela, il piumino rosso. L’ho convinta a comprare un piumino rosso. Indossava sempre quelli neri. Il rosso le restituisce l’adolescenza.  Il film: “La notte più lunga dell’anno” è ambientato a Potenza, la città che abbiamo lasciato. Si svolge di notte, dall’inizio alla fine. Nessuna nostalgia, a guardare i luoghi che conosco. Nessuna patina di vecchiezza o di già visto. Come tutte le città del mondo è cieca e, sullo schermo, non appaiono segni della sua, della mia infanzia. Questa smemoratezza calma il mio sguardo, non mi opprime. Perdòno tutto. Non comparirà mia madre né il mio amore buono, che stanno nel dolce abisso dei morti. Sono quattro storie, una nell’altra. La donna che riscalda il tè per il padre e lo guarda con un amore notturno; l’uomo guarda la figlia con una quieta eternità negli occhi. L’uomo ha due tubicini infilati nel naso, racconta l’anima dei pesci; le finestre di quella casa sognano la neve. La figlia, sui quarant’anni, esce per andare al lavoro, fa la cubista in un locale notturno. Bella, immersa in un dolore di seta. La vediamo ballare in una sala affollata. Non sopporto le scene girate  in una discoteca, provo un senso di repulsione, sempre. Ma lei balla da regina del disamore che si dona. Il suo corpo lacera l’eternità che, finalmente, perde sangue. In un altro episodio, un uomo torna a casa, è ancora  e sempre notte, si toglie le scarpe nell’ingresso, con una malinconia aliena, come se tutti i gesti possibili, sulla terra, si fossero addormentati, per prendere pace, nella pietà di un bambino-fantasma che non sta, da tempo, al gioco disperato della disperazione del tempo e ne ha solo pietà. Sale il chiarore del giorno. Sono qui, a scrivere, benedetto dal sonno di Angela sulla mia testa. [Rocco Brindisi]

Piergiorgio Welby (di Rocco Brindisi)

3125927086_31d49f242dPiergiorgio Welby viveva in un letto da 17 anni. Non poteva muovere neanche un dito, del proprio corpo; riusciva a parlare solo attraverso la sua voce pensata: un artificio elettronico. Con la sua voce pensata,  diceva che la vita è una passeggiata notturna con un amico, il vento nei capelli, un amore che ti lascia…. Aveva chiesto più volte di poter morire, perché  il suo corpo era diventato cieco, non aveva più memoria di sé. La sua mente, invece, aveva una memoria struggente delle cose, delle persone che aveva sfiorato, toccato, chiamato per nome, con la sua voce, amato. Non trovava naturale essere prigioniero di un corpo insensibile, avere labbra ornamentali, che non servivano a baciare, a socchiudersi per un improvviso stupore, una meraviglia; non trovava naturale essere attraversato da tubi; non sopportava di non provare, da un tempo immemorabile, la piccola, fraterna felicità di comandare alla vescica di sgonfiarsi; rifiutava la tristezza di addormentarsi senza poter mai reclinare il capo da un lato; non era stato facile rassegnarsi all’assenza di odori, sapori; doveva rinunciare, per sempre, al gesto  tenero, involontario, di spettinare un amico, una donna. Aveva chiesto di morire, come, da assetati, si chiede un bicchiere d’acqua. “Avete letto dove è scritto Non voglio sacrificio ma misericordia!“, si grida nel Vangelo; ma i preti gridarono  allo scandalo per il suo rifiuto di patire. Quando un altro essere umano lo liberò dall’umiliazione di non morire, i preti non gli concessero i funerali religiosi, perché la Chiesa riteneva non si fosse trattato di suicidio, per il quale si presuppone sia venuta a mancare –  la piena avvertenza e il deliberato consenso –  Per la Chiesa, Welby aveva chiesto, coscientemente, di essere “ucciso”.  [Rocco Brindisi]