Archivi categoria: prosa

Bette Davis insegna

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Quaderni di traduzioni (XXXIIII)

Quaderni di Traduzioni
XXXIII. Ottobre 2017

Yves Bergeret

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Poèmes et proses de Naples (2017)
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Né qui né altrove

Luigi Sasso

Né qui né altrove

Su Il mese dopo l’ultimo
di Marco Ercolani

Ogni autentico scrittore interroga il linguaggio, ne esplora le potenzialità e i confini, lo trasforma, ce ne offre un’immagine nuova, che insieme ci sorprende e ci inquieta.
Si ha la sensazione, leggendo Il mese dopo l’ultimo, che per Ercolani le parole non possano esaurire tutta la realtà, tutta la sua stratificata e proteiforme configurazione. Resta sempre qualcosa di non detto, una cornice di silenzio percorre le frasi ogni volta che le parole si dispongono sulla pagina. C’è un’insufficienza che non deriva da una scarsa abilità del narratore, ma dalla natura del mezzo impiegato. Probabilmente uno dei modi di definire la letteratura è proprio quello di un linguaggio che non nasconde, ma al contrario rivela i suoi limiti «La lotta fra silenzio e parola fa emergere l’opera come lampo sulle rovine – come luce nera su macerie bianche. E così moltiplica il segreto». Continua a leggere Né qui né altrove

L’ano solare

Georges Bataille

Traduzione di
Giacomo Cerrai

E’ chiaro che il mondo è puramente parodistico, nel senso che ogni cosa che si osserva è la parodia di un’altra, o ancora la stessa cosa sotto una forma deludente.
Da quando le frasi
circolano nei cervelli occupati a riflettere, si è proceduto ad una identificazione totale, poiché con l’aiuto di una copula ogni frase lega una cosa all’altra; e tutto sarebbe visibilmente legato se si scoprisse a colpo d’occhio nella sua totalità il tracciato lasciato da un filo d’Arianna, che conduce il pensiero nel suo stesso labirinto.
Ma la
copula dei termini non è meno irritante di quella dei corpi. E quando io esclamo: IO SONO IL SOLE, ne risulta una completa erezione, perché il verbo essere è il veicolo della frenesia amorosa.

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Per il decennale di RebStein, 12

Enzo Campi

vietato parlare al conducente

 

“Vietato parlare al conducente”.

Ogni volta che ripetevo quella frase era un po’ come ripetere me stesso e conclamarmi. La frase mi diceva, ribadiva l’importanza del sé che si diceva attraverso quelle determinate parole. Ma, in un certo senso, quelle parole sembravano anche fuggire per la propria strada, perché  mi conferivano, agli occhi degli altri, una sorta di levità, o meglio: nel conclamarmi mi sospendevano come in un limbo. Proprio per questo mi piaceva credere che quelle parole dovessero essere rincorse. Passai due anni della mia vita a rincorrere quelle parole che fuggivano per conto loro, che disegnavano nuove strade senza imboccarne nessuna. Continua a leggere Per il decennale di RebStein, 12

Per il decennale di RebStein, 11

Mimì Burzo

Sotto le stelle infuocate

[Sulla pietà di Maldoror
e altre estenuazioni]

Je suis Madame Bovary
Je suis Mimì
Non sono e non ci sono
solo per questo sono e ci sono
Dopo un anno di apertura verso un mondo scrivente sovente chiuso
di letture bulimiche
di fame mai saziabile fra le strade dei poeti – quelli veri – perché è vero ciò che è attuale, in questa mia collocazione spazio-temporale in cui la secolarità ha perso il suo senso e il suo poderoso dovere di immortalità, torno, soddisfatta ma anche no, nella mia stanza.

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Per il decennale di RebStein, 9

Francesca Cannavò

I mercanti di Pace

Merce preziosa, la pace; la pace è fatta di corpi vivi e belli e felici.

Forse un tempo, all’inizio dei tempi, le miniere erano piene di pace e tutti i popoli erano occupati a scavare e nutrire le loro civiltà del frutto del loro lavoro, con tutta la loro fatica quotidiana.

Forse, a quel tempo, le stille di sudore sulla fronte degli uomini sapevano di miele profumato ed i bimbi giocavano sui prati alla pace degli uni sugli altri, le ragazze giovani vi si agghindavano le trecce, era diffusa la moda di spolverarsi il volto con briciole di pace che profumavano intensamente di luce di sole e di luna, a seconda dell’orario.

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Per il decennale di RebStein, 5

Marco Ercolani

 

Viaggio d’inverno

[Taccuini trovati dal dottor Wilhelm Svetlin dopo la morte del musicista, dentro la cella del manicomio in cui Hugo Wolf era internato. I fogli, infilati nel materasso del giaciglio, sono databili agli anni 1895-96.]

Sole di chi non trova sonno – stella!

O sento la totale somiglianza fra i suoni della lingua e del canto, altrimenti taccio. La mia musica dipende dalla poesia che scelgo.

Al linguaggio manca qualcosa, è imperfetto, è scritto ma muto; allora compongo lieder per riparare a quel silenzio: pause, intermezzi, berceuses, le infilo nel ritmo dei versi, nella magia delle rime, nei nodi delle frasi.

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Per il decennale di RebStein, 3

Angela Greco

 

per il decennale de
La dimora del tempo sospeso – RebStein

Dieci anni sono tanti, ma gli affanni non si sentono, ben celati dietro la home page, lì, tra tastiera e tempo sospeso nell’accezione più ampia possibile. Da blogger a blogger conosco bene quelle sottrazioni ad altro ed altri per l’ostinazione – e trascorso un certo numero di anni e consumati i primi entusiasmi, davvero si può parlare di testardaggine all’ennesima potenza – di divulgare quanto crediamo possa aggiungere valore ad un presente malato terminale d’egoismi e protagonismi, attaccato alla flebo della celebrazione dell’individualismo. Un presente, che bracca senza sosta la gratuità e la generosità, mordendo alla gola, mettendo all’angolo tutto un meccanismo virtuoso che potrebbe davvero farci riscoprire Persone. Continua a leggere Per il decennale di RebStein, 3

Per il decennale di RebStein, 2

Flavio Almerighi

Caserma Angelucci

Caserma Angelucci, sorriso di pianura sbagliato, nessuna deriva di rima, solo sbadigli di un’umanità fortemente compromessa col Piano Solo: un po’ come all’Hotel Cascino, vetri rotti e prese d’aria ovunque dentro una città paragonabile a Ravenna, e noi a portare lo stesso basco di panno tutte le stagioni. Si può andare? Dove. Quanto mi piaceva tua sorella, le mani andavano a nozze sotto la gonna, resta un tiglio maestoso coperto di nostalgia insana con queste temperature percepite. Il corpo di guardia veniva traghettato ogni sera e rientrava ogni mattina, salvo decisioni dell’ultima ora da parte dei PPG. Bastò una volta sola per fortuna fu l’anno dopo poco prima del terremoto, era il periodo in cui i Led Zeppelin giocavano coi rasta e i rasta giocano ancora con quattro reduci sciancati.

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Il santo del mese

Un’icona rarissima e miracolosa di San Mario da Lotasso, patrono e protettore della Dimora del Tempo Sospeso. Tutti possono godere dei suoi benefici effetti: puntando il mouse sul fumo della pipa, vi sentirete avvolti da una fresca brezza che vi libererà dall’AFA per tutto il mese; cliccando sulla mano che scrive, sarete liberi per sempre dalla N.O.I.A. e dalle sue risorgenti, ecolaliche epifanie.